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Giulio Cesare: vita e opere

Giulio Cesare: vita e opere

Vita di Giulio Cesare

Caio Giulio Cesare nasce nel 100 a.C., è coetaneo di Pompeo e Cicerone. Egli era parente di Mario da parte di madre e apparteneva a una famiglia di antichissimo lignaggio, la gens Iulia, che pretendeva di discendere da Iulo, figlio di Enea. La sua famiglia, all’epoca, era illustre, ma non molto potente e quindi egli dovette accontentarsi di seguire un cursus honorum del tutto normale, ma per far fronte alle ingenti spese rese necessarie dalla sua ambizione, si legò a Crasso, l’uomo più ricco di Roma all’epoca.

Nel 68 a.C. fu eletto questore, nel 65 edile, nel 63 pontifex maximus. Lo stesso anno prese parte al processo contro Catilina come giurato; ormai Cesare è uno dei principali esponenti del partito dei populares, la fazione capeggiata un tempo da Mario e che adesso annovera coloro che pretendono un allargamento del potere politico e giudiziario all’esercito di professione, ai cavalieri e alla plebe.

Nel 60 a.C. viene stipulato il I triunvirato (rinnovato nel 56 a.C. a Lucca): un accordo privato fra Cesare, Pompeo e Crasso che nasce da una temporanea convergenza di interessi fra i tre (Pompeo avrebbe sostenuto l’elezione a console di Cesare, egli avrebbe fatto ridistribuire la terra ai veterani di Pompeo e ridotto a un terzo le tasse che gli appaltatori delle province orientali dovevano versare allo Stato favorendo, in questo modo, il ceto equestre al quale apparteneva Crasso).

Da questo accordo, Cesare ricavò l’elezione a console nel 59 a.C., nel 58 ottenne il proconsolato dell’Illiria e della Gallia Cisalpina (al di qua delle Alpi) e Narbonense (Francia meridionale). Il mandato ottenuto da Cesare non prevedeva alcuna espansione territoriale, ma egli prese a pretesto lo sconfinamento da parte di Elvezi e altre tribù germaniche, che mettevano in pericolo la sicurezza dei popoli romanizzati. Così Cesare intraprese un ampio disegno di conquista del territorio celtico, che era una regione ricchissima di materie prime e di schiavi e che poteva essere aperta ai commerci romani senza alcun intralcio.

Dal 58 al 52 a.C. si succedono, dunque, le campagne galliche che si conclusero con la sottomissione delle popolazioni ivi presenti. Nel 51 a.C. Cesare lascia la Gallia per tornare a Roma carico di ricchezze, a capo delle truppe più forti dell’impero e intenzionato a candidarsi nuovamente al consolato. Ciò provocò molti malumori e invidie da parte dell’aristocrazia che trovò un alleato in Pompeo, il quale consigliò i senatori di stabilire che i candidati alle magistrature dovessero essere personalmente presenti in città per essere eletti e quindi Cesare avrebbe dovuto lasciare le sue legioni e presentarsi a Roma come privato cittadino.

Non essendo disposto a cedere alle pressioni dei suoi avversari, il 10 gennaio del 49 a.C. varcò il fiume Rubicone, presso Rimini, che era il confine del pomerium (il terreno limitrofo alle mura della città) stabilito da Silla e oltre il quale non si poteva entrare in armi: chiunque lo avesse fatto era considerato nemico dello Stato. In questo modo Cesare dichiarava guerra al Senato. Egli, infatti, marciò fino a Roma senza incontrare ostacoli.

Pompeo e i senatori fuggirono in Grecia per raccogliere un esercito e ufficiali. Dopo alcune vittorie pompeiane, la guerra si concluse a Farsàlo, in Tessaglia, nell’agosto del 48 a.C., dove Cesare sconfisse l’esercito di Pompeo che ripiegò in Egitto, sperando di ottenere aiuto dal re Tolomeo XIII, che governava il paese insieme alla sorella e moglie Cleopatra. Ma il sovrano d’Egitto, sperando di acquistare meriti presso il vincitore e mal consigliato dai suoi funzionari di corte, che abusavano del loro potere a causa della giovane età del sovrano, fece uccidere Pompeo. Cesare considerò questo come un atto di viltà e fece uccidere Tolomeo per far regnare Cleopatra, dalla quale era rimasto affascinato, tanto da fermarsi per venti mesi alla sua corte.

Gli ultimi focolai di pompeiani furono sconfitti nel 46 a.C. a Tapso, in Africa e nel 45 a.C. a Munda, in Spagna. A quel punto Cesare era il padrone incontrastato di Roma e veniva quindi meno la base dell’antica legalità repubblicana secondo cui le cariche erano elettive e temporanee.

Tuttavia egli restò al potere per poco: alle Idi di marzo del 44 a.C. fu ucciso nella Curia romana (secondo le fonti ai piedi della statua di Pompeo), per opera di congiurati capeggiati da Bruto e Cassio, il primo figlio adottivo di Cesare e il secondo uno dei pompeiani da lui graziati. Gli aristocratici non gli perdonavano di aver distrutto le basi costituzionali della repubblica e di appoggiarsi alla plebe con atteggiamenti da sovrano orientale.

Nel breve periodo di governo cesariano, a Roma ci furono importanti novità: venne esteso il diritto latino alle province dell’impero, furono stanziate numerose colonie di veterani, furono rimpinguate le casse dello Stato limitando le ridistribuzioni pubbliche di grano.

Roma nel I secolo a.C.

Dopo l’ultima guerra punica (149-146 a.C.) l’assetto politico-economico di Roma cambiò radicalmente. La figura del cittadino-soldato entrò in crisi e piccoli e medi proprietari terrieri romani erano usciti impoveriti dalle guerre, mentre nobili ed equites avevano rafforzato il loro status economico e politico, procacciandosi appezzamenti di terra sempre più grandi e controllando gli scambi commerciali e gli appalti delle tasse pagate dalle province.

Affluivano schiavi dai territori conquistati cosicchè, alla piccola e media proprietà contadina, si sostituì la grande azienda agricola, incentrata sulla manodopera schiavile (dieci anni dopo la fine delle guerre puniche, in Sicilia, si scatenò la prima vera e propria rivolta servile, seguita da una seconda alla fine del secolo; la terza e più devastante rivolta di schiavi avvenne, però, fra il 73 ed il 71 a.C. ad opera di Spartaco e fu repressa da Crasso e Pompeo).

Fra 90 e 88 a.C. scoppiò la guerra sociale che Roma sedò soltanto concedendo ai soci (gli alleati) la cittadinanza romana e con l’ascesa di Gaio Mario, un homo novus di origine plebea, l’esercito di popolo si trasformò in esercito professionale permanente; egli durante la guerra contro Giugurta (112-105 a.C.) arruolò schiere di nullatenenti prima esclusi dalla leva: in questo modo scompare il contadino-soldato che combatte per la patria e si afferma il soldato di professione che combatte per il proprio generale.

In seguito a questa trasformazione si apre l’età delle guerre civili che porteranno all’irreversibile crisi della repubblica: la prima è quella fra Mario, generale con forte ascendente sui ceti popolari e Silla, esponente del ceto aristocratico e senatorio, divenuto dittatore fra 82 e 78 a.C.

Dopo la morte di Mario e, successivamente, quella di Silla, la scena fu occupata da Pompeo, legato al ceto aristocratico senatorio. Egli si era distinto in importanti imprese: vittoria sul generale Sertorio in Spagna (ultimo focolaio di seguaci di Mario che si erano rifugiati in terra iberica e combattevano per la libertà della Lusitania, attuale Portogallo) (72 a.C.), repressione della rivolta di Spartaco (71 a.C.), liberazione del Mediterraneo dai pirati che lo infestavano (67 a.C.), vittoria su Mitridate re del Ponto (63 a.C.). Fra il 63 e il 62 a.C.

Roma fu teatro della congiura di Catilina, un nobile decaduto bramoso di ricchezze e di potere. Egli, essendosi già candidato due volte a console, ma non essendo riuscito ad ottenere la carica, decise di prendere il potere con la forza, sfruttando il moto di protesta delle classi più disagiate, che già da tempo serpeggiava a Roma e nel resto d’Italia. Una volta catturati, i compagni di Catilina furono condannati a morte e uccisi nel carcere mamertino. Presso Pistoia i ribelli guidati da Catilina e Manlio furono sconfitti dall’esercito romano.

Produzione letteraria di Giulio Cesare

L’esordio letterario di Cesare è assai precoce. Svetonio tramanda che, quando Cesare era molto giovane, scrisse un poemetto su Ercole e una tragedia su Edipo. Tacito ne tramanda anche poesie amorose e ancora Svetonio ricorda che scrisse il poemetto Iter: una descrizione poetica del viaggio in Spagna, in seguito al quale sconfisse gli ultimi pompeiani.

Le opere sopra citate sono andate perdute e hanno un valore marginale. Più rilevante è invece il trattato linguistico De analogia, in due libri (andato anch’esso perduto): era fondato sulle teorie linguistiche propugnate dai grammatici ellenistici di Alessandria e raccomandava agli scrittori la consuetudo, ossia la preferenza di pochi termini scelti e garantiti, invece che molti e arbitrari, anche a costo della ripetizione e della monotonia.

Sappiamo che Cesare si distinse molto nel panorama dei discorsi forensi, ma anche le sue orazioni sono andate perdute.

Le sole opere conservateci sono i commentari sul:

  • De bello Gallico in sette libri
  • De Bello Civili in tre libri

Scopo dei commentari di Giulio Cesare

I commentari di Cesare hanno funzioni diverse:

  • documentazione ufficiale
    molto di più nel De Bello Gallico si trovano tracce di lettere al Senato, relazioni di ambasciatori al comandante in carica e persino residui di espressioni burocratiche, che costellano lo stile asciutto di Cesare, fatto di un uso frequente dell’ablativo assoluto e del discorso indiretto
  • testo storiografico
    fin dai tempi di Erodoto (V secolo a.C.) la storia appartiene di diritto alla letteratura e, come tale, lo storico può introdurre all’interno del racconto anche discorsi mai sentiti, per spiegare determinati concetti oppure plasmare i fatti, o anche deformarli per particolari usi retorici
  • giustificazione del proprio operato
    sia in Gallia che contro Pompeo
  • esaltazione delle proprie imprese
    anche se in modo velato usando la terza persona per non autocelebrarsi di fronte al Senato, ma servendosi di accorgimenti narrativi, come la descrizione di un nemico molto più forte e meglio armato di lui per evidenziare quanto sia stata difficile la vittoria.

Bibliografia

  • -Gori Massimo-Menghi Martino, Vivae voces, Milano 2000, pagg. 2-15, 86-88

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