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Esperidi: evoluzione dell’iconografia

Pyxis con le Esperidi del British Museum
Pyxis con le Esperidi del British Museum

Le Esperidi prima dei Greci

Nell’affrontare la complessa questione dell’iconografia delle Esperidi, all’interno della tradizione artistica greca e romana, può rivelarsi alquanto difficoltoso tentare di individuare un chiaro punto di partenza per questo genere di rappresentazioni: non sappiamo, infatti, con certezza, se queste figure fossero già presenti all’interno del pantheon della Grecia micenea. Sono stati avanzati sporadici tentativi di identificazione del mito delle Esperidi – o anche unicamente del loro giardino – da parte di autorevoli archeologi e studiosi (fra cui M. P. Nilsson, V. Karageorgis e S. Stucchi), in relazione a raffigurazioni presenti su castoni di anelli, ceramica dipinta e affreschi parietali, tutti datati all’età del Bronzo; in nessun caso, comunque, si può avere la certezza che tali immagini siano realmente già pertinenti a questo mito. Similmente, neppure per l’età arcaica sono documentate rappresentazioni sicure di queste divinità. F. Brommer riferisce della presenza, nella letteratura archeologica, di un’unica raffigurazione vascolare per questo periodo, riportante le figure delle Esperidi (ma pertinente a un pezzo di cui, purtroppo, si sono perse le tracce).

Esperidi nelle ceramiche d’età classica

Con l’avvento della tecnica a figure rosse (comparsa in Grecia verso il 530 a.C.) il mito delle Esperidi fa il suo ingresso ufficiale nel mondo della pittura vascolare greca. Secondo il mito, Eracle aveva ucciso il serpente Ladone con una delle sue micidiali frecce (intinte nel sangue velenoso dell’Idra di Lerna), e poi aveva inviato il Titano Atlante a recuperare i mitici pomi dorati, offrendosi di sostenere per lui il peso della volta celeste (come è ben visibile anche in una delle metope del Tempio di Zeus a Olimpia).

I. McPhee ha individuato due tradizioni principali, che caratterizzano questo genere di rappresentazioni: fra il 520 e il 440 a.C. si colloca il primo filone artistico, che tende a raffigurare Eracle mentre si impossessa dei pomi dorati delle Esperidi con la forza; a partire dal 420 a.C., poi, si inaugura ad Atene una nuova tendenza, che avrà parecchia fortuna in età ellenistica, e che vede un giovane Eracle, dal volto imberbe, giunto all’interno del Giardino delle Esperidi, mentre attende di poter ricevere alcuni dei frutti dell’albero proibito di Era, direttamente dalle Esperidi. In questa versione, meno cruenta, le Esperidi si fanno complici dell’eroe, distraendo Ladone con offerte di cibo.

La fantasia dei ceramografi greci immagina le Esperidi come giovani donne, non caratterizzate da particolari tratti identificativi; coperte, talora, da un semplice peplo o da un chitone, queste dee fanno più spesso sfoggio (soprattutto nella tradizione magnogreca) di eleganti acconciature, si presentano adorne di gioielli e indossano abiti riccamente panneggiati. Talvolta recano in mano anche alcuni strumenti musicali (forse in riferimento alla loro abilità canora). Il paesaggio in cui le dee si trovano è solitamente caratterizzato dalla presenza di fiori e uccelli selvatici, che contribuiscono a sottolinearne la natura amena e paradisiaca; la raffigurazione, sulla scena, di alcuni Eroti alati (che aveva inizialmente fatto ipotizzare una qualche relazione amorosa fra Eracle e le Esperidi) deve probabilmente essere interpretata in senso analogo.

A volte sono rappresentati, in compagnia delle Esperidi, anche il Titano Oceano e le personificazioni di fiumi quali lo Strimone e il Nilo, raffigurati come uomini maturi (barbati), solitamente distesi su un fianco. Interessante è anche la figura del Titano Atlante, che, in alcuni casi (riferibili a una ‘terza tradizione’), non è raffigurato nel tormentoso atto di sorreggere la volta celeste, ma accoglie l’eroe e dialoga con lui, comodamente seduto su un trono, con scettro alla mano, in qualità di sovrano del giardino (si veda, in proposito, il cratere apulo del Pittore dell’Oltretomba, risalente al IV secolo a.C. e oggi conservato al Dallas Museum of Art).

Hydria di Meidias del British Museum
Hydria di Meidias del British Museum

Le Esperidi su sculture e affreschi

Per quanto riguarda altri generi di rappresentazioni artistiche, Pausania (Periegesi della Grecia, VI, 19, 8) ci informa dell’esistenza, a Olimpia, di un gruppo di cinque statue in legno di cedro, opera dello scultore spartano Teocle, raffiguranti le Esperidi e appartenenti al Tesoro di Epidamno (ma conservate, al tempo in cui il periegeta le osservò, all’interno del locale tempio di Era). Sempre a Olimpia (Periegesi della Grecia, V, 11, 6), due Esperidi, recanti in mano i frutti dorati, sarebbero state dipinte da Peneo (fratello di Fidia), all’interno del tempio di Zeus.

Ancora in ambito scultorio, è da menzionare un gruppo marmoreo (gravemente lacunoso), conservato oggi al museo della New York University e forse databile al II secolo d.C., in cui si può riconoscere la figura di una fanciulla (un’Esperide?) seduta ai piedi di un albero, attorno a cui sta attorcigliato un grosso serpente. Secondo la proposta di ricostruzione di K. Jeppensen, inoltre, è possibile immaginare che anche il gruppo K-L-M dei cosiddetti ‘Marmi Elgin’, provenienti dal frontone orientale del Partenone (e oggi esposti al British Museum), raffigurasse tre Esperidi, inquadrate fra Atlante (sulla sinistra) e la quadriga di Nyx (sulla destra). Per quanto concerne la numismatica greca arcaica, infine, è documentata un’unica raffigurazione di Eracle e un’Esperide, nota da un tetradramma argenteo, proveniente – forse non a caso – dalla Cirenaica; la moneta è databile attorno al 500 a.C. ed è oggi conservata a Parigi.

Il mito delle Esperidi nel mondo romano

Nella tradizione artistica romana, la conquista dei pomi delle Esperidi da parte di Ercole rivestirà sempre un ruolo di particolare importanza: i frutti dorati, simbolo di gloria e immortalità, sono presenti, infatti, tanto nel colossale Ercole dorato dei Musei Capitolini (forse del 142 a.C.), quanto fra le mani dell’imperatore Commodo, nel suo ritratto in guisa di Ercole (anch’esso conservato ai Musei Capitolini, e databile al 188/89 d.C., sulla base di una serie di emissioni monetali). Il mito dell’incontro fra Ercole e le Esperidi si trova riprodotto, nel mondo romano, su una grandissima varietà di supporti (sarcofagi, mosaici, monete, affreschi etc.).

Le Esperidi sono generalmente presenti sulla scena del mito (in numero variabile, da una a tre), non di rado in posizione arretrata (come nel caso di un mosaico di Liria, ascrivibile alla prima metà del III secolo d.C.); l’attenzione tende ora, però, a privilegiare le figure di Ercole e Ladone, focalizzandosi principalmente sul loro scontro, o sull’immagine di Ercole vincitore (recante in mano i pomi conquistati).

Disegno delle scene sulla lekythos di Assteas
Disegno delle scene sulla lekythos di Assteas

Altri visitatori del Giardino delle Esperidi

Eracle, in vero, non fu l’unico eroe a visitare la leggendaria dimora delle Esperidi: secondo la tradizione mitologica, infatti, anche Giasone e gli Argonauti raggiunsero questa terra beata, nel loro girovagare per il Mediterraneo, al ritorno dalla Colchide. E se, da un lato, l’originale ‘ciclo degli Argonauti’ è per noi irrimediabilmente perduto, l’episodio (rielaborato) ci viene comunque riportato da Apollonio Rodio (Argonautiche, IV, 1422 e seguenti), che ripropone abilmente la scena dell’arrivo degli eroi nel giardino – nel giorno successivo al compimento dell’impresa di Eracle – proprio nel momento in cui le dee, distrutte dal dolore per la perdita dei pomi dorati, cominciano a tramutarsi in alberi (Apollonio indica un salice per Egle, un olmo per Eriteide e un pioppo per Espera, secondo il tipico gusto alessandrino per l’erudizione). Un’eco di questa tradizione è presente nella famosa hydria del Pittore di Meidias del British Museum, dove, fra i diversi personaggi, estranei al contesto mitologico principale, spicca la barbara Medea (salpata a bordo dell’Argo, verso una nuova patria), qui raffigurata in eleganti vesti orientali.

Merita particolare attenzione, in questo senso, anche un’enigmatica anfora campana, attribuita al Pittore di New York (350-325 a.C.) e oggi conservata allo Staatliche Museen di Berlino, in cui si può osservare l’eroe greco Perseo, con in mano la testa di Medusa, raffigurato di fronte a un albero carico di frutti, sotto al quale dormono tre fanciulle (un quarto corpo, decapitato, è quello appartenuto a Medusa). Pur costatando l’effettiva mancanza del serpente Ladone sulla scena – in aggiunta al fatto che, nel mito canonico, Perseo non raggiunse mai il Giardino delle Esperidi, poiché fu proprio lui, secondo Ovidio, a tramutare Atlante nell’omonimo monte che si trova in prossimità della costa africana (Metamorfosi, IV, 631-662) – è stato ipotizzato, talvolta, di identificare l’albero qui raffigurato con quello custodito dalle Esperidi.

Interpraetatio christiana: possibile riutilizzo di un’iconografia pagana

Infine, un’ultima, interessante riflessione è quella che ruota attorno al ruolo giocato da questo tipo di immagini, a partire dall’età tardoantica, nel contatto con la nuova cultura figurativa cristiana (e, in particolar modo, alla possibilità che le primitive rappresentazioni del Giardino dell’Eden abbiano tratto ispirazione proprio da questa iconografia pagana). Un caso assai singolare, in tal senso, è quello riguardante il ciclo di affreschi delle catacombe della Via Latina (scoperti nel 1955, durante uno scavo per lavori edili, e datati al IV secolo d.C.), in cui sono presenti, in un contesto ormai quasi totalmente cristianizzato, anche alcune scene della tradizione mitologica greco-romana, affiancate a immagini tratte dall’Antico (e Nuovo) Testamento, e qui forse reinterpretabili in senso biblico: secondo un’interessante proposta di lettura (riportata anche da M. Centanni), infatti, l’albero di Era dai frutti dorati, rimasto privo delle Esperidi (e custodito ora dal solo serpente Ladone), potrebbe costituire, nella sua forma iconografica, un rimando ideale all’Albero della conoscenza del Bene e del Male, i cui frutti, similmente, non potevano essere raccolti (Genesi, 2, 16-17).

Bibliografia

  • M. CENTANNI (a cura di), L’originale assente. Introduzione allo studio della tradizione classica, Mondadori, 2005.
  • I. McPHEE, LIMC, Vol. V-1,2, 1990, ad vocem ‘Hesperides’.
  • I. KRAUSKOPF, LIMC, Vol. IV-1,2, 1988, ad vocem ‘Gorgo, Gorgones’.
  • K. JEPPENSEN, Evidence for the restoration of the East Pediment reconsidered in the light of recent achievements, in E. BERGER (a cura di), ‘Parthenon-Kongress I’, Basel, Mainz, 1984.
  • S. STUCCHI, Il Giardino delle Esperidi, in ‘Quaderni di Archeologia della Libia’, Volume 8 (Cirene e la Grecia), L’<<Erma di Bretschneider>>, 1976.
  • K. KERENYI, Gli dèi e gli eroi della Grecia, Garzanti, 1963.
  • F. BROMMER, Enciclopedia dell’Arte Antica (Classica e Orientale), Vol. III, 1960, ad vocem ‘Esperidi’.
  • V. KARAGEORGIS, Myth and Epic in Mycenaean Vase Paintings, in ‘AJA’, n° 62, 1958.
  • M. P. NILSSON, The minoan-mycenaean religion and its survival in greek religion, Lund, 1927.

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