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Ercolano: mobili carbonizzati

Com’era la vita quotidiana degli antichi Romani? Com’erano fatte le case in cui abitavano, gli oggetti che usavano tutti i giorni, i mobili che arredavano le loro case? Nessun luogo come Pompei ed Ercolano – le due città campane distrutte dall’eruzione del Vesuvio, il 24 agosto del 79 d.C. – fornisce informazioni più preziose in questo senso. In particolare, è a Ercolano che sono stati ritrovati rarissimi esemplari di mobilio di epoca romana. Restaurati nei primi anni 2000, questi antichi arredi sono attualmente nei magazzini e saranno esposti nell’Antiquarium ercolanese, quando esso riuscirà ad aprire i battenti.

A differenza di Pompei, coperta da una coltre di cenere e pomici che incendiò i materiali combustibili e i legni, incenerendoli rapidamente, Ercolano fu sepolta da nubi di gas e cenere fine ad altissima temperatura, che carbonizzarono tutti i materiali organici con i quali vennero a contatto, Stoffe, papiri, legni, furono trasformati in carbone e mineralizzati; tra i reperti conservati compaiono persino una pagnotta intera e una cesta di fichi. Lo spesso strato di ceneri depositatosi nelle ore successive si è solidificato nei secoli e ha protetto i reperti fino al momento della scoperta.

Nelle case di Ercolano, dunque, sono state trovate architravi, porte, finestre, stipiti rivestiti in legno, scale interne, travi e travetti di solai. Di particolare interesse sono l’arredo di una bottega, detta di Nettuno e Anfitrite, e un elaborato tramezzo in legno che si trova nell’omonima casa.

Ercolano, la casa del Tramezzo di Legno, atrio con impluvium
Casa del Tramezzo di Legno, atrio con impluvium e sullo sfondo il tramezzo in legno (carbonizzato) ancora in situ e protetto da lastre di vetro

«Ma il materiale più sorprendente è costituito dal mobilio domestico», spiega Maria Paola Guidobaldi, l’archeologa direttrice degli scavi di Ercolano. «Si tratta per lo più di letti, tavolini, panche, armadi, larari, statuette e persino una culla per neonato. Ci sono poi particolari attrezzi usati per specifiche attività domestiche ed artigianali quali un telaio, un argano e un pressorium (un torchio per stirare i tessuti) rinvenuto nella bottega di un lanarius».

Le case pompeiane ed ercolanesi erano ben costruite ed articolate in vari ambienti, ciascuno studiato in maniera funzionale per le diverse esigenze della vita quotidiana. Le pareti erano interamente decorate con motivi floreali o geometrici; i più benestanti si potevano permettere di inserirvi quadretti dipinti con scene di vario genere. Ed è proprio in questi quadretti che sono raffigurati i mobili -in genere pochi – utilizzate dai Romani. «Nelle case romane, indipendentemente dalle classi sociali, il mobilio risulta ridotto agli elementi essenziali ed è di gran lunga inferiore rispetto alle nostre moderne abitazioni», spiega Ernesto De Carolis, archeologo della Soprintendenza di Pompei. «La funzionalità dei mobili era tenuta nella massima considerazione, mentre è per lo più secondario un loro uso puramente estetico, specie tra le classi medio-basse della società». Per i Romani la casa era soprattutto un potente strumento per comunicare la condizione sociale del proprietario, in funzione dei suoi interessi politici od economici.

A esprimere il benessere erano le dimensioni, il numero delle stanze, la ricchezza delle decorazioni delle pareti dipinte e nei pavimenti a mosaico.

«Spesso i mobili erano sostituiti da elementi in muratura. Un esempio significativo sono gli incavi nelle pareti usati come armadi, dove solo i battenti e gli scaffali erano realizzati in legno», continua De Carolis, autore di un volume sul mobilio romano. «Forse non si voleva disturbare la visione d’insieme delle decorazioni. È un po’ il contrario di quanto accade nelle case moderne, in cui si tende a dare un aspetto neutro alle pareti, proprio per far risaltare l’arredo».

La scoperta dei mobili carbonizzati

Le prime ricerche nell’area di Ercolano furono effettuate attorno al 1710, quando il principe francese d’Elboeuf esplorò per cunicoli il teatro; continuarono poi su impulso dei re borbonici, con la tecnica dei pozzi e dei cunicoli, fino al 1828, quando presero il via gli scavi a cielo aperto. Già all’epoca si trovavano spesso resti di legni carbonizzati: mobilio, strutture e persino alberi, purtroppo andati distrutti. Le antiche tecniche di scavo non consentivano di salvaguardare materiale tanto fragile, che in più, spesso, non veniva riconosciuto nella massa delle ceneri vulcaniche solidificate. Per una campagna di scavi più moderna e rispettosa dell’integrità dei materiali occorrerà attendere il 1927, quando l’attività riprese sotto la guida dell’archeologo Amedeo Maiuri. In una trentina d’anni fu riportata alla luce quasi tutta l’area oggi visitabile. In quel periodo, i resti di legni di epoca romana vennero identificati e scavati con cura, e sottoposti a un restauro pesante ma efficace.

Man mano che i mobili carbonizzati, ridotti in frammenti, venivano estratti dalla massa di materiali vulcanici, si provvedeva a trasferirli in ambienti chiusi per l’asciugatura. Poi i singoli pezzi venivano immersi nella cera liquida, o spennellati fino al totale assorbimento. La cera era mescolata con nerofumo, per evitare la colorazione biancastra che avrebbe potuto assumere solidificando in superficie. I mobili erano poi ricostruiti riassemblando i pezzi su sostegni in ferro o legno, e usando come collante la stessa cera. I frammenti mancanti venivano integrati con un impasto di carbone in polvere, nerofumo e di legno carbonizzato tritato: il passaggio di un pettine disegnava le venature del legno.

Diverse essenze di legno

Gli ebanisti ercolanesi impiegavano diverse qualità di legno:

  • abete (di produzione campana o importato dai boschi alpini)
  • acero
  • quercia
  • noce
  • bosso

Tra gli altri materiali usati, il bronzo, l’osso per le cerniere, la pasta di vetro per la decorazione dei piedi dei tavolini.

Tavolini

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, tavolino a 3 gambe
Tavolino

Questi sono generalmente composti da un piano circolare sorretto da tre gambe arcuate, modellate nella parte inferiore, alcune in forma di grifo o zampa di levriero. Un tavolino ha il piano a forma di semiluna e le tre zampe scolpite con teste di fanciullo.

Sgabelli

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, sgabello a 4 gambe con piano impiallacciato
Sgabello

Più varia la tipologia dei mobili per sedersi. L’oggetto di maggior pregio è uno sgabello a quattro piedi, collegati tra loro da otto traversine di rinforzo, il cui piano è decorato da un fine lavoro di impiallacciatura: un disegno a stella realizzato con sottili fogli di legni differenti.

Panche

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, panca
Panca

Le panche hanno invece una struttura molto semplice, e sono prive di braccioli. Lunghe circa un metro, larghe intorno ai 35 centimetri e alte circa 40, hanno il piano di seduta rettangolare poggiato su quattro piedi.

Larari

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, larario
Larario

«I larari (detti aediculae) erano armadi usati per custodire le statuette dei Lari e delle altre divinità venerate dalla famiglia, soprattutto Ercole e Fortuna», prosegue Guidobaldi. «Quelli in muratura sono molto numerosi a Pompei, quelli in legno sono un’esclusiva di Ercolano». Il più bello proviene dalla Casa del Salone Nero: è a forma di tempietto, con due colonnine di legno scanalate e capitelli corinzi in marmo con tracce di colore rosso. Nella Casa del Sacello di Legno è stato recuperato un esemplare simile, ma interamente in legno e con sportellini nella parte inferiore. Un altro armadietto, con cassetto e sportellini sorretti da cerniere realizzate con cilindretti in osso, è invece di incerta provenienza.

Letti

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, letto a spalliera alta
Letto a spalliera alta

Tra i numerosi letti recuperati, otto sono del tipo a spalliera alta. Sono costituiti da un’intelaiatura rettangolare (in latino sponda), sostenuta da quattro zampe tornite. Le zampe erano composte da una barra metallica interna rivestita da anelli di legno lavorati separatamente, e infilati uno sull’altro, a volte persino rivestiti in bronzo. Una intelaiatura di doghe oppure di strisce di cuoio o funi sosteneva il materasso. Le misure sono un po’ più grandi rispetto ai moderni letti singoli: due metri di lunghezza per una larghezza che può arrivare sino a un metro e 25 centimetri. Le spalliere (plutei), a volte finemente decorate da impiallacciature in legni diversi, erano montate su due o tre lati, mai sulla fronte.

Ercolano, mobilio in legno carbonizzato, culla
Culla

Vi sono poi due biclinia, il letto della Casa del graticcio (che a giudicare dalle sue dimensioni apparteneva sicuramente a un bambino), e una culla per neonato rettangolare, costruita con quattro assicelle verticali, collegate da tre traversine su ogni lato, che poggiavano su due legni ricurvi per permetterne il dondolio. Al momento della scoperta, vi fu trovato adagiato un piccolo scheletro.

Restauro

Già nel 1987 alcuni mobili sono stati sottoposti a restauro, per rimuovere la cera e le altre sostanze usate dagli scopritori e sostituire con il plexiglass i vecchi supporti di legno o metallo. Tra il 2002 e il 2003 l’opera è proseguita con un restauro complessivo: la paraffina utilizzata ai primi del Novecento è stata rimpiazzata da resine e cere naturali; le crepe e i distacchi sono stati riparati, le superfici ripulite e protette con resine, i supporti sostituiti con materiali moderni, come il titanio. Il Packard Humanities Institute, una fondazione americana che in convenzione con la Soprintendenza è impegnata a sostenere le attività di conservazione del sito di Ercolano, sta procedendo al rimborso dei costi dell’intervento.

Galleria delle foto

(Tutte le immagini di questo articolo e della galleria sono ph. Giovanni Lattanzi / cortesia SAP)

Visita la nostra galleria delle immagini con tutte le foto dei mobili carbonizzati da Ercolano 

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