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Filippo l’arabo

Filippo I l’Arabo
Busto di Filippo l’arabo, da Castel Porziano

Carta d’identità

  • Nome: Marco Giulio Filippo
  • Nascita: Shahba, nel 204 circa
  • Morte: Verona, nel 249
  • Famiglia: padre Giulio Marino; moglie Marcia Otacilia Severa; figli Marco Giulio Severo, Filippo, Severina

Origini dell’imperatore Filippo

Filippo nasceva nel 204 d.C. in una città della Traconitide; era figlio di un capo arabo locale di nome Marino, che era divenuto un eques romano. In qualità di prefetto del pretorio delegato accompagna Gordiano III nella sua spedizione in Oriente; alla fine del 243 d.C. diventava prefetto del pretorio a tutti gli effetti al posto di Timesiteo, della cui morte è stato anche ritenuto il sospetto principale.

Accresciuto il suo potere considerevolmente, diede avvio al suo piano per scalzare dal trono il giovane imperatore incolpandolo della scarsità degli approvvigionamenti per i soldati, dovuta al mancato arrivo delle navi granarie. Poco tempo dopo Gordiano morì e perciò l’accusa ricadde sulla testa di Filippo, che in Senato riuscì a difendersi e a dimostrare la sua innocenza, sostenendo che la prematura morte dell’imperatore era da attribuire a cause naturali; addirittura si presentava come il principale sostenitore della divinizzazione del princeps.

Il Senato accolse la richiesta di Filippo, con cui aveva stabilito ottimi rapporti ed accettò la sua richiesta di essere scelto come successore al trono.

Attività politica e accrescimento del potere della famiglia imperiale

La sua prima azione politica fu la firma di un accordo con l’impero dei Persiani; il trattato però era stato raggiunto frettolosamente perché forte era il desiderio del nuovo imperatore di farsi vedere nella città eterna. Comunque le condizioni non si presentavano del tutto sfavorevoli ai Romani: l’Urbe conservava una sorta di controllo sull’Armenia Maggiore ed un controllo diretto sull’Armenia Minore e sulla Mesopotamia fino alla città di Singara, per questo motivo Filippo si attribuì il titolo di Persicus Maximus.

Il suo favoritismo nei confronti dei membri della sua famiglia furono sempre molto evidenti e manifesti: basti pensare che attribuì al fratello Gaio Giulio Prisco e al suocero Severiano i governatorati rispettivamente della Mesopotamia e della Mesia.

La sua intenzione era quella di fondare una nuova dinastia, infatti fece acclamare da subito il figlio Filippo Minore Cesare e Principe della Gioventù e da quel momento tutti i decreti erano firmati congiuntamente dal padre e dal figlio. La moglie, Otacilla Severa, fu insignita del titolo di Augusta e le monete dell’epoca riportano i ritratti della sposa imperiale e del proprio consorte o figlio.

Per accrescere ancora di più il lustro della propria famiglia attribuì onori divini al padre Marino, il cui busto ornava le monete coniate nella città natale di Filippo, elevata a rango di colonia con il nome di Philippopolis.

Campagne militari di Filippo e duplice principato

I Carpi, popolazione dacica, superarono il Danubio; nessuno riuscì ad arrestare la loro avanzata tanto che lo stesso imperatore nel 245 d.C. lasciò Roma per far fronte a questa gravissima minaccia. La presenza imperiale in Dacia nel 246 d.C. è stata confermata dalla concessione alla provincia di battere moneta propria.

Nello stesso anno si dovette fronteggiare anche la minaccia di popolazioni germaniche, forse i Quadi, dal momento che in quel periodo il princeps assunse il titolo di Germanicus Maximus; l’anno successivo, 247 d.C., fu acclamato come Carpicus Maximus dimostrazione del fatto che riportò un’importantissima vittoria sui Carpi, che furono costretti ad implorare il perdono imperiale.

Una volta a Roma l’imperatore, approfittando delle numerose ed importanti vittorie riportate, approfittò per elevare Filippo Minore al rango di Augusto e di pontefice massimo, in modo da acquisire gli stessi poteri paterni, dando avvio ad un duplice principato in termini giuridici ma non di fatto visto la giovane età del “nuovo” Augusto.

Nel 248 d.C. i due Filippi assunsero il consolato insieme, il padre per la terza volta ed il giovane figlio per la seconda, ma il fatto più importante fu un altro: il 248 d.C. era, secondo i calcoli di Varrone (27 a.C.) il millesimo anno di vita di Roma.

L’evento fu celebrato in pompa magna e che ad oggi si riflette nella cospicua emissione monetale che s’è conservata.

Stando alle fonti furono celebrate numerosissime cerimonie religiose tradizionali e furono istituiti una serie di ludi nel Circo Massimo, nella cui arena per la particolare occasione furono portati una serie di animali esotici, radunati precedentemente da Gordiano III per celebrare il suo trionfo persiano, mai avvenuto.

Oltretutto tutte le monete coniate a Roma all’epoca riportano nel loro rovescio diverse figure animali: ippopotami, cervi, leoni tanto per citarne alcuni.

Questa dimostrazione di sfarzo e di ricchezza rientrava nell’ambito della propaganda imperiale che aveva il preciso intento di far credere alla popolazione che Roma sarebbe stata davvero eterna e che niente e nessuno, neppure la crisi che si viveva, avrebbe potuto intaccare questo solido e saldo gigante.

Ma era solo un ottimismo momentaneo e prematuro: infatti nell’anno dei Giochi Secolari in almeno tre province alcuni capi militari assunsero la porpora, continuando la tendenza delle singole guarnigioni ad acclamare imperatore il proprio generale, rendendo sempre più allarmante la situazione del potere imperiale.

Gli anni della crisi e la fine dell’impero di Filippo

Al principio dell’estate le notizie che giungevano a Roma erano sempre più allarmanti: alcune legioni stanziate lungo il Danubio, consce del ruolo fondamentale e dell’importanza che avevano nella difesa del limes, avevano elevato al seggio imperiale un ufficiale di nome Pacaziano: monete, coniate in Moesia, che commemoravano il millenario di Roma, riportavano il busto di questo personaggio.

Questa instabilità ed insurrezione dell’esercito verso il potere centrale non fece altro che spingere i Goti, che non ricevevano il contributo annuale concessogli da Gordiano III, a dilagare lungo i confini e a superare il Danubio occupando la Moesia Inferiore. Ad essi si unirono altre popolazioni germaniche, tra cui i Carpi; però nonostante fossero così numerosi i nemici di Roma furono fermati a Marcianopoli, grazie alle sofisticate macchine d’assedio romane.

Allo stesso tempo la situazione si presentava molto difficile anche in Oriente dove Gaio Giulio Prisco, fratello di Filippo, era stato proclamato praefectus praetorio rectorque orientis (prefetto del pretorio e governatore d’Oriente) divenendo, così, comandante supremo di tutta l’area.

I suoi metodi di governo, però, crearono un forte stato di malcontento e spinsero i soldati a proclamare, nella Siria Settentrionale, un certo Iotapiano nuovo imperatore. A quanto pare Iotapiano aveva rapporti di parentela sia con Severo Alessandro, sia con la case regnante di Commagene.

Prevedendo che Pacaziano ad Occidente e Iotapiano in Oriente avrebbero condotto allo smembramento dell’impero, Filippo, sentendosi con l’acqua alla gola, decise, stando alle fonti, di dimettersi esprimendosi in modo molto amareggiato e sconfitto in Senato.

La proposta fu accolta in silenzio, ma il prefetto dell’urbe Decio si oppose a questa aria di sconfitta prematura, sostenendo che Pacaziano non aveva né le qualità né la forza di poter regnare e che sicuramente sarebbe stato annientato dai suoi stessi uomini: così effettivamente avvenne e tale sorte toccò anche a Iotapiano in Oriente.

Filippo rimaneva preoccupatissimo per la situazione delle province danubiane e per cercare di mettere riparo alla falla ordinò che a capo delle truppe fosse posto Decio, che andava a sostituire Severiano, che era accusato di non fronteggiare con sicurezza i Goti dato che molti suoi uomini erano passati dalla parte dei barbari.

Decio, nuovo comandante supremo in Mesia ed in Pannonia, riportò disciplina nelle sue truppe tanto che i suoi soldati decisero di acclamare lui come nuovo imperatore.

Nonostante le assicurazioni del suo generale, Filippo non si sentiva più sicuro nemmeno di Decio e decise di affrontarlo in battaglia, ma non avendo buone capacità di condottiero e data la sua fragile salute morì combattendo a Verona.

La stessa sorte la subì il figlio, a meno che non si voglia credere all’altro filone della tradizione che narra che dopo la battaglia fu condotto dai pretoriani al campo militare dove lo uccisero.

Informazioni dalle fonti

Se si deve credere ad Eusebio, Filippo sarebbe stato il primo imperatore cristiano di Roma, ma non se ne ha la certezza assoluta. Tutto quello che si può affermare è che, a differenza del suo successore Decio che perseguitò i cristiani, Filippo si mostrò sempre tollerante verso di loro: questa era l’opinione di Dioniso, vescovo di Alessandria che visse durante il suo impero.

Secondo un testo dell’epoca intitolato Al Sovrano, pare che Filippo, seguendo i precetti della filosofia stoica, abbia governato cercando di attenuare le ingiustizie e di far quadrare l’amministrazione del governo.

Cercò di prevenire gli abusi nella gestione del tesoro imperiale e alcuni suoi regolamenti per la salvaguardia dei diritti civili furono mantenuti più tardi da Giustiniano nel suo codice di leggi. Si interessò anche del mantenimento dei monumenti urbani migliorando gli impianti idrici di alcune regioni cittadine.

Sappiano per certo che si adoperò contro qualsiasi forma di ingiustizia messa in atto dai suoi capi militari e dai suoi governatori, ma sulla sua testa rimase sempre la dubbia ombra del sospetto della morte di Gordiano III.

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