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L’Aquila e il Dragone a Palazzo Venezia: i segreti di due imperi

La visita, avvenuta il 31 gennaio 2011, del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, alla mostra di Palazzo Venezia “I due Imperi. L’Aquila e il Dragone”, ha portato di nuovo alla ribalta l’esposizione romana a pochi giorni dalla chiusura prevista per il 6 febbraio 2011. Sono esposte dal 19 novembre 2010, 450 reperti per lo più archeologici romani e cinesi, che consentono di percorrere diversi secoli di storia di due imperi millenari: e non soltanto sotto il profilo artistico, ma anche e soprattutto sotto quello del costume e della società, con particolare riguardo alla vita di tutti i giorni, rivissuta negli utensili primitivi ma ingegnosi dei progenitori italici e cinesi, e ai loro culti.

I due imperi, l'Aquila e il Dragone

La visita del presidente Napolitano e delle altre autorità

Erano presenti l’ambasciatore cinese in Italia, Ding Wei, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e quello ai beni culturali Francesco Maria Giro, nonché il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, e la soprintendente del Polo Museale Romano, Rossella Vodret, che dirige il museo di Palazzo Venezia, degno di una visita apposita per le sue collezioni permanenti, dove ora c’è una mostra veramente straordinaria.

Un momento diremmo coraggioso è stata l’apertura da parte di Resca dello storico “balcone” su Piazza Venezia, quello dei discorsi alle adunate oceaniche, segnandone lo “sdoganamento” dopo che per decenni la balaustra monumentale era stata coperta da un drappo che disturbava l’equilibrio della facciata. Il drappo è rimosso da anni, quelli per le mostre sono distanziati; solo ora è venuta l’apertura in una circostanza solenne come la visita del capo dello Stato, così la luce è entrata nella Sala del Mappamondo sulla mostra, e possiamo dire che vi è rientrata pure la storia più recente.

Il sottosegretario Giro ha definito l’esposizione “una grande cavalcata nella storia in grado di accomunare i due più importanti Imperi, quello romano e le dinastie cinesi Qin e Han dal II secolo a.C. al IV secolo d.C.”. Ed è andato oltre, parlando degli accordi tra il nostro Ministero per i beni e le Attività culturali e le competenti autorità cinesi per le manifestazioni dell’Anno della Cultura Cinese in corso in Italia, come avemmo modo di indicare a suo tempo; ha anche citato il progetto museale, cui è interessata l’Italia, di piazza Tien An Men, luogo storico anch’esso, aggiungiamo, divenuto simbolo della ribellione a un’altra dittatura mediante l’immagine del cittadino inerme con la busta della spesa in mano che ferma la colonna di carri armati, vero eroe senza alcuna retorica.

Il progetto citato è il restauro e la riapertura del grande museo che dà sulla piazza, uno dei maggiori al mondo con 192 mila metri quadri di spazio espositivo nel quale ci sarà anche un museo statale della civiltà e cultura italiana, con “una vetrina delle testimonianze storico-artistiche che si sono sviluppate nel territorio della penisola”. A Palazzo Venezia sarà offerto uno spazio stabile per un museo statale della civiltà e cultura cinese, dopo la mostra: un gemellaggio più che una reciprocità.

Sulle iniziative comuni si è soffermato il direttore generale Resca, che da tempo è impegnato direttamente, anche con visite e colloqui in Cina, per rafforzare gli scambi culturali e di amicizia in una “strategia di promozione turistico-commerciale, asse importante su cui deve puntare il nostro Paese”. Riferendosi alle iniziative dell’Anno della Cultura Cinese ha ricordato i festeggiamenti del Capodanno tra il 2 e il 3 febbraio 2011 per l’ingresso nell’anno del Coniglio, con giochi pirotecnici in molte piazze italiane e spettacoli tradizionali cinesi, quali le danze del dragone e dei tamburi.

I due imperi, l'Aquila e il Dragone

La mostra di Palazzo Venezia

La mostra di Palazzo Venezia presenta intanto il fascino del grande edificio che rivela un giardino interno – non quello immediatamente visibile ma un lato riservato – di grande bellezza, oltre alla “cordonata” elicoidale sulla quale si sale tra gli imponenti pilastri e le austere murature come se si andasse ancora a cavallo; per giungere alla maestosa Sala del Mappamondo dove la grande esposizione inizia a rivelare la sua imponenza. Non si pensa più alla sede che ne fece il regime, c’è la Soprintendenza per il patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma, diretta dalla Vodret; ora c’è l’importante mostra su “L’Aquila .e il Dragone”, che celebra I due imperi; nel 2009 “La mente di Leonardo” celebrava il genio italico.

Vediamo, dunque, questi due imperi, i più grandi della storia dell’umanità: quello di Roma e le dinastie cinesi Qin e Han dal II avanti Cristo al IV dopo Cristo in un confronto virtuale: l’“Aquila” romana riempie di sé le prime due sale, seguite da due sale in cui si “esibisce” il “Dragone” cinese.

Nessuna commistione, nessun “corpo a corpo”, si studiano a distanza seppure ravvicinata; l’eccezionalità è data dal fatto che questa volta le due civiltà sono mostrate insieme, pur se la distanza nel tempo e nello spazio è immensa; l’esposizione segue quella milanese, ma la sensazione della “prima volta” resta, anche perchè l’allestimento è diverso, nell’altra le sale erano alternate. Prima di Milano era stata a Pechino e a Luoyang, è in movimento dal luglio 2009; curatore per l’Italia Stefano De Caro, direttore generale per le Antichità del MiBAC, per la Cina Xu Pingfang responsabile dell’Istituto di ricerca e archeologica e della Società Cinese di Archeologia.

Pur nelle loro radicali differenze dei due imperi, come stili di vita e forme di espressione, c’è un motivo comune: l’esigenza di governare e difendere territori vastissimi senza contraccolpi interni e di provvedere a quanto necessario a popoli molto diversi sul piano materiale e su quello culturale.

I due imperi, l'Aquila e il Dragone

L’Aquila romana si presenta con grandi sculture e una grande storia

L’“Aquila” si presenta per prima nella grande Sala del Mappamondo, ma non nella forma brandita alla testa delle quadrate legioni, semmai è raffigurata su una modesta mensola lapidea. E’ una presenza virtuale la sua, non per questo meno efficace: colpisce subito l’“adunata” – ci viene questa reminiscenza dopo l’apertura del “balcone” – di gruppi scultorei nella parte centrale, ne abbiamo contati poco meno di venti; tutt’intorno si estendono le vetrine con i reperti più piccoli.

Le sculture per lo più sono di grandi dimensioni e in varie forme, singole e multiple, maschili e muliebri, di indubbio fascino: Roma mostra la sua arte. Spicca la grande statua di marmo di Adone, alta oltre due metri e mezzo, del II secolo d. C., il gruppo statuario di Artemide e Ifigenia, stessa epoca, alto poco meno di due metri, come la vicina statua di Venere Pudica e Afrodite da Sinuessa e di un Pescatore negro; supera questa altezza il Principe Giulio-Claudio. E poi il gruppo di Mitra che uccide il toro, del III secolo d. C., un culto che si diffuse tra le forze armate favorito dalla loro varia provenienza, è presente in molti ipogei romani; le dimensioni sono minori, intorno al metro di altezza, come la statua di Ercole, mentre le statue di una Vestale Massima e di Iside sono un po’ più alte, così quelle di Dioniso e di Omphale. Non mancano teste marmoree, di Augusto e Traiano, busti di un centurione e di un legionario di età traianea; di Pan e Satiro, Sileno e Dioniso. C’è anche una statua femminile funeraria in tufo alta due metri.

I tanti reperti di ogni tipo nelle vetrine lungo le pareti documentano gli aspetti basilari della Repubblica e poi dell’Impero, trasmettendone la storia attraverso tracce significative.

E’ un periodo storico affascinante, inizia con due secoli di Repubblica, dal 200 al 30 avanti Cristo allorché c’è la svolta: le istituzioni repubblicane dopo la vittoria su Antonio e Cleopatra conferiscono ad Ottaviano Augusto poteri assoluti: l’Imperio militare senza limiti e la Potestà tribunizia anch’essa a vita, poi nel 12 a.C il Pontificato massimo, in definitiva le supreme autorità civili e religiose. Non basta, Virgilio ne esalta le origini divine come discendente di Enea, figlio di Venere, progenitore di Romolo e Remo; l’era di prosperità e pace fu celebrata nell’Ara Pacis del 13 a.C., dal titolo di princeps si passò a quello di imperator con Vespasiano dal 69 al 79 d.C.

Soffermandoci sulle immagini e sulle iscrizioni tornano a fluire gli eventi della politica come se si ripercorresse il filmato a ritroso nel tempo. Nell’organizzazione centralizzata, tenendo conto delle diverse fasi storiche, troviamo che la città ha il ruolo primario nel fornire servizi agli abitanti, come mostrano i reperti esposti, 250 solo per la parte romana, una massa ingente divisa in sezioni, ciascuna espressiva di un aspetto della vita di allora, tra la Repubblica e l’Impero.

Si pensava ai bisogni materiali con l’approvvigionamento di merci favorito dalla rete di strade che venivano costruite e dallo sviluppo delle rotte marittime, tra i porti di Ostia e Pozzuoli e quelli del Mediterraneo orientale: Mileto e Alessandria, Rodi ed Efeso, fino a Delo nelle Cicladi.

Mentre ai cittadini comuni si cercava di assicurare il necessario, i ceti abbienti della società romana ostentavano i simboli della ricchezza e del potere: vediamo esposti gioielli e lussuosi servizi da tavola per i banchetti e gli arredi delle eleganti dimore nelle quali c’erano ricche decorazioni ad affreschi e mosaici e imponenti sculture. I relativi modelli si diffondevano poi nell’impero.

I due imperi, l'Aquila e il Dragone

Una cavalcata tra i 250 reperti di vita quotidiana

I soli nomi delle sezioni rappresentano una cavalcata nel mondo romano, attraverso i diversi aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini, tenendo conto della sterminata vastità dell’impero che forniva di continuo apporti e stimoli. Citiamo sulla base di rapidi appunti i temi fondamentali: salute e igiene, spettacoli e giochi pubblici, otium e cultura, commercio, agricoltura e pesca, apparati decorativi domestici e arredi della tavola, sfera femminile e “ornamenti della matrona”, potere politico e religione, sepoltura e culti, moneta e scrittura. Infine la sezione “verso l’Oriente” che ci avvicina all’altro impero mediante i contatti che si svolgevano sulla “via della seta”.

Iniziando con le prime sezioni, vediamo i resti di tubature per approvvigionare e smaltire l’acqua: la pompa idraulica e la fistola aquaria plumbea, il sifone e la cassetta di derivazione, la valvola idraulica e la bocca di fontana a testa di pantera. Sono tutti nomi di reperti esposti, volutamente non li evidenziamo per rendere la fluidità della ricostruzione storica della via di allora.

Seguono i modelli di anfiteatro, precisamente quello campano, e utensili o immagini dei giochi come l’elmo e il corno gladiatorio con gli schinieri, la statua di un giovane attore e di un pugilatore, il mosaico con busto di atleta. E poi un serie di dadi da gioco in osso, anche uno truccato, e di pedine per lo più circolari con figure di delfino, kronos e pesce; più una lastra con tavole da gioco.

Dagli oggetti per il divertimento a quelli per le attività lavorative: rastrelli e roncole, zappe e peso con filo a piombo, calibro e compasso; poi reperti di prodotti agricoli restituiti da Pompei, fave e mandorle, olive e fichi, datteri e carrube. Per la pesca troviamo esposti diversi ami e forcine per reti.

Si passa di meraviglia in meraviglia nel vedere l’astuccio con strumenti chirurgici, la cassettina per medicinali e lo speculum vaginale quadrivalve, siamo al I secolo d. C.!

Negli arredi e attrezzature domestiche abbiamo i lari a coppie e i bruciaprofumi, mentre spiccano pentole in terracotta e padelle in bronzo, coppe e piatti, mensole e brocche, casseruole e crateri, mestolo e patera, bicchiere e imbuto, bottiglie monoansate; e tante lucerne per lo più monolichne.

Frammenti di affresco con prospettive architettoniche sono esposti in bell’evidenza, vediamo una figura femminile danzante. Le pitture parietali di secondo stile pompeiano ci fanno entrare di più nell’arredo di dimore patrizie: figure di Atena, Pegaso e Bellerofonte, di Calliope e Fenice, di Alessandro e Rossane, tutte da Pompei; Alcesti e Admeto, e Medaglione con cervo da Ercolano.

La sfera femminile è ben rappresentata con busti e ritratti e anche con gli oggetti di uso comune come pettine e specchio, aghi e fusi, collane e anelli, pendenti e orecchini: ci si sbizzarrisce nelle forme, dalla rosa al pesce, e nei materiali, anche oro e smeraldi. Non mancano gli amuleti dalle forme più svariate, dalla Medusa alla piramide, dall’animale alla “manus obscena”. Interessanti le bambole e i giocattoli, ricordiamo la tenerissima “Crepereia”, esposta tanti anni orsono, trovata in un corredo funerario tra le braccia di una bambina inumata, qui ce ne sono di meno appariscenti.

E dato che siano giunti ai reperti funerari, precisiamo che la maggior parte di quelli espressivi della vita sono stati trovati nelle tombe. Attinenti direttamente al culto, oltre alla grande statua femminile già citata, abbiamo l’urna e l’olla cineraria, la stele e il segnacolo funerario, il mosaico pavimentale e la tabula defixionis, il sarcofago strigilato e quello con busti di coppie di defunti.

Tornando dalla morte alla vita, attraverso le iscrizioni e le figure delle monete si diffondevano i messaggi politici della romanità in tutto l’impero, e nella mostra c’è una vasta esposizione delle monete più disparate, dal denario all’asse, dal sesterzio al follis; i nomi imperiali spaziano in lungo e in largo, Augusto e Tiberio, Claudio e Nerone, Traiano e Adriano, Vespasiano e Domiziano.

Sono esposti anche strumenti per la scrittura di età imperiale: stili e calamaio, tavoletta cerata e un affresco con strumento per scrivere, un intonaco dipinto proveniente da Pompei.

Per i culti, la molteplicità delle etnie si rifletteva in un politeismo aperto con espressioni pubbliche e una certa tolleranza, a parte i periodi di persecuzione anticristiana per motivi politici. Come c’erano espressioni pubbliche di fatti con rilevanza esterna – dalla nascita al matrimonio, dalla morte al culto dei defunti – che avevano una dimensione soprattutto privata: tanti sono i reperti esposti che li fanno rivivere, compresi quelli che riguardano gli schiavi e coloro che venivano affrancati, i liberti.

Il passaggio alle sale dedicate alla Cina non è brusco ma graduale, avviene attraverso i reperti sull’accostamento di Roma al Celeste impero. Vengono rievocati i traffici commerciali con l’Oriente, già nel primo secolo d. C. secondo Plinio le importazioni di Roma erano dell’ordine di cento milioni di sesterzi (corrispondenti a quasi 8000 chili d’oro, cioè più di 200 milioni di euro attuali). Roma esportava in Oriente vino e argento, vetri e prodotti in metallo, da India e Arabia riceveva spezie e pietre preziose; nonché tessuti pregiati, tra cui quelli “serici” dal I secolo avanti Cristo, nome derivato dai Seres, i primi mercanti orientali di origini cinesi che commerciarono nella seta di cui fino al Medioevo in Occidente non si conosceva ancora il modo di produrla.

Numerose sono le prove archeologiche dei contatti diretti Roma-Oriente: i graffiti dei mercanti di Pozzuoli nel deserto orientale dell’Egitto egiziano; i vetri romani e i tessuti egizi del sito cinese di Loulan, provincia di Honan, uno specchio cinese dell’era di Han rinvenuto in un sito vietnamita insieme a reperti indiani e monete romane di Marco Aurelio e Antonino Pio, e vari altri.

I due imperi, l'Aquila e il Dragone

La mostra culmina alla Curia Iulia con l’Esercito di terracotta

E dato che stiamo per entrare nell’Impero d’Oriente, ci piace far precedere alla rassegna dei 200 reperti cinesi, la parte della mostra fuori Palazzo Venezia, in un sito molto vicino: lungo Via dei Fori Imperiali si raggiunge il Foro Romano dove si trova la Curia Iulia, sede dell’antico Senato.

Aquila e Dragone ora sono ravvicinati: la prima esibisce due grandi bassorilievi che nella loro imponenza introducono presso gli ospiti d’onore: una diecina di statue del celebre Esercito di terracotta del Primo Imperatore, scoperto trent’anni fa a Xi’an (Shaanxi), scortate da due animali dall’aspetto di felini che ruggiscono, ripensiamo alle fiere della Commedia dantesca alle porte dell’Inferno. Tali figure sin dall’era Han erano collocate nel percorso fino all’area sepolcrale e di culto e venivano denominate “bixie”, testualmente “colui che allontana gli influssi nefasti”.

La scoperta del mausoleo del Primo Imperatore, rimasto sepolto per oltre duemila anni, è di importanza incalcolabile anche agli occhi di chi è abituato a grandi eventi archeologici, basta considerare che si estende per 56 chilometri quadrati. La camera sepolcrale dell’imperatore non è stata ancora scavata e ciò crea un’ansiosa aspettativa, ma già adesso colpiscono le dieci statue esposte alla Curia Iulia, ed è inimmaginabile l’effetto dell’ armata portata alla luce: migliaia di statue a grandezza naturale – sembra siano 8000 – tutte diverse tra loro anche in rappresentanza delle molte etnie, con centinaia di cavalli e carri da combattimento in assetto da guerra. L’esercito era guidato dall’Imperatore che riuniva in sé tutti i poteri, anche quelli religiosi come un Dio.

Le migliaia di soldati sono stati trovati in tre fosse, in altre le statue di scribi e funzionari, ginnasti e stallieri, musicanti e varie categorie; in più corredi straordinari come i carri preziosi in bronzo, oro e argento, armature e riproduzioni in bronzo di animali e altre opere la cui fattura è di alta qualità.

I soldati di terracotta che ci guardano scortati dalle due fiere rituali sono una pattuglia avanzata dell’immenso esercito di soldati e salmerie che si è descritto, con le loro dimensioni a misura d’uomo, anzi superuomo; è stata geniale l’idea di collocarli in un’area archeologica così evocativa e in un tempio laico raccolto e solenne, con i due splendidi bassorilievi romani a fare da quinta.

Uscendo dalla Curia immaginiamo di trovare l’intero esercito di terracotta dispiegato nel Foro Romano in un’occupazione pacifica mentre noi eravamo distratti dalla piccola avanguardia di pochi soldati. Questo vuol dire che quanto non avviene nelle sale di Palazzo Venezia, in cui i reperti dei due imperi restano distinti e separati, lo troviamo realizzato nel Foro Romano, dove la Curia Iulia riesce a creare un miracolo suggestivo: è come se i due imperi, dopo aver esibito i propri tesori di civiltà e di arte, si compenetrassero più strettamente. L’Aquila e il Dragone finalmente insieme.

Siamo pronti, dunque, a visitare il Celeste impero: abbiamo descritto quello dell’Aquila, e del Dragone abbiamo visto intanto le straordinarie avanguardie, incorporate nei “segreti di Roma” della Curia Iulia al Foro Romano, “Roma… capta, ferum victorem…”.. Il seguito verrà presto.

Ph: Romano Maria Levante, tutte.

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