Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Feste, riti e divinità nell’antica Roma

Feste, riti e divinità nell'antica Roma

L’8 novembre del 63 a.C., Cicerone convocò il Senato nel tempio di Giove Statore, situato a Sud-Est del Foro ai piedi del colle Palatino (stando alle fonti perché oggi non si hanno testimonianze archeologiche). Era il momento di gloria dell’oratore che stava organizzando la denuncia di Catilina; a tal proposito aveva scelto un luogo di culto, che per maggior sicurezza aveva fatto circondare da guardie.

Storicamente sappiamo come andarono le cose: dopo la pronuncia della sua orazione, la nota Prima Orazione Catilinaria, il giovane Catilina fuggì da Roma e successivamente cadde sul campo di battaglia. Il discorso ciceroniano sfruttava molto bene le associazioni mitiche del tempio in cui fu tenuto.

Si riteneva che il santuario fosse stato edificato da Romolo che, durante la guerra con i sabini, invocò l’aiuto di Giove Statore (“Giove che ferma i Romani in fuga”) promettendo, in cambio, di erigere un tempio se i Romani avessero vinto.

La cosa funzionò e, come promesso, i Romani nel luogo in cui vinsero i nemici edificarono il tempio.

Cicerone, ergendosi alla stregua di un secondo Romolo, fa apparire Catilina ed i suoi come dei neo-sabini che devono essere sconfitti invocando la protezione della stessa divinità che 700 anni prima aveva concesso il suo aiuto; è un’associazione questa che era facilmente percepibile dalla popolazione, tanto che in un’invettiva contro l’oratore Sallustio lo definisce, burlescamente, “il Romolo di Arpino”.

Vi erano, però, altri aspetti legati al tempio che, prudentemente, Cicerone non menzionò affatto: nel III a.C., durante le guerre sannitiche ed in un momento difficile per le truppe romane, Marco Attilio Regolo invocò Giove Statore con la promessa che anche lui gli avrebbe eretto un tempio.

Stando a Livio sembra che il condottiero abbia prestato fede alla promessa fatta al dio, ma non trasse alcun onore, infatti gli fu rifiutato anche il trionfo, perché la vittoria aveva comunque comportato ingenti perdite umane: nonostante l’astuzia di Cicerone ad evitare di toccare questo argomento sicuramente qualcuno dell’uditorio avrà sicuramente ricordato questo evento e potrebbe essersi anche chiesto se la vittoria a cui aspirava l’arpinate non sarebbe stata una vittoria di cui vergognarsi.

Queste associazioni tra storia, mito, topografia e politica erano consuete e ben radicate nella mentalità romana, anche se oggi per i moderni risulta più complesso e non naturale fare questo tipo di legami mentali.

In poche parole tutti i monumenti cittadini avevano la funzione di essere “luoghi della memoria”, perché ogni tempio ricorda qualche evento in associazione alla sua fondazione, o voti in battaglia oppure ad oracoli consultati.

In sostanza essi erano un collegamento tra passato e presente, tra il mondo del mito e gli eventi storici che la città viveva; anche le feste religiose confermano queste teorie, perché ogni evento nel corso dell’anno riproponeva ciclicamente gli eventi mitici o ricordava le divinità che in qualche modo avevano contribuito a rendere Roma grande.

La religione di Roma

La topografia della città, con i suoi boschetti, le sue grotte, i vari corsi d’acqua e le fonti, era strettamente connessa con i miti e di conseguenza con i conseguenti riti tanto che possiamo considerare esistente la religione romana, nel senso più stretto del termine, solo nell’Urbe vera e propria.

Si tratta di una concezione, quella della stretta connessione tra religione e luogo, che per noi moderni è troppo distante e suona estremamente estranea; benché anche oggi esistano luoghi di culto molto importanti per ciascuna delle religioni monoteistiche, una messa, ad esempio, si svolgerà nello stesso identico modo sia in San Pietro a Roma che in una qualsiasi chiesa di una qualsiasi altra città, inoltre durante il colonialismo nelle Americhe, in Africa ed in Asia insieme ai conquistatori partivano uomini predisposti alla diffusione del cristianesimo anche in questi luoghi.

Per Roma vale un discorso analogo per quanto riguarda le fondazioni di coloniae e la capacità di assimilare culti e divinità locali oltre ad esportare le proprie, però per quanto riguarda le feste annuali, fondate, secondo la tradizione, dal re Numa, rimasero sempre legate alla sola città di Roma.

In molti casi la loro celebrazione era legata esclusivamente a luoghi della città, perciò difficilmente venivano esportati in altri centri italici, figuriamoci in zone ancora più lontane. Gli stessi autori romani insistevano di continuo su questo legame terra-culto-rito; l’esempio più significativo lo fornisce Livio quando parla del sacco di Roma, nel 390 a.C., ad opera dei Galli.

Quando si propose di “trasferire” Roma a Veio, anziché ricostruirla, Livio ci dice che Marco Furio Camillo si oppose fermamente, perché l’Urbe non poteva essere tale senza la sua religione tradizionale strettamente legata a quei luoghi (Livo, 5, 52, 2-14).

Ma molti autori antichi erano anche ossessionati da cosa potevano aver riservato agli uomini quei luoghi prima che sorgesse la città con Romolo: di questa ancestrale situazioneci fornisce una vaga idea Virgilio nell’ VIII libro dell’Eneide.

Enea avrebbe incontrato Evandro, greco originario dell’Arcadia, che con alcuni uomini nell’area del Campidoglio aveva creato un piccolo villaggio, dalla descrizione del quale Virgilio lascia trapelare aspetti che avrebbero portato a trasformare un centro di pastori nella capitale del mondo.

Topografia e religione romana: il caso dei Lupercali

Uno dei riti meglio documentati, i Lupercali, è quello che riassume questo legame tra culto e luogo. I Lupercali sono uno dei riti della Roma arcaica più affascinanti e strani, sia per i moderni, che per i romani stessi: essi si celebravano il 15 di febbraio, la loro origine risalirebbe a Romolo o addirittura all’arcade Evandro e a quanto pare erano ancora in vigore nel IV secolo d.C., quando il papa si sentì in dovere di rimproverare il “suo gregge” perché prendeva parte ad un rito pagano.

La festa vedeva due gruppi di uomini, detti Luperci; l’origine del nome è oscura per alcuni il significato è “uomini-lupo”, per altri “capre-lupo” o “quelli che tengono lontani i lupi”.

Questi uomini si incontravano nel Lupercale, la grotta sulle pendici del Palatino, dove sembra che la lupa abbia allattato i due gemelli Romolo e Remo; in questo luogo essi sacrificavano qui alcune capre ed un cane ed offrivano delle focacce, impastate dalle vergini Vestali.

Il giorno successivo, con il coltello sacrificale ancora sporco di sangue, macchiavano la fronte di due giovani di alta estrazione sociale e asciugavano il sangue con lana intrisa di latte.

Dopo di che si tagliavano in strisce le pelli delle capre sacrificate e le legavano attorno ai fianchi, come una sorta di cintura, lasciando il resto del corpo nudo.

Dopo un ricco banchetto, famoso nelle fonti per la sua abbondanza, correvano attorno alla città, per un itinerario prefissato ( che non conosciamo però), frustando con staffili di pelle di capra chiunque incontravano; secondo la tradizione il “tocco” del Lupercus Su una donna la rendevano feconda in caso di sterilità o le avrebbe reso più facile il parto.

Ovviamente nessun autore antico si dilunga nella descrizione di questa festività, ma assemblando testi greci e romani si è stati capaci di ricostruire nella sua interezza il rito.

Sicuramente nel corso millenario di questa festa alcuni cambiamenti saranno stati effettuati, come ad esempio di percorso o variazioni dovute ai partecipanti, basti pensare quando nel 44 a.C. Marco Antonio, come lupercus, offrì nla corona regale a Cesare.

Una cosa è certa però e cioè l’assoluta romanità del rito, in quanto collegato alla grotta del Lupercale da cui, in un certo senso, la storia di Roma ha avuto inizio: era proprio questo fatto a rendere impossibile “trasferire” in altri luoghi questa festa.

Lo stesso vale per molte altre feste: i Vestalia del mese di giugno potevano essere celebrati solo nel Tempio di Vesta; i Robigalia, una festa legata alla protezione delle messi dalla ruggine del grano (robigo),che avevano luogo solo al V miglio della Via Claudia; il rito degli Argei prevedeva che il 14 maggio venissero gettati da un preciso, ma sconosciuto, ponte del Tevere dei fantocci fatti di giunchi (argei).

Come dice Furio Camillo in Livio “i sacrifici solenni hanno non solo giorni fissi, ma anche luoghi precisi in cui devono essere celebrati” (Livio, 5, 52, 2).

Tra mito e storia: il significato dei Lupercali

Qual è l’effettivo significato dei Lupercali? Glistudiosi dibattono in continuazione, ancora oggi, sull’argomento. Le idee sono varie al riguardo; per alcuni è un rito di purificazione, per altri di morte e rinascita, o di fertilità. Anche gli antichi dibattevano animosamente, dal I secolo a.C., sull’arcaico significato di questa festa, ormai radicata nella cultura comune, ma svuotata del suo primitivo significato e valore.

Eppure la cosa
per loro passava in secondo piano rispetto al tentativo di risalire a quale fosse l’origine mitica o storica della festa e al legame principale tra il mondo del mito ed il “presente”. Per alcuni era una festa dei lupi di antichissima origine; Virgilio (Eneide, 8, 342 sg.) ci dice che era di origine greca ed era stata introdotta dal re Evandro, che mostra ad Enea la grotta del Lupercale.

Altri la facevano risalire all’epoca di Romolo, ritenendo che, forse, essa voleva imitare il modo in cui gli uomini di Romolo e Remo avevano espresso, con la corsa verso il Lupercale, la gioia della loro vittoria contro il re Amulio, che aveva fatto esporre i gemelli quando erano in fasce per sbarazzarsene.

In questo caso i simbolismi si spiegherebbero in questo modo: la spada insanguinata rappresenterebbe il pericolo corso e il latte sarebbe quello con cui la lupa aveva allattato i bambini.

Ma queste sono solo alcune delle varie supposizioni che gli autori ed i pensatori antichi hanno fatto; in fondo le feste allora, come oggi, non facevano altro che alimentare questa proliferazione di spiegazioni e sarebbe un errore considerarne una la sola attendibile, accantonando le altre come false, a conti fatti una risposta giusta o sbagliata non esiste.

Infatti le varie ricorrenze per ciascuno, uomo o donna che fosse, avevano un significato; nel caso dei Lupercali essi erano simbolo di fertilità per una donna, l’occasione di un lauto banchetto o la possibilità di assistere ad uno “spettacolo” particolare per un uomo e così via.

È necessario tener presente che qualsiasi delle spiegazioni degli antichi commentatori prendiamo in esame, esse fanno tutte riferimento al tempo delle origini collegando, con storie varie certo, la festa con il luogo di Roma e con il tempo di Roma.

I Lupercali non sono atipici, infatti quasi tutti i rituali regolari del calendario romano venivano collegati agli eventi di un passato a metà tra mito e realtà; ad esempio i Consualia, celebrati nel mese di agosto con corse di carri e cavalli, erano connessi al noto ratto delle sabine, che si era verificato proprio nel giorno della prima celebrazione di questa festività.

Così il Regifugium a febbraio, celebrato dal rex sacro rum, che compiva un rituale nel Foro e poi si metteva a correre, pare volesse ricordare la fuga di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma..

Effettivamente il modo migliore per comprendere questi antichi rituali e quello di immaginare che ciascuno riproponesse, come una sorta di scenetta teatrale, un evento in cui scorrevano il mito e la storia della città, così checiascun cittadino potesse riscoprire sempre cosa volesse dire essere, pensare e sentire romano.

Il periodo imperiale: l’evoluzione delle festività romane

Ciascuna festa aveva una propria fisionomia e proprie celebrazioni.

Potevano essere rappresentazioni teatrali messe in scena durante i vari ludi in onore degli dei (ludus= gioco, esso era più vicinio all’idea che abbiamo di carnevale che non propriamente del termine “gioco” che possediamo), o banchetti privati, come quelli che si tenevano per i Saturnalia, a dicembre, durante i quali i ruoli sociali si invertivano (gli schiavi diventavano i padroni e viceversa), oppure la cerimonia del trionfo quando il generale vittorioso, abbigliato come Giove, procedeva sul cocchio in testa ai suoi soldati, al bottino e ai prigionieri di guerra fino al tempio di Giove Capitolino.

Questi sono solo alcuni esempi che ci danno modo di poter affermare che, anche quando il legame con il mito non era presente, le feste comunque sfruttavano le dinamiche sociali, storiche e politiche del momento ed era proprio questo aspetto che le faceva sembrare lo stesso un rituale.

Un esempio classico in questo senso è costituito dai Ludi Saeculares, celebrati nel 17 a.C. a Roma dal primo imperatore Ottaviano Augusto; di tutte le cerimonie questa è la meglio nota perché il suo svolgimento è inciso su un’iscrizione monumentale (CIL VI, 32323) ed inoltre Orazio, proprio per l’occasione, compose un inno, il Carmen Saeculares.

Pur essendo divenuti il simbolo del nuovo ordinamento politico, questi ludi ripresero, con variazioni, una festa repubblicana, quasi del tutto sconosciuta, che celebrava il passaggio del speculum, considerato la durata più lunga della vita umana.

Queste feste pare si fossero tenute, per la prima volta, nel 249 a.C. ed una seconda nel 140 a.C., con sacrifici anche alle divinità infere, Dite e Proserpina; si svolgevano presso il Tarentum, un altare nel Campo Marzio ed erano connesse ad un evento molto antico.

L’oscura leggenda narra che i figli di un sabino si ammalarono gravemente e un oracolo abbia predetto la loro guarigione se si fossero recati a Tarentum e avessero bevuto acqua del Tevere.

L’uomo, partito per Tarentum (odierna Taranto), si era fermato per la notte nel Campo Marzio, dove i figli bevvero acqua del Tevere e guarirono, perché il luogo in cui si trovavano era chiamato Tarentum

Per gratitudine l’uomo volle far festa per tre notti, organizzando giochi per gli dei inferi, visto che il loro altare era miracolosamente comparso dal fuoco del suo accampamento (Valerio Massimo, Fatti e detti memorabili 2, 4, 5; Zosimo, 2, 1-3).

È una leggenda questa che, come le altre, rientra in quella rete di connessione evento-luogo-rito, ma oltretutto, come mostra la replica del termine Tarentum, l’Urbe reincarnava in sé un piccolo microcosmo simbolico di tutta l’Italia.

Augusto rivoluzionò i giochi: rimase la tradizionale locazione, ma altri riti venivano celebrati per tre giorni e tre notti sul Campidoglio e sul Palatino.

Si tennero anche dei ludi per la durata di una settimana, con giochi latini e greci, corse di carri, battute di caccia, banchetti sacri per gli dei e fu prevista la distribuzione di fiaccole e di zolfo a tutti i cittadini liberi per riti di purificazione.

Mentre Dite e Proserpina furono soppiantate, emergevano ovviamente Giove, Giunone, Apollo e Diana, la Grande Madre con le dee preposte al parto ed infine le Parche, che scandiscono la vita umana.

Tutte le feste romane nel tempo hanno conosciuto un’evoluzione, ma per i Giochi Secolari fu tutto diverso: il potere dell’imperatore era talmente forte da poterli sconvolgere a proprio piacimento, dando un’impronta completamente nuova.

Secondo il calcolo di Augusto il speculum terminava nel 17 a.C. e da qui aveva inizio una nuova era , la sua era, che segnava una rinascita a nuova vita di Roma sotto la protezione di altri dei, legati al regime imperiale, pensiamo ad Apollo, il cui nuovo tempio abbelliva il Palatino, o alla Grande Madre raffigurata nell Ara Pacis.

Soprattutto però questi ludi ebbero il compito di mettere sulla scena la definitiva ascesa del potere imperiale, che non era solo temporale ma anche divino: infatti l’imperatore, come pontefice massimo, era la massima autorità religiosa e durante le celebrazioni, stando all’epigrafe, in prima persona compì dei sacrifici.

Non solo da un punto di vista religioso e politico questa festa mise in atto un netto cambiamento, ma anche topograficamente, infatti i due nuovi punti focali erano il Palatino,dove viveva l’imperatore e c’era il tempio di Apollo di nuova costruzione, ed il Campidoglio, dove c era il tempio della Triade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva). Anche la nuova collocazione rientra perfettamente nel nuovo ordine stabilito con l’impero.

Passeggiata ideale per “Roma sacra”

Imaginiamo, chiudendo gli occhi, di vedere il maestoso tempio di Apollo sul Palatino: un’ampia scalinata appare davanti ai nostri occhi, delle porte, dopo il colonnato, immettevano in un vano buio, probabilmente la cella e i l tetto dorato risplendeva al sole. Davanti a questo spettacolo architettonico l’imperatore ed i sacerdoti con inservienti e musici stavano riuniti presso l’altare per compiere i sacrifici.

Una scena questa di legame tra l’uomo e il luogo di culto abbastanza logica, ma facciamo un piccolo passo indietro e ripensiamo al discorso di Cicerone nel tempio di Giove Statore: nessuna cerimonia di culto, si trattava di una riunione politica.

Gli edifici di culto a Roma avevano usi molteplici, non erano adibiti solo alla preghiera come i nostri: certamente essi offrivano lo spazio per espressione di devozione sia pubblica che privata presso gli altari che erano collocati fuori dall’edificio, il quale generalmente ospitava la statua di culto o un simbolo della divinità (come il focolare nel tempio di Vesta).

Infatti in base alle loro dimensioni e alla loro localizzazione venivano usati anche per altri scopi; è molto probabile che i templi secondari e più piccoli fossero chiusi la maggior parte dell’anno, mentre quelli più grandi venivano sempre sfruttati e non solo per scopi politici, ad esempio Varrone immagina di ambientare il suo dialogo dell’Agricoltura nel tempio della dea Terra, dove il suo gruppo di amici si riuniva per le discussioni, oppure il tesoro dello stato era conservato nel tempio di Saturno.

Inoltre l’esposizione dei bottini di guerra, da oggetti preziosi a statue, fino a diverse opere d’arte faceva si che sembrassero quasi dei musei e non dobbiamo dimenticare che a ciò contribuirono anche i privati depositandovi i loro beni perché in questi luoghi erano sicuramente più tutelati.

Avendo riassunto e visto come il tempio non fosse solo un edificio religioso, analizziamo per un secondo il termine templum; questa parola di per sé non significa solo “edificio sacro” perché tecnicamente era lo spazio reso sacro con dei riti, svolti da sacerdoti appositi, gli auguri, che li rendevano “inaugurati”, cioè templa, quindi in questo senso non è detto che tutti gli edifici sacri fossero templa, come è il caso di quello di Vesta, e perciò erano definiti solo aedes (edificio sacro).

Un templum era istituito per leggere i segni degli dei e a tal proposito anche luoghi politici potevano essere templa, come il Senato e i Rostri (piattaforma per i discorsi) nel Foro: quindi il concetto di “inaugurazione” non era tanto legato all’aspetto religioso, quanto alla finalità che il luogo aveva per il benessere della città nella sua interezza sia politica che sociale e religiosa.

La città stessa, per esempio, era stata delimitata da un confine sacro, detto pomerio, al tempo di Romolo, che tracciando questa linea, seguendo i segni inviati dagli dei, aveva idealmente diviso e protetto il territorio cittadino da ciò che ne è al di fuori; sebbene nel I a.C. i confini della città si fossero estesi ben oltre il pomerio, gli antichi confini romulei continuavano ad essere importanti e restava, ad esempio, fermo il divieto di avere armi o forze militari entro questo spazio.

Ma la dimensione del templum era anche più vasta; infatti il termine significava anche “area del cielo in cui si possono osservare i segni degli dei” e in collegamento a ciò non può essere casuale che il pozzo intorno al quale Romolo tracciò il pomerio si chiamasse mundus, termine che ha un duplice significato sia “passaggio che mette in comunicazione con gli inferi”, sia firmamento del cielo”.

A un qualche livello, del quale non avremo mai basi certe, la definizione dello spazio sacro di Roma andava ben oltre la limitazione di uno spazio cittadino; infatti essa sembrava avere il chiaro intento di delimitare e definire a livello cosmico quale fosse il posto importante occupato dall’Urbe.

Elementi alternativi nella tradizione sacra romana

Dal momento in cui l’orbita romana inizia a guardare al di fuori del mondo italico, la città entra in contatto con nuove culture in cui esporta le proprie innovazioni tecnologiche e la praticità della mentalità romana, ma allo stesso tempo inizia a fare propri alcuni elementi culturali e di certo non ne rimangono fuori le divinità.

A partire dalla tarda repubblica la necessità di apportare variazioni al pantheon romano si fa sempre più viva e forte: iniziamo a trovare una serie di nuovi culti che provenivano soprattutto dall’Oriente e permettevano di incontrare e acquisire nuovi modelli religiosi, pensiamo al culto di Mitra o di Iside dall’Egitto o quello di Giove Dolicheno dalla Siria.

Tutti questi culti ponevano l’accento sulla salvezza individuale e avevano fondamenti che erano completamente diversi rispetto a quelli proposti da una religione essenzialmente civica come quella tradizionale di Roma.

Pensiamo ai luoghi di culto di Mitra; essi sono di fatto grotte o comunque luoghi nascosti, dove ci si riuniva in piccoli gruppi.

Nella sola Roma si conoscono circa 40 mitrei tutti con la stessa struttura: panche per i fedeli ai lati e l’immagine del dio vittorioso sul toro nel vano di fondo e un ricco apparato decorativo che aveva il compito di spiegare i simbolismi cosmologici che regolavano l’universo.

È chiaro che i vari culti orientali avevano lo scopo di essere assimilati, ma nei loro luoghi sacri, i loro sacerdoti mostravano l’origine lontana da Roma, pensiamo ad Iside e ai suoi sacerdoti egizi.

È chiaro che questi culti volessero ostentare la loro origine straniera e sottolineare le differenze con una religione, quella romana, così legata alla geografia territoriale.

Tutto cambia con il cristianesimo che si pone come una religione non territoriale, ma universale: quindi se religioni diverse, come quelle di Mitra o Iside, potevano essere facilmente tollerabili e accettabili, perché nonostante tutto avevano una propria regionalità e territorialità, il cristianesimo era da biasimare perché, riprendendo le parole di Origene, “non aveva una sua propria città”.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*