Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

I colori di Giotto e l’archeologia del colore in mostra ad Assisi (terza parte)

Questo “venerdì di Archeorivista” è dedicato ancora ad Assisi, per la mostra aperta dall’11 aprile al 5 settembre nell’ambito delle celebrazioni dei due centenari, l’VIII dell’Accettazione della Regola francescana da parte di papa Innocenzo III e il VII della Presenza di Giotto ad Assisi.

I colori di Giotto e l'archeologia del colore in mostra ad Assisi

L’“archeologia del colore” ci porta ora alle Storie di San Francesco della Basilica Superiore, dopo aver visitato la Cappella di San Nicola nella Basilica Inferiore con in corso il restauro degli affreschi. Ma dopo aver seguito, nella seconda parte, il resoconto di Giuseppe Basile sul restauro delle vele crollate con il sisma del 1997, ci sentiamo di sostenere la sua proposta, approvata dai partecipanti al Convegno del 2001 in cui fu presentata, di realizzare un “Museo del restauro post sismico a carattere materiale e virtuale”, in cui conservare sia i frammenti non ricollocabili sia la documentazione delle operazioni svolte e degli strumenti e dei materiali adoperati”.

Dal 2001 sono trascorsi ben nove anni, a tutt’oggi non ci risulta sia stato realizzato. Divergenze degli studiosi, no, l’assenso è stato unanime. Contrarietà del Ministero per i Beni Culturali? No, “fin dall’inizio ha preso esclusivamente su di sé l’onere della spesa” afferma Basile. Mancanza degli spazi necessari? No, li ha resi disponibili il Sacro Convento. Allora cosa occorre ancora?

Non sono state messe a disposizione, nonostante l’assunzione dell’impegno, le risorse finanziarie necessarie. Ebbene, ci sentiamo di pungolare il Ministero a questo proposito. E poiché la spesa fa capo al Ministero dell’Economia, pungoliamo anche il ministro Giulio Tremonti che tiene stretti i cordoni. Troppo stretti per quanto riguarda soprattutto la cultura, falcidiata dai tagli nelle risorse.

Le storie di San Francesco nella Basilica Superiore

Dobbiamo prepararci ora al secondo modo di declinare l’“archeologia del colore”, in particolare “i colori di Giotto”, nel doppio evento assisiate offerto ai visitatori. Si tratta di poter confrontare lo stato attuale degli affreschi con la riproduzione in scala minore nei colori che si presume avessero in origine, prima che fossero stravolti dal degrado dovuto al tempo e alle calamità ma anche all’inquinamento e agli interventi umani.

Un confronto possibile guardando i grandi affreschi della Basilica Superiore e poi la trasposizione nei colori ritenuti originari; favorito dal fatto che i primi sono riportati in alcuni video posti a diretto confronto con il loro restauro virtuale. E’ l’unico modo di restituire il fascino di allora, nell’azzurro intenso del cielo e negli ori delle aureole; e di dare agli elementi architettonici il ruolo che hanno nella composizione, e agli abiti e alle strutture architettoniche la loro forza cromatica.

Un rapido cenno alle Storie del Santo: dal Dono del mantello al Presepio di Greccio; dal Miracolo della fonte alla Predica agli uccelli; dalla Morte del cavaliere di Celano alla Stigmatizzazione; dalla Morte di San Francesco al Pianto delle Clarisse; dall’Apparizione a Gregorio IX alla Liberazione dell’eretico pentito; fino all’Omaggio del semplice, al grande tondo della Madonna col Bambino e ai due tondi a lato con gli Angeli. Ci sono poi immagini particolari come l’Accertamento delle stimmate, una Maestà e la figura di San Michele Arcangelo. Le storie sono impreziosite dalla decorazione a fasce con didascalie e soprattutto dagli elementi architettonici che le contengono, come una galleria ideale nella quale si snoda la sua vicenda umana e insieme sacra.

Questa estrema varietà di scene e situazioni, ambienti e personaggi può dare una prima idea della complessità del lavoro svolto per riprodurle nei colori originari. C’è stata ricerca storica e iconografica, sugli insegnamenti di Cimabue e le tecniche da lui usate; nonché sul ruolo degli elementi architettonici in chiave prospettica a seconda del punto di vista nella basilica. E una ricerca chimica con l’intervento dell’Enea, l’Ente per Energia e Ambiente con elevate competenze specialistiche, per risalire ai materiali utilizzati analizzando i pigmenti in modo da individuare anche le ragioni e i modi del degrado. Poi fotografie, elaborazioni digitali e anche interventi pittorici hanno portato al miracolo di “un ciclo pittorico ritrovato”. Ci fermiamo qui, perché avremo il privilegio di poterne parlare direttamente con Fabio Fernetti, che nell’equipe diretta da Giuseppe Basile, l’ideatore e regista del lavoro di recupero, ne è stato l’effettivo realizzatore.

Giotto com’era nel ciclo francescano della Basilica Superiore

Ci siamo trasferiti al vicino Palazzo del Monte Frumentario, restaurato di recente, entriamo nel grande salone che occupa un intero piano, la volta a capanna di tono francescano, nelle pareti 28 pannelli pittorici con l’intero ciclo delle storie di San Francesco in scala minore rispetto alle straordinarie gigantografie affrescate nelle pareti della navata alla Basilica Superiore. La struttura della grande sala assomiglia alla navata della Basilica, i dipinti sono allineati nello stesso ordine.

Ma non sembrano le stesse scene, tanto sono brillanti e vivi i colori dei pannelli. La differenza con quelli reali si può misurare direttamente senza doversi affidare al ricordo che pure è immediato: sotto ai pannelli ci sono dei video che riproducono con assoluta precisione gli affreschi come si vedono oggi. Con in più la possibilità di ingrandire a volontà la parte che interessa evidenziare con il semplice tocco dello schermo ricercando i particolari più minuti che di norma sfuggono alla vista.

Avevamo trovato un’applicazione di questo tipo alla mostra “Giotto e il Trecento” al Vittoriano a Roma per il celebre “Compianto di Cristo” della Cappella degli Scrovegni, ci esercitammo nell’ingrandire fino all’ultima pennellata gli Angeli disperati, per la prima volta da putti senz’anima resi umani. Qui è estesa al vastissimo ciclo di affreschi delle Storie di San Francesco.

La società “Haltadefinizione” ha realizzato i filmati con la regia di Giuseppe Basile svolgendo all’inizio del 2009 una campagna di riprese fotografiche con oltre diecimila scatti che “documentano centimetro per centimetro la superficie affrescata del ciclo delle Storie di San Francesco e costituiscono un importantissimo punto di riferimento per studiosi e restauratori”.

Anche questo “restauro virtuale” sarà compreso nel biglietto di ingresso per il restauro reale alla Cappella San Nicola, offerto in diretta inclusa audioguida in più lingue e la possibilità di visitare la Pinacoteca civica a Palazzo Valemani, dove si trovano tra l’altro parti staccate di affresco di Giotto. “Nostra sorella tecnologia” non si ferma qui, l’affresco con la Conferma della Regola di San Francesco da parte di papa Innocenzo III, l’icona della celebrazione centenaria, è riprodotto in scala naturale e in modo tridimensionale, non solo per ammirarlo nella sua dimensione effettiva, bensì per potervi entrare virtualmente dall’esterno. La tecnologia l’ha fatta da padrona permettendo di riprodurre geometrie e volumi, proporzioni e tessitura cromatica, il tutto ad alta definizione.

Ed è emozionante vedere una cerimonia che conserva dopo otto secoli un così alto valore simbolico animarsi dinanzi a noi, quasi si ripetesse in diretta. In scena ci sono il papa e i dignitari in attesa, poi entra San Francesco con gli undici discepoli che occupano le posizioni riprodotte nel dipinto. Non c’è solo questo di straordinario, l’osservatore interagisce con la scena mediante il semplice movimento del corpo ed ha la sensazione di entrarvi passando tra i personaggi e ponendosi alle spalle del Papa e di San Francesco. I suoni che riproducono i passi e la musica d’epoca fanno il resto. E’ come una sacra rappresentazione, i visitatori partecipano una alla volta. Una vera magia.

Tornando con i piedi per terra, la maggiore emozione l’abbiamo provata parlando con il restauratore che ha riportato “Giotto com’era” – il titolo del volume in cui è stata presentata in passato una prima elaborazione – avendo realizzato personalmente i pannelli che abbiamo descritto all’inizio della visita a Palazzo Frumentario; con la direzione di Giovanni Basile, ci tiene a ricordare, alla quale attribuisce un ruolo determinante nella scelta delle tecniche e nelle interpretazioni più difficili.

Le spiegazioni di Fabio Fernetti sul “restauro” virtuale

E’ Fabio Fernetti, gentile e disponibile, con la voglia di parlare e spiegare, di illustrare e raccontare. Un grande lavoro il suo, compiuto in un tempo record, non lo dice lui, lo diciamo noi, perché possiamo vederne i risultati. Dal confronto con lo stato attuale degli affreschi si comprende come sia stato profondo lo “scavo” nell’“archeologia del colore” giottesco; quello che sarà fatto nella Cappella San Nicola della Basilica Inferiore dal vivo è stato realizzato virtualmente da Fernetti per l’intero ciclo di Giotto della Basilica Superiore, senza le limitazioni che, come è giusto che sia, impediscono al vero restauro di riportare alle origini. Qui c’è stato l’intento di avvicinarsi allo stato originario di un ciclo pittorico che si è degradato nel corso dei secoli.

Dal raffronto tra lo stato attuale degli affreschi e la loro riproposizione virtuale dopo l’intervento, emergono notevoli differenze non solo nell’intensità e nella brillantezza dei colori, ma anche nella stessa gamma cromatica: nel senso che le tinte, oltre ad essersi sbiadite, in qualche caso hanno cambiato colore per l’azione fisico-chimica del tempo, come nelle grandi colonne-cornici e in quelle sottili degli elementi architettonici dipinti, divenute scure dov’erano chiare, bianche o rosa.

Lo studio è stato fatto come se si dovesse intervenire sull’esistente per riportarlo all’originario. Si è dovuta ricostruire la scala cromatica di Giotto, qual era il colore del suo cielo: non il celestino biancastro quasi smorto quando non oscurato da macchie sovrapposte che si vede oggi, ma un azzurro intenso tendente al bleu. Gli abiti quasi stinti invece erano di forti colori, anche il rosso e l’arancio quasi inesistenti nell’aspetto attuale dei dipinti erano la norma nella sua scala cromatica.

Fernetti ci parla dell’insidia della biacca, che riusciva comodo impiegare ma si è deteriorata nel tempo e ha inquinato anche i colori ai quali era mescolata: “Il bianco di piombo originario virando verso il marrone scuro ha alterato l’equilibrio cromatico”, solo con la ricerca se ne è avuta cognizione. Perciò le opere di Cimabue, che ne faceva largo uso, sono così degradate da sottrarsi spesso alle possibilità di restauro, come avvenne per quelle che abbiamo prima citato. Nella produzione giovanile Giotto l’ha utilizzata, e così si trova in molte parti dei primi dipinti ad Assisi. Questo restauro virtuale ha anche un valore didattico: fa capire come il degrado incide sui dipinti.

Ecco, in sintesi, come si è proceduto per riportare a “Giotto com’era”, ce lo dice con la soddisfazione di una missione compiuta, “mission impossible”, diremmo per la rapidità con cui si è svolta, almeno a stare ai tempi strabilianti della parte finale svolta in prima persona da Fernetti.

Prima lo studio di quali parti mancano per accertare l’estensione delle lacune e delle zone interessate dall’alterazione; poi la fotografia delle singole scene ritoccando le parti mancanti o deteriorate e utilizzando quelli che si ritengono essere i colori originari di Giotto. Un’attenzione particolare è stata prestata agli elementi architettonici che incorniciano i “trittici” di scene e danno prospettiva e profondità allo scorrere delle storie sulla vita e la santità di Francesco d’Assisi.

Si tratta solo di una fase del lavoro, dopo la ricostruzione digitale le nuove figurazioni sono state trasferite su un supporto idoneo a dare la migliore resa con la stampa. Naturalmente si è trattato di una carta particolarmente adatta a ricevere le immagini ottenute per via digitale e a permettere gli interventi successivi. Che sono stati quelli del ritocco manuale di tipo pittorico.

Perché l’intervento umano diretto su un prodotto della tecnologia avanzata? Fernetti lo ha spiegato: “Riprodurre ‘Giotto com’era’ richiedeva anche poter vedere le pennellate, non si poteva lasciare l’uniformità derivante dal procedimento digitale.”. Così “alcune parti come i cieli sono state colorate interamente a mano”. Pensiamo all’emozione che ha provato nel passare il pennello liberamente con i colori di Giotto, soddisfazione che non si ha nel restauro non invasivo!

Farnetti si schermisce, e continua il racconto: “Non c’era da riposare sugli allori, ho usato acquerelli e tempere su un supporto non ideale per la pittura, ma necessitato per la trasposizione digitale; perché il colore fosse assorbito bene dalla carta pur se speciale ci sono volute diverse stesure e molta attenzione. La bellezza dei cieli nel bleu intenso che risulta il colore originario ci ha ripagato dell’impegno profuso e dello sforzo che abbiamo compiuto nella squadra diretta da Basile”.

Sembrerebbe finito ma non è così: se prima si è passati dalla scienza e tecnica digitale all’arte pittorica, ora si va nell’artigianato specialistico che confina con l’arte per fissare la nuova pittura e uniformarla con le parti non ritoccate: “Con un nebulizzatore manuale abbiamo provveduto alla verniciatura finale fissando il colore delle parti ritoccate e uniformandole con le parti stampate”.

Ma non ci si è allontanati dall’originale con tutte queste operazioni? Risposta pronta: “Tutt’altro, queste verniciature hanno dato alle superfici l’aspetto satinato tipico dell’affresco”.

Forse ci siamo allontanati noi dallo spirito della pittura per seguire una realizzazione così complessa. Ma ci torniamo, chiediamo se si possono riconoscere le pennellate di Giotto da quelle della sua scuola, e chiarire il mistero della sua presenza ad Assisi e del ruolo degli allievi, certo non nel disegnare forme e contorni degli affreschi ma nell’aiutarlo in qualche misura a dipingerli.

Ha detto che questa possibilità c’è, ma bisogna stare attenti a tener conto delle condizioni nelle quali si svolgeva la committenza, che potevano anche influire sul gesto pittorico. E ha fatto l’esempio della Cappella degli Scrovegni, dove un committente facoltoso che voleva passare alla storia e le stesse dimensioni più contenute degli affreschi rispetto a quelli della Basilica di Assisi possono averlo portato a un’attenzione diversa, tradotta in una pennellata differente, rispetto a un’opera di dimensioni maggiori e dalla committenza meno esigente, ma possibilmente sua.

Fernetti ci tiene a precisare: “Non vuole essere una imitazione o riproposizione di Giotto ma un semplice avvicinamento a quelle che potevano essere le scene subito dopo la loro realizzazione”. Il lavoro non è stato semplice, nulla si è dato per scontato: “La ricerca per annullare il degrado si è svolta su basi oggettive, ma il ciclo pittorico è così complesso che in alcuni casi si è dovuto fare ricorso ad interpretazioni basate su elementi di varia natura, senza perdersi nei dettagli”. Il risultato è un punto di arrivo ampiamente motivato, offerto comunque alla discussione e al giudizio di tutti.

In aggiunta ci dà personalmente altre notizie: “La ricerca compiuta ha portato alla scoperta di nuovi elementi sulla tecnica adottata da Giotto nelle storie francescane e sui tempi di esecuzione degli affreschi”. Sulla tecnica si è accertato che “la pittura di partenza ‘a fresco’ veniva ultimata con una pittura ‘a calce’, per motivi pratici”; in sostanza, dato che l’intonaco tendeva a perdere il contenuto di acqua, al fine di preservarne nel tempo i colori veniva aggiunta la calce come legante. In merito ai tempi, “dall’analisi delle ‘pezze’ di pittura è emerso che nell’esecuzione all’epoca è stato necessario quasi un mese e mezzo di lavoro in più, 42 giornate, rispetto a quanto ritenuto finora”.

E qui ci fermiamo, l’archeologia del colore giottesco ci ha portato, attraverso le confidenze dello specialista restauratore, a tu per tu con il Maestro: ci sembra di vedere la pennellata di Giotto cambiare intensità e direzione.

Fabio Fernetti non si è reincarnato nel Maestro. Ci sembra, però, che come Benigni e Troisi si sia trasferito, con gli abiti e la mentalità moderna, nell’epoca trecentesca. Solo così ha potuto farci rivivere “Giotto com’era”; e come rimane ormai nella nostra mente e nel nostro cuore.

Anche per merito suo i “colori di Giotto”, quelli autentici, una volta visti non si dimenticano.

Galleria fotografica delle pitture di Giotto ad Assisi, prima e dopo il “restauro”

Dono del mantello

1 Dono del mantello

1 Dono del mantello

Miracolo della fonte

Miracolo della fonte

Miracolo della fonte dopo il restauro

Predica agli uccelli

Giotto, Predica agli uccelli

Giotto, Predica agli uccelli, dopo il restauro

San Francesco riceve le stimmate

Giotto, San Francesco riceve le stimmate

Giotto, San Francesco riceve le stimmate, dopo il restauro

(tutte le foto sono tratte da: “I Colori di Giotto, La Basilica di Assisi: restauro e restituzione virtuale”, a cura di Giuseppe Basile, Silvana Editoriale, aprile 2010)

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*