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Germani: introduzione

Germani: introduzione a usi e costumi

I Germani

Il termine “ Germani “ fu usato per la prima volta da Giulio Cesare, alla metà del I secolo a.C., per designare una massa di tribù barbariche che abitavano un esteso ambito territoriale, comprendente: il confine del Reno, il Danubio, la Vistola e il Mar Baltico. A Roma, tale termine era usato per indicare una collettività di tribù che erano, invece, molto diverse fra loro etnicamente e culturalmente. L’erronea idea di unitarietà che avevano i romani su queste popolazioni fu rafforzata dall’opera di Tacito “ Germania “, del 98 d.C., nella quale l’autore trasmise l’immagine di un popolo unico di Germani da un punto di vista culturale e politico.

I romani vedevano i Germani come uomini selvaggi e irati, che conducevano una vita semplice e retta, a contatto con la natura e priva di abitudini corrotte, ma nello stesso tempo, pigri e amanti della libertà; secondo loro queste caratteristiche dipendevano dall’ambiente in cui vivevano e, a causa delle basse temperature, il liquido che scorreva nel loro corpo non riusciva ad evaporare, provocando, spesso, stati di eccitazione. La pigrizia li rendeva molli e incapaci di concentrarsi, motivo per cui erano del tutto inetti all’agricoltura.

Generalmente, i romani consideravano i barbari di bell’aspetto, in particolare quelli del nord, di alta statura, biondi e con gli occhi chiari, ma terribilmente sporchi. Essi si lavavano in fiumi freddi, usavano il burro come pomata per i capelli e indossavano pellicce di animali selvatici, lasciando gran parte del corpo scoperto.

Usi e costumi degli antichi Germani

Ma chi erano in realtà i Germani?

Cercare la loro vera origine è un argomento non privo di questioni aperte e di indagini non facili da condurre. Innanzi tutto, il loro nome sembra essere di origini sconosciute. Il termine “ Germani “ è stato fatto derivare da diverse lingue: ebraico, ligure, latino, celtico, germanico, venetico, illirico e antico europeo. Strabone riteneva che i romani, con il termine germanus, avessero voluto distinguere i celti autentici da quelli stanziati sulla sinistra del Reno. Secondo i linguisti, tale termine non è di origine né germanica né latina, inoltre, pare che gli stessi Germani non si autodefinnissero tali, ma che il nome sia stato loro attribuito per primi dai belgi celtici.

Tuttavia, pare che le prime attestazioni dei Germani siano riferibili attorno al 500 a.C., nella cultura di Jastorf dell’Età del Ferro. Jastorf è una località nei pressi di Uelzen, ai margini orientali della brughiera di Luneburgo, nella bassa Sassonia, ed è il luogo di ritrovamenti archeologici che danno il nome a questa cultura. L’area funeraria qui presente si formò fra il VII e il VI secolo a.C.. Grazie alle scoperte archeologiche, si è visto che la cultura di Jastorf si diffuse sul basso Reno, sul medio e basso Oder e sull’ansa dell’Elsa, fino alla zona boema. Il fenomeno è forse originato dalle migrazioni dei gruppi germanici. Molti aspetti simili si ritrovano anche nella cultura degli abitanti della penisola dello Jutland, delle isole danesi, della Scandinavia meridionale e delle isole baltiche adiacenti.

Fino alla fine del IV secolo a.C., presso i Germani , prevalse la pratica funeraria della cremazione dei cadaveri, sostituita, poi, con l’inumazione. Un dato interessante è il rinvenimento di oltre mille cadaveri nelle paludi, che pare risalgano al primo periodo germanico, fino al II secolo d.C.. Non sappiamo, con precisione, se si tratti di sepolture vere e proprie, o di persone morte accidentalmente lì, ma la cosa più importante è che, grazie alla conservazione dovuta alle condizioni del luogo, ci sono pervenuti corpi con ossa ancora circondate da parti molli.

Inoltre, i crani rinvenuti con ancora i capelli, testimoniano l’acconciatura tipicamente germanica, che era il nodo suebo. Altri rinvenimenti mostrano uomini con un cappio intorno al collo, forse vittime di sacrifici a Wotan / Odino. Alcuni cadaveri si presentano coperti da rami intrecciati, forse simbolo di un’usanza tramandata da Tacito, secondo la quale i Germani affondavano nelle paludi i vili, i codardi e coloro che avevano peccato con il proprio corpo, ricoprendoli con graticci di vimini per evitare il possibile ritorno di morti pericolosi.

Un dato interessante è il rinvenimento di crani deformati. Questa usanza era molto diffusa presso i goti, i burgundi, gli alamanni e i bavari e consisteva nel deformare il cranio dei neonati stringendolo con le mani e mettendovi delle bende, così da accrescerne la lunghezza; la testa allungata, infatti, era simbolo di nobiltà e distinzione sociale.

Sebbene i Germani godessero di un’alta e robusta costituzione, i reperti antropologici dimostrano quanto fosse bassa, all’epoca, l’aspettativa di vita. La mortalità infantile era molto elevata e l’età media era attorno ai trent’anni. Le donne morivano molto spesso di parto, anche se erano numerose fra gli anziani. Gli uomini soffrivano di artrosi e di cari dentarie.

Grazie al rinvenimento dei luoghi di inumazione, si è potuto constatare anche la grandezza dei loro stanziamenti abitativi. In un singolo insediamento vivevano fra le duecento e trecento persone, in case molto semplici, sprofondate nella terra, con pali sistemati ad angolo retto e ricoperti di paglia e canne. Il riempimento fra i pali, per le pareti, era di vimini, ricoperti di argilla e intonacati.

Le fonti principali di sostentamento per i Germani erano l’agricoltura e l’allevamento. Sicuramente conoscevano i cereali: grano, orzo e avena, anche se buona parte del cibo proveniva da animali quali bovini, suini, ovini e caprini. Per la coltivazione erano preferiti suoli sabbiosi, perché più facili da lavorare con strumenti in legno, ancora primitivi.

L’albero genealogico delle loro divinità è molto complicato. Cesare voleva raffigurare i Germani come genti selvagge e primitive, che avevano una religione naturale di tipo animistico, con l’unica conoscenza del sole, della luna e del fuoco.

In realtà, il nord scandinavo ci tramanda un pantheon germanico bipartito e il racconto di una battaglia fra due gruppi di divinità: Asi e Vani, con una conciliazione finale. I Vani, da un lato, più vecchi, dispensatori di fertilità, che ammettevano matrimoni fra fratelli e strutture matriarcali, dall’altro gli Asi, giovani e bellicosi, che rifiutavano i costumi dei Vani. A capo degli Asi c’era Wotan / Odino, divinità attorno alla quale si raccoglieva una struttura patriarcale.

Al momento in cui Cesare conquistò la Gallia, giungendo fino al Reno e oltrepassandolo, si rese conto che le popolazioni germaniche non avevano alcun re, ma che erano governate da prìncipi imparentati fra loro e spesso in lotta. Ai margini del mondo celtico-germanico si conservavano, invece, monarchie di vecchio stampo, soprattutto sulle isole britanniche, in Scandinavia, presso i Germani orientali e nell’Europa sud-orientale. I romani tentarono di impedire il ritorno delle antiche monarchie, agevolando e favorendo i prìncipi oligarchici; in seguito, appoggiarono la formazione di regni, se potevano loro stessi scegliere e insediare al potere i prìncipi barbari.

In guerra, i Germani combattevano in formazione mista, i cavalieri su piccoli cavalli, ispidi e arruffati e i fanti si aggrappavano alle criniere degli animali. A causa della scarsità del ferro, non potevano permettersi un equipaggiamento molto fornito, erano infatti rare spade e grandi lance e anche corazze e elmi. Lo scudo era, però, molto importante, quasi tutti i combattenti ne avevano uno dipinto con vari colori. Perderlo era un grave disonore, tanto da non poter più partecipare a cerimonie sacre e assemblee e, in alcuni casi, da istigare al suicidio per impiccagione.

Bibliografia

  • Quast Dieter, Gli Alamanni, in catalogo della mostra Roma e i barbari, 2008 pagg. 316-317.
  • Wolfram Herwing, I Germani , Bologna 2005 pagg. 7-119.

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