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Giovanni “Nino” Lamboglia

Giovanni "Nino" Lamboglia

Giovanni Nino Lamboglia, padre dell’archeologia subacquea italiana

Nino Lamboglia può essere definito un archeologo poliedrico, perché i suoi interessi furono ampi e riguardarono

  • topografia
  • toponomastica ligure
  • restauro
  • epigrafia
  • preistoria
  • archeologia classica
  • archeologia medievale
  • archeologia subacquea

Giovanni Lamboglia, detto Nino, nacque ad Aurigo (Imperia) il 7 agosto del 1912, nel 1933 si laureò in lettere presso l’Università di Genova con una tesi dedicata alla topografia della Liguria dal titolo “La topografia dell’Ingauna nell’antichità”. (1)

Nel 1932 fondò ad Albenga la Società Storico-Archeologica Ingauna, che aveva il compito di studiare le origini Albium Ingaunum (Albenga) e Albium Intemelium (Ventimiglia) ed i primi scavi archeologici effettuati da lui furono proprio quelli presso i municipi romani di “Albingaunum” e “Albintimilium”.

L’Istituto Internazionale di Studi Liguri

Istituto Internazionale di Studi Liguri

Nino Lamboglia fu il fondatore, l’organizzatore e il direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri che aveva sede presso il Museo Bicknell, fondato a Bordighera nel 1883 da Clarence Bicknell, tale istituto era nato come centro studi e congressi ed infine come biblioteca.

Il Museo alla morte del suo fondatore fu lasciato al Comune di Bordighera, che però non ne ebbe cura. Di conseguenza Edward Berry (nipote di Clarence Bicknell) riprese in mano il museo, che divenne un ente autonomo gestito da un’Amministrazione inglese. Nel 1923 divenne Biblioteca Internazionale e Museo Bicknell, nome dettato dal fatto che Edward Berry portò all’interno dell’edificio nuove collezioni.

Dopo la morte di Edward Berry, avvenuta nel 1930, la direzione dell’Ente fu ereditata dalla moglie, la quale, nel 1937 nominò Giovanni Lamboglia Commissario Straordinario del Museo Bicknell, affidandogli il compito di riorganizzare l’aspetto amministrativo e scientifico. Egli trasferì nel museo la Sezione Ingauna e Intemelia della Regia Deputazione di Storia Patria per la Liguria e nel 1941 vi creò l’Istituto di Studi Liguri, che nel 1947 divenne Internazionale.

Grazie a Lamboglia gli interessi dell’Ente iniziarono a comprendere l’ambito preistorico, romano, medioevale e creò collaborazioni con la Francia e la Spagna.

L’Istituto Internazionale organizzò diversi scavi archeologici e numerosi convegni di carattere preistorico, classico e medievale. Da tali scavi, convegni e ricerche nacquero diverse pubblicazioni, tra cui la “Rivista di Studi Liguri”; quella sugli “Studi Genuensi” o la “Forma Maris Antiqui”. La bibliografia di Lamboglia è cospicua, essa infatti consiste sia in articoli scritti per varie riviste, ma anche in monografie.

Di quest’ultime la più importante è “Gli Scavi di Albintimilium e la cronologia della ceramica romana” pubblicata nel 1950, in cui vengono illustrati gli scavi ad Albintimilium e gli studi sulla ceramica romana trovata negli stessi scavi; si possono ricordare anche la “Liguria Romana” del 1938 e la “Liguria antica” del 1941, in cui Lamboglia trattò le origini dei Liguri. (2)

Le campagne di scavo di Lamboglia

Lamboglia condusse diversi scavi archeologici, ne possiamo ricordare alcuni tra i più celebri: quelli preistorici dei Balzi Rossi; delle Arene Candide e di Finale Ligure; quelli romani di Ventimiglia; quelli cristiani del Battistero di San Calocero o quelli medievali presso la chiesa di San Lorenzo a Varigotti.

Negli anni cinquanta in Italia lo scavo archeologico non era vissuto come una priorità dagli archeologi, Lamboglia invece aveva una visione diversa dell’archeologia. Infatti, seconda tale visione, bisognava dare più valore all’archeologia e di conseguenza studiare con la stessa attenzione qualsiasi tipo di materiale a qualunque epoca esso appartenesse e inserirlo nel suo contesto cronologico esatto. Doveva cambiare anche il modo di studiare i siti archeologici,applicando un metodo scientifico e riconosciuto a livello universale, sto parlando del metodo stratigrafico.

“Una volta stabilito, come è stabilito, che la vita in ogni sua manifestazione legata al suolo ha una sua continuità ed una sua ragione di persistenza, si tratta di scoprire nel suolo i vari anelli di questa continuità e di separarli l’uno dall’altro in modo da scorgerne e da individuarne gli aspetti diversi e gli aspetti comuni, in modo da tracciare la parabola cronologica attraverso i secoli, per cui ogni oggetto ed ogni fenomeno umano hanno un loro posto ed un loro significato nel tempo. Tutto questo non è teorico o fantastico, sta scritto nella reale sovrapposizione del terreno, e l’archeologo deve saperne vedere coi propri occhi le cause e gli effetti, naturalmente al momento stesso dello scavo, prima che il libro vada distrutto. Di qui l’elementare nozione di “stratigrafia”, che è parola oggi in voga ed un poco una nostra insegna di battaglia, e l’esigenza di identificarla, rilevarla, disegnarla ed interpretarla senza errori e senza negligenze.” (3)

L’approccio di Lamboglia allo studio di popoli antichi era pluridisciplinare, infatti egli prevedeva per la ricostruzione della storia di un sito in primo luogo lo scavo stratigrafico, ma anche lo studio geo-topografico ed etnico-linguistico del sito stesso.

Il restauro secondo Lamboglia

Lamboglia si occupò anche di far restaurare importanti monumenti e manufatti. Egli, infatti in veste di restauratore, interveniva direttamente sulla epidermide dei monumenti, rimuovendo ogni eventuale strato di intonaco che era stato sovrapposto nel corso degli anni alla superficie originale, con il fine ultimo di far riemergere la fase medievale di quegli edifici.

Nel 1970 pubblicò “I monumenti medioevali della Liguria di ponente”, egli era interessato recupero degli affreschi medievali e tutto ciò che non risaliva a quella determinata fase doveva essere tolto se impediva la visibilità di edifici o decorazioni più antiche.

Lamboglia restaurò anche edifici di altri periodi come il palazzo Peloso-Cepolla del XVII secolo; quello della cappella barocca Galleani a Ventimiglia o palazzo Arnaldi a Finalborgo. Alcuni di questi interventi portarono al recupero di affreschi medioevali: come quelli della facciata del palazzo vescovile di Albenga; e ancora quelli dei Bisacci nel santuario dell’Assunta a Piani d’Imperia o la Crocifissione di Giovanni Canavesio nella loggia comunale ad Albenga.

Lamboglia dal 1970 al 1977 insegnò archeologia medievale presso la Facoltà di Lettere all’Università di Genova.

Epigrafia, Toponomastica e Topografia

Nei primi anni della sua carriera Lamboglia condusse studi anche sull’epigrafia; infatti nel 1931 a soli diciannove anni scrisse un articolo su un’epigrafe romana trovata a Villa Faraldi (Imperia).

Anche la toponomastica e la topografia storica della Liguria furono tra gli interessi del Professore. Infatti, come già menzionato precedentemente, il tema della sua tesi di laurea trattava la topografia Ingauna.

Infine è importante ricordare la collaborazione che legò Giandomenico Serra (studioso di toponomastica dell’Italia) con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, e quindi anche con il Nostro, insieme al quale nel 1946 pubblicò e diresse la collana “Dizionario ditoponomastica ligure”.

Archeologia subacquea

Nino Lamboglia lavorò nel campo dell’archeologia sottomarina dal 1950 al 1977, anno della sua prematura scomparsa. Nel 1957 Lamboglia fondò ad Albenga il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina (CSAS). Il compito del Centro era: migliorare i metodi e la tecnica di lavoro e di avviare sistematiche indagini, rilevamenti e campagne di scavo nelle acque liguri e in altri siti del mediterraneo.

Il CSAS promosse diverse campagne di scavo: le prime furono quelle intorno alla nave romana di Albenga che iniziarono nel 1950; seguirono quelle del 1958 sul relitto di Spargi; da ricordare sono anche quelle sul relitto A del Capo Graziano di Filicudi, che ebbero inizio dal 1960.

Il Centro non si occupò di studiare solo navi antiche, ma anche siti archeologici più complessi e di diversa natura come quello di Baia, località estiva dell’aristocrazia romana, scavi intrapresi a partire dal 1959. Gli interventi non si limitarono all’Italia, ma interessarono anche la Spagna con diversi scavi come quello del 1970 sul relitto del Sec, a Palma di Maiorca.

Le ultime campagne intraprese dal Centro furono quelle del 1975 del relitto di Diano Marina.

Nel 1986 il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina smise di esistere e venne sostituito dallo STAS (Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea), poi diventato Sezione Tecnica per l’Archeologia Subacquea Presso il Servizio I – Patrimonio archeologico della Direzione Generale per i Beni Archeologici, Ministero per i beni e le Attività Culturali.

Purtroppo una tragica morte pose fine alla vita e all’attività di Nino Lamboglia, che morì nel porto di Genova il 10 gennaio del 1977, mentre era in viaggio per la Sardegna, accompagnato dal suo autista Giacomo Martini. (4)

Giovanni "Nino" Lamboglia
Lamboglia insieme al suo gruppo di ricerche a bordo del Cycnus

Note

  • 1 F. Pallarés, 1977, p. 483.
  • 2 F. Brusasca, D. Gandolfi, F. Pallarés, 1977, pp. 25-105.
  • 3 N. Lamboglia, 1955, pp. 291-294.
  • 4 T. O De Negri, 1977, p. 680.

Bibliografia

  • F. Brusasca, D. Gandolfi, F. Pallarés, Bibliografia di Nino Lamboglia, in “Rivista di StudiLiguri”, XLIII, 1-4, gennaio-dicembre 1977, pp. 25-105.
  • T. O. De Negri, Nino Lamboglia, in “Atti della società ligure di storia patria”, nuova serie, XVII, Genova, 1977, pp. 680-687.
  • N. Lamboglia, Concetto e metodi dell’archeologia in Liguria, in “Rivista di Studi Liguri”, XXI, 3-4, luglio-dicembre 1955, pp. 289-297.
  • N. Lamboglia, La costituzione del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, in “Rivista di Studi Liguri”, XXIV, 3-4, luglio-dicembre 1958, pp. 392-393.
  • F. Pallarés, Nino Lamboglia, in “Studi etruschi”, XLV, III, 1977, pp. 483-487.
  • R. Petriaggi, Nino Lamboglia, l’archeologia subacquea e la burocrazia: luci ed ombre di unrapporto tormentato, in “Archaeologia maritima mediterranea”, 4, Pisa-Roma, 2007, pp. 37-43.

Referenze fotografiche

  • Foto n. 1, R. Petriaggi, “Archaeologia maritima mediterranea”, 4, 2007, p. 39.
  • Foto n. 2, da http://www.istituticulturali.it/generaNews.jsp?id=46
  • Foto n. 3, R. Petriaggi, “Archaeologia maritima mediterranea”, 4, 2007, p. 32.

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