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Germano di Costantinopoli

san Germano di Costantinopoli

San Germano

nato nel 634, morto nel 732 

L’uomo allora diventò spirituale,
quando tu diventasti l’abitazione dello Spirito Santo.
Nessuno è pieno della conoscenza di Dio
se non per tuo mezzo, o Madre di Dio […],
a nessuno è stato dato un dono
per pietà se non per tuo mezzo,
o tu che contieni Dio”.

(dala II Omelia sulla Dormizione)

“A Costantinopoli, san Germano, vescovo, insigne per dottrina e virtù, che con il coraggio della fede rimproverò l’imperatore Leone l’Isaurico per aver promulgato l’editto contro le sante immagini”. Con efficace sintesi, il Martirologio tratteggia le linee essenziali del profilo di Germano, assiso alla dignità patriarcale nell’anno 715 su elezione da parte di Atanasio II.

Insieme a Giovanni Damasceno e ad Andrea di Creta (di cui il lettore può reperire le schede biografiche in questo sito), Germano fu convinto e ardente sostenitore della legittimità del culto delle immagini sacre, negli anni in cui aveva iniziato a delinearsi la politica iconoclasta su iniziativa dell’imperatore Leone III l’Isaurico.

Com’è noto, la disputa sulle icone si protrasse per lungo tempo, con alterne vicende e colpi di scena: dal V Concilio di Costantinopoli o Concilio di Hieria, tenutosi nel 754 su iniziativa di Costantino V, che aveva confermato la posizione iconoclasta, sino al VI Concilio di Nicea, svoltosi nel 787 sotto il patrocinio dell’imperatrice Irene, moglie di Leone IV, successore di Costantino V: Nicea ribaltò la sentenza di Costantinopoli, approvando la venerazione delle icone e condannandone la politica di distruzione, in quanto, come testualmente espresso nel pronunciamento finale, “l’onore reso all’immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto”. Nonostante la sentenza conciliare, forte e tenace rimase l’opposizione dei detrattori, tanto che occorrerà giungere all’843, durante il pontificato di Gregorio IV, per assistere alla definitiva messa al bando della prassi iconoclasta.

Germano pagò duramente e di persona la propria presa di posizione in favore del culto dovuto alle immagini raffiguranti le Persone di Cristo, di Maria e dei Santi: venne, infatti, scomunicato nell’ambito del Concilio di Hieria, sopra citato, e costretto ad un lungo e doloroso esilio, per ottenere piena riabilitazione solo nel Concilio niceano del 787, indetto con il particolare appoggio dell’Imperatrice, devota fedele delle sante icone. Amarezze e sofferenze contraddistinsero, dunque, l’esistenza del patriarca costantinopolitano nei durissimi anni di una delle controversie che maggiormente scossero il mondo bizantino.

Appartenente a famiglia patrizia – il padre aveva ricoperto importanti incarichi durante il regno di Eraclio (610-641), ma cadde poi in disgrazia a motivo di un suo presunto coinvolgimento in una congiura avente lo scopo di porre fine al disastroso regno di Costantino III -, Germano fu avviato molto presto alla carriera ecclesiastica tra i chierici di Santa Sofia e, nel periodo compreso tra il 705 e il 711, fu insignito della dignità vescovile sulla metropoli di Cizico. Se il suo nome si associa più di frequente alla disputa iconoclasta, non bisogna tuttavia dimenticare che Germano ebbe modo anche di confrontarsi con la spinosa questione posta dal monotelismo (detto anche “eresia di Sergio”), in base alla quale nella Persona di Gesù Cristo doveva ritenersi presente una sola volontà, ossia quella divina, a differenza della posizione cattolica, per cui in Gesù, accanto ad un’operatività divina, vi fu costantemente una volontà umana: gli anni della maturazione personale e spirituale del futuro patriarca si dispiegarono, infatti, sullo sfondo del terzo Concilio di Costantinopoli, tenutosi tra il 680 e il 681, che espresse formale condanna nei confronti dell’eresia monotelita.

Autore di numerosi scritti di vario genere – dal trattato teologico al testo omiletico, dalle lettere alla poesia -, nella maggior parte dei casi andati perduti, Germano redasse sette Omelie in onore di Maria Madre di Dio, che sono considerate tra i massimi capolavori della produzione mariologica di tutti i tempi: non a caso, brani di esse si ritrovano menzionati in rilevanti documenti ecclesiastici, quali la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus, con cui nel 1854 il papa Pio proclamò il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo, o, ancora, nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen gentium, emanata dal Concilio Vaticano II.

Le Omelie, redatte per la celebrazione di ricorrenze speciali (la Presentazione di Maria al Tempio, la solennità dell’Annunciazione, la solennità dell’Assunzione o Dormizione della Vergine, la dedicazione del tempio mariano di Costantinopoli ove era custodita la preziosa “cintura” della Vergine), sono di notevole bellezza contenutistica e di rilevante importanza letteraria, anche per il riverbero che in essi si avverte dell’influenza di scritti apocrifi quale, ad esempio, il Protoevangelo di Giacomo. Come bene esplicitato nell’introduzione del volume Germano di Costantinopoli. Omelie mariologiche, a cura di Vittorio Fazzo (Città Nuova Editrice, Roma 1985), i punti salienti della mariologia dell’autore sono la sua “immunità da ogni macchia di peccato, la sua Assunzione al cielo e la sua costante intercessione” (p. 24 op.cit.).

L’eccelsa santità della Vergine viene esaltata da Germano con accenti incantevoli: “Ave, o tu che sei il trono di Dio, offerta divina, casa della gloria, splendore bellissimo, gioiello scelto, universale propiziatorio, cielo che narra la gloria di Dio, oriente che fa spuntare una luce intramontabile […]. Ave, Maria, piena di grazia, più santa dei santi, più gloriosa dei cherubini, più onorata dei serafini, venerabile al di sopra di tutta la creazione” (1). La santità di Maria ridonda a vantaggio degli uomini, in quanto Ella è “l’urna tutta d’oro” nella quale è contenuto il Salvatore del genere umano, Gesù Cristo. La Divina Maternità è, dunque, il fondamento del ruolo di Maria nei confronti dei redenti: “Siccome tu hai presso il Figlio tuo l’ardire e la forza di una madre, con le tue preghiere e le tue intercessioni salvi e riscatti dalla punizione eterna noi, che siamo stati condannati dai nostri peccati e non osiamo neppure guardare verso l’altezza del cielo” (2).

Madre pura e incontaminata, al termine della sua vita terrena viene assunta nella gloria del cielo dal Figlio che, in tal modo, rileva Germano, intende ricompensarla per il fatto di averGli permesso di incarnarsi e di nascere fra gli uomini. Innalzata al sommo fastigio della gloria, tuttavia, la Madre di Cristo non può dimenticarsi di coloro per i quali Gesù ha dato la vita: “Anche se partisti – dice Germano -, non ti separasti dal popolo cristiano. Tu che sei vita di una simile incorruttibilità, non ti allontanasti da questo mondo corruttibile; al contrario tu sei vicina a coloro che ti invocano. Coloro che fedelmente ti cercano, ti troveranno” (3).

L’esaltazione della bellezza spirituale di Maria, creatura umana elevata prodigiosamente ai confini della divinità, comunica anche a noi oggi un messaggio importante, come posto in luce da Benedetto XVI in una sua catechesi dedicata alla figura di Germano di Costantinopoli: “C’è una certa visibilità di Dio nel mondo, nella Chiesa, che dobbiamo imparare a percepire” (4).

Nonostante le molteplici brutture che rischiano di offuscare la nostra visuale.

Note

  • (1) La citazione, tratta dall’Omelia per la Presentazione, è riportata sul sito http://www.mariedenazareth.com/15166.0.html?&L=4, cui si rimanda vivamente il lettore per approfondimenti sulla storia della mariologia dall’epoca patristica sino ai giorni nostri.
  • (2) Citazione tratta da In sanctae Mariae zonam (http://www.mariedenazareth.com/15172.0.html?&L=4).
  • (3) Citazione tratta dall’Omelia per la Dormizione (http://www.mariedenazareth.com/15170.0.html?&L=4).
  • (4) La citazione è tratta dal testo della catechesi del Sommo Pontefice, reperibile all’indirizzo http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090429_it.html

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