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Euripide: drammaturgia

busto di Euripide, Roma, galleria del Colosseo

Euripide e la crisi del teatro tragico greco

Euripide è il terzo grande poeta tragico greco, dopo Eschilo e Sofocle. Con lui la tragedia si trova in una particolare fase della cultura greca e ciò ispira sia le tensioni intellettuali sia l’impianto formale delle opere da rappresentare. Dopo l’espansione dello stato ateniene, in seguito alla fine delle guerre persiane, si era susseguita una organizzazione più complessa della vita sociale che aveva portato con sé una serie alquanto ostica di problemi: la condizione della donna, dello straniero e dell’emarginato, il ruolo dell’intellettuale.

Di fronte a questo nuovo orizzonte sociale, Euripide abbandona i modelli tragici di indagine precedenti (il rapporto uomo-divinità in Eschilo e il destino dell’uomo di fronte alle contraddizioni del reale in Sofocle), per portare in scena i rapporti fra gli uomini, concretamente e nel quotidiano.

Origini di Euripide

Euripide nacque nel 485/4 a.C. sull’isola di Salamina, da una famiglia rifugiatasi lì per sfuggire all’attacco dei Persiani. Il padre Mnesarco o Mnesarchide era un proprietario terriero, la madre Clito era di nobile famiglia. Si trasferì ad Atene, dove ricevette un’ottima educazione, addirittura fu uno dei pochi ad avere, all’epoca, una biblioteca privata in casa. Secondo la tradizione sarebbe stato allievo dei Sofisti e, in particolare di Protagora e molto amico di Socrate. In gioventù aveva servito nel culto di Apollo Zosterio, del quale potevano entrare a far parte soltanto persone di alto livello sociale. Aveva anche partecipato a giochi ginnici, ai quali fu incoronato per ben cinque volte.

Egli non fu molto amato dai suoi concittadini, per il suo carattere riservato e le idee che esprimeva attaverso le sue opere. La tradizione lo descrive come un intellettuale solitario, che amava molto comporre isolandosi in riva al mare. Non prese parte alla vita pubblica della sua città, a differenza degli altri due tragici suoi predecessori. Fece rappresentare la sua prima trilogia nel 455 a.C. della quale facevano parte le Peliadi, andate perdute. Soltanto nel 441 a.C. ottenne la prima vittoria in un agone drammatico (1), dopo la quale ne seguirono altre tre. In età molto avanzata, si ritirò a Magnesia, in Macedonia e poi a Pella, ospite del re di Macedonia, Archelao, al quale dedicò una tragedia dallo stesso nome.

Morì proprio a Pella, fra il 407 e il 406 a.C. Secondo una leggenda, nata dal suo presunto ateismo o dalla sua presunta misoginia, egli sarebbe stato sbranato da una muta di cani o ucciso da una turba di donne inferocite.

Ma dopo la scomparsa la sua fama crebbe, soprattutto in epoca ellenistica, quando si approfondiscono le indagini psicologica ed introspettiva dell’individuo di fronte al reale e agli altri. I suoi concittadini, nel 330 a.C., gli dedicarono una statua di bronzo nel teatro di Dioniso.

statua di Euripide, Parigi, museo del Louvre
Statua di Euripide, Parigi, museo del Louvre

La drammaturgia di Euripide

Nella drammaturgia euripidea non c’è più spazio per i misteri solenni del trascendente; oggetto della sua indagine tragica sono i rapporti fra gli uomini che si riflettono nella collettività. Il confronto dell’individuo non è più con la divinità, ma con gli altri uomini e le loro scelte. Le divinità sono sempre presenti nelle opere di Euripide, perchè fanno parte del vincolo della tematica mitica e la tragedia era pur sempre un evento anche religioso, tuttavia diventano metafora delle istituzioni che la società ha imposto a se stessa e non sono più descritte come forze irrazionali che regolano il destino umano.

Euripide introduce anche alcune innovazioni drammaturgiche all’interno delle sue opere, come ampi prologhi espositivi, che, a volte, anticipano la conclusione della vicenda, per concentrare l’attenzione del pubblico sul dibattito delle idee esposte.

All’inizio della sua carriera teatrale Euripide predilige drammi ad unica azione, svolta in modo rigoroso attraverso un’evoluzione delle situazioni e del comportamento dei personaggi, schema al quale tornerà per la rappresentazione delle ultime tragedie. Tuttavia, nella maggior parte delle sue opere, l’azione drammatica si divide in due sezioni alle quali vengono spesso accostate scene fini a se stesse, alla maniera di pannello narrativo intorno a un nucleo tematico.

Il coro, nei drammi euripidei, è presente, ma viene relegato in secondo piano, impegnato in canti poetici che sono, però, avulsi dalla trama tragica. Inoltre, dalle tematiche del mito Euripide ricava uno spunto narrativo, ma lo sviluppa in modo inedito, inserendo imprevisti e azioni fortuite che valorizzano un nuovo tipo di tensione drammatica. Tutti questi avvenimenti coinvolgono i personaggi nei meccanismi di un imprevisto che loro stessi devono saper fronteggiare, facendo ricorso e contando solamente sulle proprie forze umane, confrontandosi con la personalità di altri uomini. I personaggi euripidei dimenticano di essere eroi del mito, per vivere ed esprimere i pensieri e i sentimenti dell’uomo contemporaneo.

sarcofago di marmo (150-170 d.C.) con rappresentazioni del mito di Medea, invio della veste a Creusa, morte della ragazza, partenza di Medea con i cadaveri dei figli
Sarcofago di marmo (150-170 d.C.) con rappresentazioni del mito di Medea, invio della veste a Creusa, morte della ragazza, partenza di Medea con i cadaveri dei figli

Le opere superstiti di Euripide

Note

  • 1) Gli agoni drammatici erano gare durante le quali prendevano parte autori teatrali, portando in scena un’opera da loro scritta. Tali gare venivano indette all’interno dei riti riservati al dio Dioniso. Venivano effettuati agoni sia riservati alle tragedie, sia alle commedie. Un collegio di giudici decretava, infine, la rappresentazione migliore.
  • 2) Le tre Moire (Cloto “la filatrice”, Lachesi “la distributrice” e Atropo “colei che non può essere dissuasa”), note anche con il nome di Parche o Norne, sono figlie del dio Zeus e Temi, la Giustizia. Erano la personificazione del destino ineluttabile. Il loro compito era tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo, segnandone la morte.
  • 3) Medea era una maga della Colchide, figlia de re Eeta. Giasone, insieme agli Argonauti, si era recato nel suo paese per conquistare il vello d’oro (la pelle del montone in groppa al quale Frisso era fuggito dalla Grecia e che aveva sacrificato agli dei). Ma il vello era protetto da un drago giorno e notte. Giasone riuscirà a conquistarlo solo grazie alle arti magiche di Medea, che si era innamorata di lui e aveva addirittura ucciso il suo stesso fratello per aiutarlo. In cambio l’eroe promette di sposarla e di condurla con sè.
  • 4) Le Erinni sono attestate nel mito classico come figlie di Gea, che le concepì nel sangue sgorgato dai genitali di Urano dopo l’evirazione subita da Crono. Simbolicamente rappresentano la coscienza tormentata dal rimorso.
  • 5) Un oracolo aveva predetto ad Edipo che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Sebbene egli avesse cercato di evitare ciò, quanto vaticinato accadde e sposò sua madre Giocastra (non sapendo che si trattasse della sua vera madre), dalla quale ebbe quattro figli, due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Antigone e Ismene. Anni dopo, scoprì la verità e lasciò la città di Tebe, di cui era il re, per darsi al vagabondaggio ramingo. A quel punto i due figli si contesero il trono della città, da una parte Eteocle e dall’altra Polinice, che era fuoriuscito da Tebe e aveva raggruppato un esercito per contrastare il fratello. Alla fine i due fratelli si uccideranno a vicenda sotto le mura.
  • 6) Dopo la rappresentazione delle tre tragedie in gara durante l’agone, il tragediografo portava in scena un dramma satiresco da lui composto. L’argomento attingeva al genere mitico, ma trattato in modo burlesco e il coro era, obbligatoriamente, composto da satiri, crature per metà uomini e per metà capri, che facevano parte del seguito del dio Dioniso.

Bibliografia

  • Cerinotti Angela, Atlante dei miti dell’antica Grecia e di Roma antica, Colognola ai Colli (Vr) 1998, pagg. 369, 410-411
  • Del Corno Dario, Letteratura greca, dall’età arcaica alla letteratura cristiana,
  • Milano 2003, pagg. 217-241

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