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Guerre Daciche

Le Guerre Daciche

L’imperatore Traiano condusse due campagne militari in Dacia (odierna Romania) nel 101-102 e nel 105-106. Le guerre furono riportate da Cassio Dione nel libro LXVIII della sua Storia Romana (1) e dallo stesso Traiano che, a somiglianza di Cesare, intese lasciare il ricordo delle sue imprese attraverso la composizione dei Commentarii de bello dacico.

Quest’opera, che sarebbe stata fondamentale per la comprensione dell’intera guerra, per lo meno secondo l’ottica romana, è però andata perduta, tranne un solo brevissimo frammento riportato da Prisciano, un erudito del VI sec. d.C. Molte informazioni sono fortunatamente deducibili dalle raffigurazioni scolpite sulla Colonna eretta nel Foro di Traiano nel 113 d.C.

Breve storia della Dacia e motivazioni della guerra

I Daci, popolazione di stirpe tracia, presenti in particolare nel territorio intorno ai Carpazi meridionali a partire dalla metà del II sec. a.C., nel I sec. a.C. consolidarono la loro posizione estendendosi verso le zone a nord del Danubio e della Tracia (l’attuale punta sud-orientale della Penisola balcanica). Grazie anche alle numerose vittorie riportate sulle popolazioni vicine, riuscirono a creare una grande potenza che in pochi decenni mutò l’assetto politico della regione danubiana e cominciò a creare seri problemi politici ai Romani.

Questi ultimi già conoscevano le qualità belliche dei Daci dato che li avevano combattuti tra il 112 e il 109 a.C. e sia Cesare che Augusto avevano meditato un’azione nel loro territorio, in entrambi i casi non portata a termine. La situazione si inasprì sotto Domiziano (85-89 d.C.) che provvide a domare momentaneamente una serie di rivolte portate avanti dal re dacico Decebalo che nell’85 aveva cercato di occupare la provincia romana della Mesia.

Dopo alcuni scontri con esito alterno, il conflitto si concluse con una pace fra Romani e Daci, frutto non di una soluzione militare bensì di un compromesso politico: venne concessa la corona reale al re barbaro che, a sua volta, si impegnava a inviare un sussidio di denaro a Roma.

Questa situazione di potenziale pericolo per la sicurezza dell’impero venne risolta fra il 101 e il 106 da Traiano che, a detta di molti storici, prese a pretesto l’ipotesi che Decebalo stesse preparando una nuova avanzata per giustificare l’allestimento di una guerra di così vasta portata.

Con tali premesse, il conflitto sarebbe dovuto rientrare nei limiti di un mero imperialismo difensivo per arginare le continue incursioni nemiche ma in realtà, oltre a intenti espansionistici verso l’Oriente, prevalevano soprattutto motivazioni economiche e socio-politiche: infatti, la presenza nella regione di numerosi giacimenti auriferi avrebbe incrementato le non elevate riserve d’oro presenti nelle casse dello stato, favorendo una soluzione ai problemi finanziari di Roma.

Prima campagna delle Guerre Daciche

L’imperatore lasciò l’Italia nel 101 e, muovendo verso il Danubio, si stanziò con l’esercito a Tibiscum (odierna Timisoara). Il suo obiettivo era quello di consolidare il territorio occupato attraverso un’avanzata lenta e metodica e per mezzo della costruzione di fortificazioni, depositi di provviste e presidi. Di lì a poco presso Tapae avvenne una feroce battaglia tra i due eserciti, considerata il principale combattimento di tutta la guerra dacica.

Tale scontro, sebbene sia tradizionalmente interpretato come una grande vittoria romana, in realtà dovette essere di esito alquanto incerto. Subito dopo, infatti, Traiano occupò solamente la regione del Banato e Decebalo poté continuare a difendere l’accesso alla capitale del suo regno, SarmizegethusaRegia.

Durante l’inverno fra il 101 e il 102 d.C. il re dacico, contando sull’apporto degli alleati Roxolani, tentò di portare la guerra nella provincia imperiale della Mesia. La linea difensiva romana non resistette ma i castra legionari seppero invece reggere l’urto del nemico e, con l’arrivo dei rinforzi capeggiati dallo stesso imperatore, le forze dei Daci e dei Roxolani subirono una pesante sconfitta.

Il Tropaeum Traiani, un grande monumento circolare di tipo funerario situato ad Adamklissi, eretto intorno al 107 e visibile ancora oggi, seppur in gran parte ricostruito, fu probabilmente realizzato per commemorare l’esito di questi scontri e più in generale la vittoria finale.

Dopo aver fermato gli attacchi dei Daci in Mesia nei dintorni di Novae, i contingenti romani iniziarono l’inseguimento dei nemici in fuga fin oltre il Danubio. Le forze romane riuscirono a penetrare nella valle del fiume Aluta (attuale Olt). Decebalo, scosso dall’avanzata nemica, inviò all’imperatore alcune ambascerie di pace alle quali, da parte romana, parteciparono il prefetto del pretorio Tiberio Claudio Liviano e Lucio Licinio Sura, uno fra i più stretti collaboratori di Traiano.

Le condizioni imposte dai Romani furono, però, durissime in quanto miravano alla resa incondizionata di Decebalo e pertanto la guerra continuò. Traiano decise di dividere l’esercito e di continuare la sua avanzata in territori montani, riuscendo a recuperare anche le insegne che erano state prese nell’86 alle truppe di Cornelio Fusco, prefetto del pretorio di Domiziano.

La pianura, nel frattempo, era battuta dalla cavalleria guidata da Lusio Quieto e al cui interno erano presenti alcuni cavalieri ausiliari mauri. Dopo aver conquistato numerose fortezze montane, l’imperatore e il suo esercito arrivarono a Sarmizegethusa Regia: Decebalo, per risparmiare alla città gli orrori di un assedio decise di arrendersi. Traiano tentò di trasformare la Dacia in uno stato cliente per proteggere i confini settentrionali delle province danubiane.

In base alle condizioni di pace, i Daci dovettero subire l’insediamento di guarnigioni romane nel loro territorio, consegnare tutte le armi, distruggere le mura, cedere alcuni territori all’impero e rinunciare a una politica estera autonoma. Traiano all’inizio del 102 poté, quindi, tornare a Roma dove ottenne il meritato trionfo e assunse il titolo di Dacicus mentre le monete allora coniate celebrarono la Dacia victa. Nonostante fosse stato dichiarato vassallo dell’Impero Romano, il trionfo fu celebrato, di fatto, ex invicta gente, cioè su un popolo non sconfitto, per ammissione degli stessi contemporanei ai fatti (2).

Seconda campagna delle Guerre Daciche

Il tentativo di portare la Dacia nell’orbita politica di Roma fallì di lì a poco. Nel 105, infatti, l’esercito dacico attaccò le guarnigioni romane presenti nel territorio annesso da Roma durante la prima guerra e Traiano, intuendo il pericolo della nuova situazione, si impegnò nuovamente di persona nel condurre le ostilità. La partenza avvenne da Roma con il successivo imbarco dal porto di Ancona per l’attraversamento del Mare Adriatico. Traiano impiegò tutto l’anno 105 per liberare le guarnigioni assediate e nel 106 diede inizio alla definitiva invasione della Dacia.

Grazie alla costruzione di un ponte, progettato da Apollodoro di Damasco, architetto di fiducia e ingegnere militare di Traiano, tra il 103 e il 105 vicino la città di Drobetae (odierna Drobeta-Turnu Severin), l’esercito romano superiore per numero e per organizzazione logistica poté attraversare il Danubio. Il ponte, il più grande mai costruito durante l’impero (3), era lungo complessivamente 1126 metri ed era formato da venti piloni di pietra, di cui sono ancora oggi visibili dei resti. Attraversato il Danubio, i Romani penetrarono rapidamente nel cuore del regno dacico e ne riconquistarono così la capitale.

Consapevole dell’imminente sconfitta, il re nemico nascose il tesoro della casa reale all’interno del letto del fiume Sargetias situato nelle vicinanze del suo palazzo, deviandone momentaneamente il corso, credendo che in questo modo avrebbe potuto evitare che l’esercito romano lo scoprisse. Tuttavia i Romani, grazie alle rivelazioni fatte da un prigioniero compagno di Decebalo di nome Bikelis, trovarono il nascondiglio e riuscirono a recuperare il bottino che tra le altre cose servì a finanziare la costruzione del complesso monumentale del Foro di Traiano.

Decebalo preferì darsi la morte piuttosto che arrendersi, cadere vivo in mano romana e subire l’onta di seguire il vincitore incatenato dietro il carro trionfale. Nell’agosto del 106 la guerra fu dichiarata conclusa dai Romani. La popolazione dacica superstite fu deportata a Roma insieme agli armenti e la regione fu trasformata nella provincia romana della Dacia Traiana con capitale Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegethusa, che esprimeva nel proprio nome la brama personale di vittorie dell’imperatore.

La zona fu rapidamente e intensamente romanizzata e la provincia creata da Traiano, comprendente le regioni storiche della Transilvania, dell’Oltenia e del Banato, fu governata da un legato imperiale di rango pretorio con sede nella capitale. Traiano nel 107 tornò a Roma dove celebrò un trionfo e fece inserire in calendario 117 giorni di ludi che si svolsero nell’arco di tre anni.

Questa fu l’ultima grande operazione di conquista nella storia dell’Impero Romano e la romanizzazione
della Dacia fu tanto profonda che il paese porta oggi il nome di Romania e vi si parla una lingua neolatina.

Note

  • 1) Di questo libro rimangono unicamente riassunti e brevi brani integrati dallo storico bizantino Giovanni Xilifino e, nel caso delle guerre daciche, un’epitome d’epoca bizantina: in particolare, si veda Storia Romana, 68, 6, 1 e ss.
  • 2) Plinio, Epist., 8, 42, 2.
  • 3) Purtroppo è andato perso il libro scritto da Apollodoro su questa costruzione ma qualche notizia ne abbiamo dalle fonti scritte indirette come Cassio Dione, Storia romana, 68, 13, 1-2.

Bibiliografia

  • F. FESTA FARINA (a cura di),Tra Damasco e Roma: l’architettura di Apollodoro nella cultura classica, Roma 2001.
  • M. GRANT, Gli imperatori romani, Roma 2004.
  • G. A. POPESCU (a cura di), I Daci, Milano 1997.
  • F. SILVERIO, La Colonna Traiana, Roma 1989.

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