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Giacinto

Giacinto, bellissimo fanciullo amato dal Vento dell’Occidente ( Zefiro, secondo Pausania ), dal mitico cantore della Tracia Tamiri, ma soprattutto da Apollo, per mano del quale fu ucciso involontariamente e poi trasformato nel fiore che da lui prende nome.

Apollo e Giacinto. Andrea Appiani ( 1798 – 1800 ca )
Apollo e Giacinto. Andrea Appiani ( 1798 – 1800 ca )

Genealogia di Giacinto

Apollodoro tramanda due differenti genealogie: Giacinto sarebbe stato figlio della Musa della storia Clio ( ”colei che rende celebri” ) e del re macedone Pierio ( o Piero ) – la cui unione fu opera di Afrodite, che intendeva in tal modo vendicarsi della Musa che aveva denigrato e disprezzato l’amore della dea per Adone -, oppure di Amicla ( figlio di Lacedemone – eponimo dell’omonima regione della Laconia e a sua volta figlio di Zeus e di una delle sette Pleiadi, Taigete – e Sparta, figlia di Eurota ) e Diomeda (1).

Le Muse erano le nove sorelle ‘ che del canto si danno pensiero nei petti e intatto da pena hanno il cuore […], e, mandando dalla bocca amabile voce, cantano, e celebrano le leggi e i saggi costumi di tutti gli immortali, levando la deliziosa voce’ (2), generate dal re degli dèi Zeus e la dea della memoria Mnemosine, cui Zeus si unì per nove notti (3).  Igino ed Ovidio lo vogliono invece figlio del re di Sparta Ebalo (4).

Il mito di Giacinto

Giacinto fu oggetto d’amore da parte di Tamiri (5), anch’egli giovane di straordinaria bellezza e musico eccezionale, a tal punto sicuro della propria bravura da sfidare le Muse in una gara musicale: secondo i patti, se queste fossero risultate vincitrici, avrebbero potuto sottrarre a lui quel che volevano, in caso contrario a Tamiri sarebbe spettato il privilegio di poter giacere con tutte loro. Naturalmente la gara fu vinta dalle Muse, che punirono la sfrontatezza del cantore privandolo sia della vista sia della capacità di suonare la cetra.

Non a caso l’iconografia lo rappresenta con in mano una lira spezzata. Fu questo, secondo la tradizione, il primo amore omosessuale che la storia conobbe (6).

Un giorno, mentre Giacinto stava giocando al gioco degli anelli – gioco che consisteva nel lanciare degli anelli di ferro che dovevano infilarsi in un palo infisso nel terreno – assieme ad Apollo, Zefiro, geloso dell’amore tra i due, fece in modo che i suoi soffi deviassero la traiettoria del disco lanciato dal dio, così che andò a colpire mortalmente la testa del giovane.  Nella narrazione ovidiana la triste morte di Giacinto sarebbe stata uno sciagurato incidente: nel corso di una gara di lancio tra Apollo e Giacinto, costui, spinto dal gusto del gioco, corse a raccogliere il disco scagliato nell’aria dal dio, ma l’urto col suolo fu a tal punto forte e violento da far rimbalzare il disco contro il volto del fanciullo, provocandone la morte. Apollo, folle d’amore per Giacinto, per il quale, pur di seguirlo ovunque stava trascurando ogni sua attività, lasciando persino Delfi senza nume tutelare, tentò, ricorrendo a tutte le sue abilità mediche, di guarire e tamponare la brutta ferita, ma invano.

”Frodato del fiore di giovinezza, tu, Ebàlide, ti spegni”
dice Febo, ”ed io vedo questa tua ferita che mi accusa.
Specchio del mio dolore, questo sei! Colpevole della tua morte
è questa mano mia, a ucciderti io sono stato!
Ma è una colpa la mia? Sempre che si possa chiamare colpa
l’aver giocato, o chiamare colpa l’averti amato.
Oh, se potessi almeno pagare con la vita e con te
morire! Ma poiché la legge del destino me lo vieta,
sempre nel cuore t’avrò e sempre sulle mie labbra sarai.
Ti celebreranno i miei canti al suono della lira
e in te, rinato fiore, porterai scolpiti i miei lamenti”.


La morte di Giacinto. Benjamin West ( 1771 )

La metamorfosi di Giacinto

Dal sangue di Giacinto sparso sul suolo Apollo fece sbocciare un fiore simile al giglio ma dal colore purpureo, proprio come il suo sangue, e col suo stesso nome, giacinto, sui petali dei ‘malinconici giacinti sacri a Febo’ (7) lo stesso dio incise le lettere del suo cordoglio, AI AI, esclamazione di dolore, o la lettera Y, abbreviazione di Yakinthos, affinché si conservasse memoria eterna del giovane e della profonda sofferenza del dio per la sua morte. Secondo altre tradizioni (8) il giacinto sbocciò dal sangue di Aiace Telamonio, toltosi la vita dopo essere caduto in uno stato di terribile follia in seguito alla contesa con Ulisse per il possesso delle armi di Achille.

A livello iconografico Giacinto è spesso raffigurato con fattezze d’ermafrodito; non a caso Igino ( fabula 271 ) lo cita tra gli efebi più belli, assieme ad Adone, amato da Venere, Endimione, amato dalla Luna, Ganimede, amato da Giove, Narciso, che amò se stesso, Atlantio, figlio di Mercurio e Venere chiamato Ermafrodito, Ila, amato da Ercole, e Crisippo, rapito da Teseo.

foto – Giacinto immagine 2 – Giacinto sul cigno di Apollo. Pittore d’Akestorides ( 480 – 470 a. C. ). Circolava una tradizione – della quale Filostrato il Giovane ( Immagini, 14 ) è stato il primo ad aver tramandato – secondo cui Apollo concesse a Giacinto di salire sul suo carro guidato da cigni per andare in tutte le terre a lui care. In questa coppa attica sembra essere raffigurata l’apoteosi del giovane, a seguito della sua prematura dipartita, in groppa ad un cigno e con in mano un fiore, forse proprio il giacinto.

Il culto di Giacinto

Il principale centro di culto di Giacinto era situato ad Amicle, presso Sparta, dove, attorno il 530 a. C. ca, venne eretto un trono in onore di Apollo, il cui interno custodiva la tomba di Giacinto, raffigurato anche sul fregio alla base del trono in apoteosi, mentre ascendeva al cielo (9). È qui che ogni anno si celebravano, con solenni processioni, le feste di Giacinto, le Giacinzie ( dette anche Giacinte o Iacinzie ), nelle quali venivano rievocate la sua morte e la sua rinascita floreale.

Nello svolgimento dei riti il culto di Giacinto era affiancato a quello di Apollo, tanto che in un secondo tempo ai due iniziò ad essere riservato un unico culto. Le feste duravano tre giorni, durante i quali vigeva il rispetto dell’ ekecheirìa ( ?????????? ), vale a dire la sospensione di qualunque attività bellica: il primo giorno si celebravano riti e sacrifici in onore di Giacinto, commemorato con banchetti che ricordavano i banchetti funebri, mentre negli altri due giorni si tenevano cortei di carri riccamente addobbati, processioni di fanciulle, canti con flauto e conviti ai quali erano ammessi anche gli schiavi. Le donne, inoltre, portavano in dono un chitone che avevano tessuto durante l’anno, e prendevano parte ad una processione notturna in onore del dio e del fanciullo.

Curiosità

‘Apollo et Hyacinthus’ è il titolo di un libretto di Mozart ( il primo da lui scritto in giovanissima età ), strutturato in tre atti, che si differenzia dal mito originario poiché elimina il tema dell’amore omosessuale, Apollo qui ama non già il bel Giacinto ma la sorella Melia.

Note

  • (1) Biblioteca I, 3, 3; III, 10.
  • (2) Esiodo, Teogonia, 60 ssg.; il numero nove riferito alle Muse compare, prima di Esiodo, solo in Odissea, XXIV, 60, ma in entrambi i poemi omerici viene invocata un’unica divinità ispiratrice. Dunque Esiodo può ritenersi l’inventore della loro tradizione: Clio – ”colei che rende celebri” -, Euterpe – ”colei che rallegra” -, Talia – ”la festiva” -, Melpomene – ”la cantante” -, Tersicore – ”colei che ha diletto nella danza” -, Erato – ”colei che suscita desideri” -, Polimnia – ”ricca di inni” -, Urania – ”la celeste” -, Calliope – ”che ha bella voce”.
  • (3) Nell’antichità era tradizione ritenere un parto plurimo frutto di concepimenti distinti ( Aristotele, De generatione animalium, V, 5 ), in particolare nel caso di una nascita gemellare: ad esempio i Dioscuri, dei quali Castore, in quanto figlio di Tindaro, era mortale, mentre il gemello Polluce era nato da Zeus ( Iliade III, 236 ssg.; Pindaro, Nemee X, 112 ssg.; Apollodoro, Biblioteca III, 10, 6 ssg., e 13, 7 ssg. ), o Eracle ed Ificle, l’uno figlio di Zeus e l’altro di Anfitrione ( Esiodo, Scudo 1 – 56; Apollodoro, Biblioteca II, 4, 7 – 8; Igino, Favole 29 ).
  • (4) Igino, fabula 271; Ovidio, Metamorfosi X, 162 ssg., ove uno degli appellativi di Giacinto è proprio il patronimico Ebalide.
  • (5) La figura del mitico cantore, figlio di Filammone e della ninfa Argiope, viene ricordata in Iliade II, 594 ssg., e Platone, Repubblica 620a.
  • (6) Secondo altri si trattò invece di Teseo e Crisippo.
  • (7) Nonno, Dionisiache 3, 155 ssg.
  • (8) Si vedano la Piccola Iliade e Pindaro.
  • (9) Pausania III, 19, 3 – 4.

Bibliografia

  • Anna Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina.
  • Apollodoro, Biblioteca, I, 3, 3; III, 10.
  • Ovidio, Metamorfosi, X, 162 – 219; la traduzione dei versi è tratta dalla pagina web: www.miti3000. it
  • Igino, Fabulae.
  • Nonno di Panopoli, Dionisiache, 3, 155 ssg.
  • Pausania, Descrizione della Grecia, III, 19, 3 – 4.

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