Giovenale

  nome: Decimo Giunio Giovenale (50-127 d.C. ca.) Semper ego auditor tantum? Numquamne reponam uexatus totiens rauci Theseide Cordi? (da: Satira I) Vissuto nel periodo compreso fra i regni di Traiano e di Adriano, Decimo Giunio Giovenale fu voce poetica tonante e dissonante rispetto alla cultura e al costume del proprio tempo e nell’assunzione di tale orientamento forse non è estranea anche una serie di eventi autobiografici. E’ noto, infatti, che il poeta avesse intrapreso in gioventù gli studi in vista della professione dell’avvocatura, ma tale strada non gli aveva arriso fortuna, per cui egli si era trovato a non

Giovenale 

nome: Decimo Giunio Giovenale (50-127 d.C. ca.)

Semper ego auditor tantum?
Numquamne reponam uexatus
totiens rauci Theseide Cordi?

(da: Satira I)

Vissuto nel periodo compreso fra i regni di Traiano e di Adriano, Decimo Giunio Giovenale fu voce poetica tonante e dissonante rispetto alla cultura e al costume del proprio tempo e nell’assunzione di tale orientamento forse non è estranea anche una serie di eventi autobiografici. E’ noto, infatti, che il poeta avesse intrapreso in gioventù gli studi in vista della professione dell’avvocatura, ma tale strada non gli aveva arriso fortuna, per cui egli si era trovato a non poter raggiungere l’indipendenza desiderata e a riporre, invece, la propria speranza per il futuro negli uomini d’influente posizione sociale presso i quali visse come cliens.

Il senso di rabbia legato alla sua personale vicenda acuì in Giovenale una lucida e spietata attitudine verso il contesto socio-culturale in cui egli era immerso e nel quale scorgeva con chiarezza i segni dell’autodistruzione. I tempi non erano più quelli del fervore che aveva contraddistinto la prima età imperiale, in particolare durante il regno di Augusto, promotore di un’ampia iniziativa di restaurazione degli antichi costumi sui quali si erano basate la solidità e la magnificenza dell’impero romano; ora la società si era più rilassata e, ovunque il poeta volgeva il proprio sguardo, si potevano vedere corruzione e disordine morale. Certo, è lecito pensare che, dovendo sperimentare sulla propria pelle la fatica di un vivere quotidiano particolarmente disagiato, Giovenale esprimesse una percezione forse esasperata della realtà, ma come non dargli torto, se si pensa che i problemi da lui lamentati sono, in fondo, quelli nei quali si dibatte l’uomo contemporaneo?

Nelle sedici Satire, di lui pervenute, il poeta si scaglia con particolare ferocia contro il malcostume imperante nella società romana del tempo, soprattutto contro alcuni vizi che ne stavano pesantemente corrodendo la coesione: l’avidità di denaro, la brama di mettersi in mostra, l’adulazione clientelaristica allo scopo di ottenere favori, la ricerca del lusso e dello sfarzo anche di contro alle proprie effettive possibilità, la dissolutezza di cui davano prova molte donne, così pericolosamente lontane dall’ideale della matrona di altri tempi, tutta casa e famiglia (1). L’impietoso quadro tratteggiato da Giovenale rimanda, del resto, al complesso delle caratteristiche assunto dal contesto sociale dell’Impero in un’epoca nella quale esso si era ormai definitivamente aperto ad orizzonti diversi e più ampi di quelli storicamente possibili durante il periodo compreso tra la fine della respublica e i primi anni del principato: Roma era ormai una città cosmopolita, aperta all’influenza di molte correnti di pensiero provenienti dall’estero, e i membri della classe dirigente non erano più esclusivamente gli appartenenti all’aristocrazia terriera, ma provenivano anche dalle file del ceto mercantile.

Insomma, era in atto ormai da tempo un rivolgimento della mappa dei valori un tempo considerati intangibili in quanto facenti parte del mos maiorum e lo stesso Giovenale pare, in fondo, esserne consapevole: la sua indignazione, che non risparmia nulla e nessuno, non si prefigge lo scopo di indurre un cambiamento della situazione. La satira di Giovenale, infatti, a differenza di quella di altri autori, non ha una finalità moralistica e ciò non fa altro che rendere più pungente la rappresentazione dello stato delle cose. L’astio con cui il poeta bolla i vizi della Roma imperiale decretò il successo della sua opera in particolare presso gli scrittori cristiani dei primi secoli ma, durante la sua vita, rischiò di costargli davvero caro: nella sua furia ed astiosa denuncia del degrado morale che vedeva intorno a sè, Giovenale arrivò ad urtarsi con l’imperatore Adriano in persona, del quale, in una delle satire aveva menzionato la passione omosessuale per i giovani fanciulli. Non è noto se vi fossero state conseguenze e sanzioni per il poeta, intorno al quale, nella tarda antichità, alcune fonti riferiscono di una condanna all’esilio; è certo, però, che le notizie su Giovenale si perdono proprio in concomitanza con gli anni del regno adrianeo.

Approfondimenti

Il lettore desideroso di conoscere più da vicino l’autore e di leggere le sue composizioni può trovare utili risorse in rete, ad iniziare dal testo integrale delle Satire sul sito della Latin Library http://www.thelatinlibrary.com/juvenal.html

Una guida tematica ai contenuti dei singoli testi si può leggere all’indirizzo http://it.wikipedia.org/wiki/Satire_(Giovenale), mentre sul sito http://www.la-poesia.it/antichi/latini/giovenale/giovenale-indice.htm è possibile leggere le Satire in traduzione italiana.

Note

  • 1) In non pochi dei ritratti di donne dell’antica Roma proposti nel novero delle schede “Personaggi” reperibili nel sito, le notizie e i giudizi più caustici che ci sono pervenuti risalgono, non a caso, alla penna di Giovenale!
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