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Giulia Minore

giulia-minore

nome: Vipsania Giulia Agrippina (19 a.C. – 28/29 d.C.)
origini: dinastia giulio-claudia
famiglia: figlia di Marco Vipsanio Agrippa e di Giulia maggiore; nipote di Ottaviano Augusto

“Di tanti scrittori non ne vedo neanche uno che sia stato rovinato dalla sua vena poetica: l’unico che si trova sono io […]. Anch’io il mio sbaglio l’ho commesso con uno scritto composto ormai da tempo: recente è la pena, non la colpa per cui la subisco […]. E’ un castigo molto differito quello che ricade su di me per un libro di tanti anni fa: un lungo tempo separa la pena dall’occasione in cui l’ho meritata”.

Che cosa accomuna il celebre poeta Ovidio, autore dei versi citati, e Vipsania Giulia Agrippina, detta Giulia Minore, nipote di Augusto? E, soprattutto, qual è la “colpa” a cui si accenna nel testo, per la quale Ovidio fu condannato da Augusto medesimo alla pena dell’esilio nella lontana Tomi, sul Mar Nero?

Si tratta di un interrogativo per certi versi ancora aperto, la cui soluzione è stata intravista in alcune particolari circostanze della vita di Giulia, singolarmente coincidenti con quelle del percorso esistenziale del poeta.

Ma procediamo con ordine. Giulia, detta “Minore” per distinguerla dalla madre, era nata e cresciuta nell’ambito della dinastia augustea, ricevendo un’educazione consona al suo rango: ma, come sovente accade anche nelle migliori famiglie, la natura, sospinta più dagli esempi che dalle parole, tese a prendere il sopravvento sugli insegnamenti ricevuti. Come la sventurata genitrice, autentica disperazione del padre Ottaviano Augusto, così anche Giulia, infatti, diede ben presto prova di dissolutezza di costumi, intrecciando una relazione adulterina con Decimo Giunio Silano e venendo meno alla fedeltà coniugale nei confronti del marito, il console Lucio Emilio Paolo, al quale era andata in sposa nell’anno 4 a.C.

Forse alla luce dell’esperienza avuta con la figlia, più probabilmente in seguito alle leggi moralizzatrici che aveva fatto approvare, ma secondo alcuni studiosi per l’incidenza anche di ragioni di carattere politico (Giulia, oltre che licenziosa, avrebbe partecipato ad un gruppo cospiratore contro il princeps), Augusto, questa volta, non tardò a prendere provvedimenti e, subito dopo aver avuto notizia del tradimento della nipote, la fece arrestare e la condannò all’esilio, confinandola alle odierne isole Tremiti. Correva l’anno 8 d.C., un vero e proprio annus horribilis anche per Ovidio, di cui si è fatto cenno, il quale pure fu colpito da un ordine di relegazione, a Tomi appunto, dove compose i suoi memorabili Tristia (“tristezze”).

Che cosa indusse Augusto ad assumere un’iniziativa tanto severa?

Ovidio non fa esplicita menzione della culpa che meritò una tale punizione (Tomi era una località lontanissima da Roma e, per di più selvaggia e frequentemente percorsa dalle razzie delle popolazioni locali) e che amareggiò profondamente l’ultima parte della sua vita. Secondo le ipotesi storiografiche elaborate sulla base dell’analisi delle fonti, le probabile chiavi di interpretazione potrebbero essere due, e strettamente collegate fra loro: 

  • Ovidio si sarebbe fatto tramite, o, comunque, sarebbe stato testimone, della relazione extra-coniugale di Giulia con Decimo Silano: un fatto meritevole di riprovazione alla stessa stregua del comportamento dei due amanti in quanto, in simili casi, la legge emanata da Augusto prevedeva l’obbligo di denuncia;

 

  • oppure, in virtù della stesura e della pubblicazione delle sue opere, in particolare dell’Ars amatoria, opera di successo tra il pubblico femminile, il poeta si sarebbe reso corresponsabile, agli occhi di Augusto, della diffusione in Roma di una mentalità libertina e disinvolta, diametralmente opposta a quella casta e morigerata che si addiceva ad una matrona.  

Insomma, sia in modo diretto oppure, indirettamente, con i suoi versi, Ovidio avrebbe svolto il ruolo del “corruttore” e Giulia, fedele lettrice, ne sarebbe stata influenzata a violare gli obblighi coniugali per cercare una maggiore libertà. Una ricostruzione senza dubbio verosimile, anche se, come sempre accade nei casi in cui non si può controllare la veridicità di un asserto dalle parole del diretto protagonista, non esiste certezza inossidabile sull’effettivo andamento dei fatti.

Il lettore interessato potrà, ovviamente, approfondire la vicenda, consultando le fonti e confrontando gli studi che su di esse sono stati proposti; tuttavia, ad un primo, semplice sguardo, non sfugge il contrasto tra la severità del castigo comminato e l’evoluzione del costume sociale nella Roma del tempo: certo fu giusto promuovere leggi e sanzioni che contrastassero l’infedeltà tra i coniugi, la dissipazione e la sfrenatezza, ma la sensazione che se ne ricava è quella di un sostanziale ritardo dell’iniziativa.

Si trattò di un provvedimento ipocrita e puramente di facciata? Oppure Augusto volle cercare di vincere in extremis una causa ormai ampiamente già persa, come quella della moralità pubblica e privata in epoca imperiale?

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