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Horti Sallustiani, la grande aula adrianea

I “venerdì di Archeorivista” tornano alle visite archeologiche dopo aver “visitato” nelle scorse tre settimane la ponderosa Relazione del commissario all’archeologia romana Roberto Cecchi e, prima, l’“archeologia del colore” dei restauri della Basilica di San Francesco di Assisi; in precedenza c’era stata la diversione territoriale a Pompei, con i ritorni ai siti romani dell’“Opus sectile di Porta Marina” di Ostia e delle “Terme di Caracolla”. E’ ora di scendere negli ipogei.

Horti Sallustiani, la grande aula adrianea

Lo faremo ricominciando con gli ambienti dell’edificio negli Horti Salulustiani, il vasto parco monumentale che si estendeva tra il Quirinale e il Pincio, ricco di vegetazione e padiglioni. Era in posizione dominante per la conformazione collinare, oggi i resti sono a un livello inferiore a quello stradale. Hanno la caratteristica di far parte di un complesso di un ente privato, l’Unioncamere, abbiamo seguito dei Convegni dell’associazione non nella parte monumentale, che risulta peraltro utilizzata per particolari circostanze. Si presta perché il suo cuore è un’ampia aula a cupola.

L’inizio con Cesare, la fine con Alarico

L’appuntamento con il gruppo di www.info.roma.it , al quale ci uniamo anche questa volta, è a Piazza Sallustio, non è lontana Via Veneto, e non lo sono neppure le Mura Aureliane, siamo nel cuore della topografia della Roma moderna, allora era una zona suburbana. Il livello è di quindici metri circa al di sotto, come avviene normalmente per i resti ipogeici, si accede per una cordonata.

L’archeologa Adelaide Sicuro, che come al solito guida il gruppo, fa il consueto inquadramento storico: il popolo dell’archeologia è molto paziente, si interessa alla ricostruzione del mondo di allora, non vuole bruciare le tappe della visita, ma arrivarci preparato e poi centellinarla.

Diremo solo che prendono il nome dallo storico Caio Sallustio, vissuto nel periodo 86-35 avanti Cristo; ne fu il proprietario con un acquisto molto discusso perché sospettato di usare fondi illeciti; il primo proprietario era stato Giulio Cesare. La vicenda di Sallustio fu assai tormentata, ebbe un processo per concussione e fu condannato a una multa pesantissima, si parla di un milione di sesterzi. In un certo senso si riscattò scrivendovi le “Storie” e “La congiura di Catilina”. Gli Horti, che alla sua morte passarono al nipote, poi finirono al demanio, sembra sotto Tiberio; si susseguirono lavori di ampliamento, soprattutto nel II secolo con Adriano e nel III con Aureliano, il quale per potervi cavalcare fece realizzare una maneggio abbellito dal “Porticus miliariensis”.

Vespasiano volle adibirli all’uso pubblico, era un imperatore molto popolare, riceveva la gente nei suoi appartamenti, così diventarono una succursale del Palatino. Anche Nerva li utilizzò, anzi morì proprio nella villa su cui gravitavano i giardini e le vaste aree circostanti. Erano prediletti dagli imperatori che li preferivano al Palatino perchè potevano così uscire dalla città caotica senza allontanarsi troppo, e inoltre erano vicini ai “castra pretori”, le guarnigioni che davano sicurezza.

Nemmeno gli Horti ebbero una felice conclusione, come i loro primi proprietari, il Cesare degli Idi di Marzo e il Sallustio della condanna infamante; del resto, seguirono la sorte di tutto quanto fosse suburbano, esposto alle invasioni barbariche e poi alle scorrerie, lo abbiamo visto pure per le Terme di Caracalla. Nel saccheggio dei Goti di Alarico, il 410 dopo Cristo, il lussuoso edificio fu devastato e non vi furono interventi di recupero, perché la città si arroccò nel nucleo centrale.

I resti dell’edificio mostrano che era appoggiato a una collina ed era realizzato in laterizio, il materiale ritenuto più resistente, alcune lastre sono datate 126 dopo Cristo, l’epoca di Adriano.

La grande aula con la volta adrianea

Ad Adriano rimanda la grande copertura a volta in unico aggetto, realizzata con assetto e materiali particolari per alleggerirla, ricordiamo la concezione di quella del Pantheon, anche se quest’ultimo, con i suoi 40 metri di diametro, più della cupola di San Pietro, è enormemente più grande. Questa ha il diametro di poco superiore ai 10 metri, ed è un capolavoro di armonia ed equilibrio; la derivazione dal Canopo di Villa Adriana a Tivoli risulta evidente.

Nella vasta area degli Horti, com’è logico, c’erano padiglioni sparsi, non siamo in una Domus chiusa all’esterno. C’era anche un’insula per la residenza dei tanti che vi lavoravano. Le ipotesi si materializzano nelle parole dell’archeologa, per diventare immagini ci vorrebbe una ricostruzione virtuale come quella realizzata da Piero Angela e Paco Lanciano a Palazzo Valentini, sotto la sede della Provincia di Roma che ha promosso un intervento creativo di rara efficacia.

Ciò che è rimasto è importante anche dal punto di vista costruttivo, e al riguardo l’archeologa suggerisce di visitare l’esedra di Villa Adriana dove c’è un “vero e proprio manuale dell’evoluzione architettonica romana, compresa la copertura a volta, grande esperimento di cui fu artefice l’imperatore”; tecnica del tutto sconosciuta all’epoca dell’antico proprietario Sallustio, per cui quella cui abbiamo accennato deve risalire all’epoca di Adriano, non di Sallustio o Cesare.

Discesa la cordonata per i quindici metri di dislivello, entriamo nell’area dei tre corpi di fabbrica. Ci troviamo dinanzi all’ingresso, a lato due pilastri e tracce di colonne per sorreggere un timpano triangolare, c’era una terrazza sopra al padiglione, e forse anche una basilica con il colonnato.

Prima il vestibolo con la piccola volta a botte, poi ecco la grande aula. I muri di sostegno sono in “opus lateritium”, fatto solo di mattoni, materiale più resistente per reggere la volta; sopra si trova anche l’“opus mixtum” con il reticolato, più leggero. La meticolosa descrizione dell’archeologa richiama l’attenzione sui fori che punteggiano le pareti, evidenti tracce del rivestimento che doveva essere in “opus sectile”: si tratta della più preziosa rifinitura interna, più costosa delle pitture.

L’intarsio marmoreo aveva costi elevatissimi, sia perché i marmi di diversi colori e grande pregio venivano dall’estero, sia per la lavorazione molto più onerosa dei marmi ordinari: ne abbiamo parlato nel “venerdì di Archeorivista” con la visita all’“Opus sectile di Villa Marina” di Ostia, ricostruito nel Museo dell’Alto medioevo all’Eur di Roma, e perfettamente conservato nella sua originaria magnificenza. Guardando le immagini a corredo di quella visita si può immaginare anche come i rivestimenti in “opus sectile” dessero a questo ambiente un’eleganza e un lusso strepitosi.

Non sorprende che nulla sia rimasto di tale rivestimento, è una costante: l’“Opus sectile di Villa Marina” si è conservato a seguito della circostanza, provvidenziale per i posteri, che l’intero rivestimento crollò in fase di realizzazione, forse per una furia iconoclasta o altro; è il mistero su cui si sofferma il racconto della visita e la ricostruzione della vicenda, ed essendo stato immediatamente insabbiato non fu oggetto delle spoliazioni come per tutti gli altri reperti simili.

A parte le razzie, nei secoli passati vi era libertà di prelevare i reperti venuti alla luce negli scavi effettuati nel corso dei lavori per la costruzione di edifici: Scipione Borghese viene ricordato come colui che prelevò una grande quantità di colonne ed altri preziosi reperti romani. La memoria popolare ha fissato le spoliazioni nel detto “quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.

Ma torniamo alla grande aula, con due ampie finestre, dopo l’atrio che si supera attratti dal fascino che presenta la sua armonia architettonica. La larghezza è all’incirca pari alla sua altezza, chiusa da una volta a cupola con spicchi misti piani e concavi, a “conchiglia”; mentre i riquadri del Pantheon, come si sa, sono fatti di materiali leggerissimi fino alla pomice e appaiono tutti uguali. Nella parte superiore, oltre al diverso materiale più leggero, è utilizzato il rivestimento di stucco, per alleggerire il peso dell’ardita copertura: la larghezza di poco più di dieci metri non ha altri sostegni.

Nelle pareti ci sono delle nicchie, con a lato incassi per le mensole, alcune furono chiuse dopo la costruzione; anche per il loro contenuto di allora la ricostruzione virtuale che auspichiamo ne darebbe un’immagine spettacolare. Il gruppo di visitatori lavora di fantasia ad evocarla.

Gli altri ambienti che fanno parte del complesso

Alla rotonda che costituisce il fabbricato principale sono uniti altri corpi, sulla sinistra e sulla destra. Il secondo settore dà nel vano che si collega a sinistra, c’è una doppia volta con un’intercapedine praticabile; non se ne conosce il motivo, l’archeologa si avventura in una serie di ipotesi. Penetrando ancora di più all’interno si incontra una sala rettangolare che ha una nicchia centrale in fondo; poi un ambiente con volta a crociera. Lo scopo era avere uno spazio da poter aggiungere all’aula principale allorché non conteneva tutti gli invitati ai banchetti che vi si svolgevano.

L’archeologa parla anche di Vitruvio, seguendo le indicazioni del famoso architetto dell’antichità l’esposizione è a Sud ovest. La sua fama nel grande pubblico si deve soprattutto all’“uomo vitruviano”, cioè la visualizzazione leonardesca dei suoi studi sulle proporzioni dell’essere umano, che l’artista inquadrò nel cerchio e nel quadrato con le misure appunto di Vitruvio; quest’ultimo, proprio perché il disegno era il suo modo normale di esprimersi, in questa circostanza eccezionale volle descrivere soltanto, fornendo l’“assist” a Leonardo che era solito coniugare disegni e parole.

Come dell’“opus sectile”, anche dell’“uomo vitruviano” abbiamo dato conto – precisamente in www.abruzzocultura.it – e ci piace fare questi riferimenti che sono il cuore e il pane della cultura, dove non esistono compartimenti stagni ed è utile fornire indicazioni per rapidi approfondimenti.

Tornando alla stanza collegata all’aula, si vede perfettamente la tecnica costruttiva per alleggerire il peso della volta: dove arrivano i mattoni, dove ci sono le formelle di terracotta quadrate, dove gli archi di scarico per le due piccole cupole.

Nel terzo settore, un’area semicircolare, si notano due originali aperture con un’antica scalinata verso il piano superiore, naturalmente perduto del tutto. In alto sporgeva una terrazza con una serie di archetti in muratura. Si vedono anche i resti delle mensole. Si distinguono tre porte e tre finestre. Siamo nell’insula che un tempo ospitava gli addetti alla manutenzione e ai servizi innalzandosi anche per 5 piani. Così si arriva alla parte dell’edificio semi incassata nella collina. Andando oltre si nota che è unito ai muri di case oggi abitate, dove sono tracce della muratura e materiali romani.

Restano pochi metri quadrati di pavimento a mosaico in bianco e nero, ritenuto allora di scarso valore, per cui è rimasto, a differenza dei marmi dell’“opus sectile”, tutti asportati. Nelle pareti dei vani diversi dalla grande aula in “opus sectile” resti di modeste pitture con finte architetture.

Oltre agli interni, che erano decorati con i marmi preziosi o con le pitture di cui si è detto, anche l’esterno si presentava in modo molto diverso da oggi perché non erano i mattoni nudi ma intonacati a bugnato, è una caratteristica generale che è sempre bene tenere a mente.

I reperti e le opere d’arte provenienti dagli Horti

Gli Horti sallustiani occupavano una superficie molto vasta, quindi oltre all’edificio principale e ai padiglioni sparsi c’erano molte altre presenze di grande valore storico e artistico, alcune delle quali sono state conservate e sono visibili in aree diverse da quella che abbiamo fin qui visitato.

Si possono trovare in zone edificate al di sotto di palazzi realizzati in epoca moderna, come la monumentale Cisterna degli Horti sotto gli edifici in Via Bissolati; sopra c’è il Collegio germanico e questo ha impedito ulteriori esplorazioni togliendo riferimenti necessari alle indagini per ricostruirne la storia; la cisterna ha diversi vani che comunicano tra loro con corsie parallele lunghe più di trentacinque metri e alte oltre tre metri, con un livello inferiore dalla volta più bassa posto a sostegno. Non l’abbiamo potuta vedere, ci resta il ricordo della monumentale gigantesca “Cisterna Basilica” di Istanbul, una foresta pietrificata sotterranea con colonnati e sorprendenti cariatidi.

Tornando agli Horti, passiamo dal Collegio germanico all’Ambasciata americana per trovare altri reperti: nei suoi sotterranei i resti di un porticato istoriato da dipinti del terzo secolo dopo Cristo. Spigoliamo tra via Lucullo, dove c’è un muro con delle nicchie che doveva essere stato parte di un ninfeo e piazza Fiume con i resti di un giardino romano, fino a via Veneto con un muro e un’antica lastra di granito; diciamo questo solo per dare un’idea della loro vastità.

Il meglio deve ancora venire. Ci riferiamo al celebre “Trono Ludovisi” e al cosiddetto “Acroito Ludovisi”, testa di dea di un “Tempio di Venere Erycina” molto antico, intorno al 180-185 avanti Cristo ricompreso negli Horti; non è l’unico tempio dedicato alla dea, sembra ve ne fosse anche uno rotondo di piccole dimensioni, raffigurato in un disegno cinquecentesco di Ligorio, ubicato tra le attuali vie Lucania e Sicilia; citiamo infine i gruppi statuari del “Galata morente” e del”Galata suicida”, opere di alto valore che si trovano presso i Museo Nazionale Romano, in particolare nella straordinaria galleria scultorea delle sale di Palazzo Altemps, diversi piani di meraviglie, dove di recente sono stati aperti al pubblico anche gli appartamenti in cui dimorò Gabriele d’Annunzio.

Ma il segno più visibile dell’antica grandezza è l’Obelisco di Trinità dei Monti, da prima dell’’800 posto alla sommità della scalinata di Piazza di Spagna. Scoperto solo un secolo fa nella zona degli Horti – precisamente tra Via Sicilia e via Sardegna – è molto simile a quello ora a Piazza del Popolo, proveniente dal Circo Massimo; era la cosiddetta “spina” del “porticus miliariensis”, sopra ricordato. Non c’è il basamento originario che si trova invece al Campidoglio, presso l’Ara Coeli.

E’ un’altra prova della dispersione dei reperti anche quando, trovandosi nella stessa Roma, sarebbe stato possibile ricomporre un minimo di presenza autentica. Ma le vicende epocali anche se non sono devastanti risultano disgreganti, come lo è il gusto dell’esibizione dei reperti fuori del contesto per accrescere la propria rinomanza in una visione incurante delle esigenze dell’arte e della storia.

Oggi con le ricostruzioni virtuali si può, in parte, rendere la completezza almeno riunendo nelle immagini i reperti disponibili per riportarli nel loro contesto; questo se non si può provvedere con copie come si è fatto per il Marc’Aurelio di Piazza del Campidoglio, ora è protetto dalle intemperie nell’esedra a lui dedicata ai Musei Capitolini, ma spicca sempre sulla piazza la copia identica.

Se queste riflessioni vengono dalla visita agli Horti Sallustiani vuol dire che esse rispondono a un’esigenza reale. Il caso è diverso dalla Terme di Caracalla dove il ripristino delle copie sarebbe possibile essendo l’intera area rimasta archeologica; qui invece la città moderna si è impossessata di gran parte degli Horti originari, per cui reintegro e contestualizzazione possono essere solo virtuali.

Cosa si attende a procedere in questo senso? Gli sponsor non mancherebbero. E se a sponsorizzare una simile iniziativa fosse proprio l’Unione delle Camere di Commercio che detengono l’edificio storico con la cupola adrianea e lo hanno a suo tempo restaurato d‘intesa con la soprintendenza? Le Camere di Commercio acquisterebbe una ulteriore benemerenza che resterebbe scolpita nel tempo.

Foto di Palazzo Altemps

Vedi tutte le foto di Palazzo Altemps e delle statue esposte (immagini protette)

1 Commento su Horti Sallustiani, la grande aula adrianea

  1. E’ una sintesi narrativa completa e gradevole .
    Sono stata presente alla visita con l’archeologa Sicuro pertanto posso apprezzare il resoconto fatto.
    Complimenti all’autore dell’articolo!
    Cristina Frascone

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