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I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma: catacombe moderne e misteri antichi

Sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma

La visita agli scavi sotto la prima Basilica cristiana dà inizio ai “venerdì di Archeorivista”, un appuntamento settimanale ai lettori con i ritrovamenti e i misteri dei reperti dell’antichità, che in Santa Maria Maggiore vede riassunti tanti motivi di particolare interesse e di indicibile fascino.

Nulla di catacombale si preannuncia nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma nel centralissimo rione Esquilino, nelle vicinanze della Stazione Termini in una zona con altre preesistenze e basiliche di grande pregio storico e artistico, da Santa Prassede a San Martino ai Monti. Si erge maestosa nella sua bellezza monumentale, con la deliziosa loggia delle benedizioni all’esterno affrescata in alto, le imponenti scalinate semicircolari di accesso dai due lati in basso.

La leggenda e il mistero della Basilica Liberiana

Ma entrando nella sua storia leggenda e mistero formano una miscela intrigante, c’è anche una nevicata il 5 agosto a Roma e una basilica costruita per celebrare l’evento su disposizione del papa Liberio con la liberalità del patrizio Giovanni; ad entrambi la Madonna avrebbe annunciato in sogno il prodigio della neve d’agosto sull’Esquilino dove si incontrarono tra la folla accorsa e il papa disegnò sulla coltre bianca i confini della chiesa. Si era tra il 352 e il 358, la basilica divenne realtà e ogni anno si celebra l’evento leggendario in Santa Maria Maggiore il 5 agosto con una pioggia di petali bianchi nella Cappella Paolina. Dalla leggenda al mistero il passo è breve, perché la Basilica Liberiana non corrisponde a quella attuale costruita tra il 432 e il 440 da papa Sisto III, iniziando l’anno dopo il dogma della maternità divina della Madonna proclamato nel Concilio di Efeso del 431.

Liberio fecit basilicam nomine suo iuxta Macellum Liviae” la fonte ne indica così l’ubicazione, ma non sono state trovate tracce nella zona, di qui il mistero della sua “scomparsa”. E’ la prima grande basilica cristiana di Roma, dopo l’editto di Costantino del 313, in precedenza i luoghi di culto erano messi a disposizione dai membri della comunità per radunarsi, non essendovi esigenze di carattere rituale né architettonico, bastava riunirsi per trasmettersi il messaggio in sedi private. La basilica paleocristiana di papa Sisto fu fondata un secolo dopo sulla sommità nord dell’Esquilino.

I motivi di interesse di questo primo “venerdì di Archeorivista”

Per questa sua primazia, alla quale si unisce l’attrazione della leggenda e del mistero, abbiamo voluto iniziare i nostri “venerdì di Archeorivista” da Santa Maria Maggiore. Nei suoi sotterranei possiamo trovare i principali motivi di interesse e il fascino tutto particolare della fruizione di beni culturali e memorie del passato che regala l’archeologia allorché si visitano i siti e l’arte antica.

Abbiamo detto venerdì scorso, nel commentare l’indagine dell’Associazione Civita sul pubblico dell’archeologia, che mentre dinanzi alle opere d’arte si è presi soprattutto dalla bellezza e dall’emozione al cospetto di rappresentazioni suggestive dove c’è da decifrare soprattutto lo stile e la peculiarità dell’artista, nel sito archeologico il fascino è dato da quello che non si vede ma si intuisce perché ad esso fanno risalire gli indizi visibili in quanto supportati da fonti storiche, induzioni e anche supposizioni aperte a tutti.

Ci si trova a investigare e fare ipotesi ad alta voce e, quando la visita, come di solito, avviene in gruppo diventa un gioco coinvolgente, animato e partecipato. Tutto questo abbiamo riscontrato nella visita ai sotterranei di Santa Maria Maggiore, dove gli scavi con i reperti archeologici penetrano tra le fondamenta della maestosa cattedrale. Ci siamo aggregati al gruppo dell’Associazione culturale Info.roma.it, che organizza di continuo visite guidate nei siti archeologici e nelle chiese, nei palazzi e negli altri infiniti luoghi d’arte romani, con la dottoressa Adelaide Sicuro, archeologa accompagnatrice del gruppo, che dosa certezze e ipotesi riuscendo ad acuire l’interesse e a superare le eventuali delusioni iniziali rispetto ad attese non corrisposte.

La prima è stata lo scoprire che l’assetto catacombale del sito non dipende da vere e proprie catacombe, anche se siamo nella zona dove si trovava la necropoli dell’Esquilino, in un bosco sacro nel punto più alto della città, e se ne sentiva la presenza nell’aria, per così dire. La zona era inclusa solo parzialmente nelle Mura Serviane, in particolare per le Ville di Mecenate, vi erano parecchi luoghi di culto pagano, in particolare per Giunone Lucina che presiedeva alle nascite: per la fertilità e per prepararsi al parto ci si rivolgeva alla dea invocandola a mezzo di riti popolari con corse di giovani sotto i colpi della sferza. La zona, degradante verso la Suburra, continuò ad avere grandi orti e in parte fu urbanizzata. E’ attraversata dall’attuale Via Urbana, asse stradale di allora. Secondo alcune ipotesi la basilica nel nome della Madonna avrebbe potuto contrastare, con la sua immagine di Madre e con la natività divina, l’antico culto pagano legato a fecondità e maternità.

Abbiamo chiamato i sotterranei catacombe moderne perché in qualche modo le richiamano, trattandosi di cunicoli che si aprono in anditi e girano lungo il perimetro della Basilica creando dei sostegni. Nella loro modernità c’è il merito di essere stati il frutto di scavi decisi per un motivo funzionale: consolidare il sottosuolo per l’assetto statico e creare un’intercapedine intorno in modo da ridurre l’eccessiva umidità proveniente dal terreno essendo le fondazioni e le mura dell’edificio addossate alla collina; umidità tale da minacciare il prezioso pavimento cosmatesco della Basilica.

E’ vero che sin dal ‘700 si parlava di resti romani sotto la costruzione, ma non si era andati oltre queste sensazioni fino alle indagini e ai primi lavori del 1930-31 allorché si ebbero delle conferme; soltanto i lavori compiuti tra il 1964 e il 1971 per volontà di Paolo VI hanno portato a bonificare 1500 metri quadri di sotterraneo, i due terzi della superficie, di cui 500 per il Museo della Basilica.

Quindi un vasto scavo perimetrale senza che si sia andati sotto al corpo centrale. E sono stati proprio questi lavori a far venire alla luce reperti di notevole interesse che risalgono ad epoca anteriore alla realizzazione della Basilica cristiana, oltre a resti umani trovati nel sottosuolo.

Spiegato il senso delle catacombe moderne restano i misteri antichi del nostro titolo, ma questi non li possiamo conoscere all’inizio della visita, si dipaneranno nel corso della stessa con le notizie che l’archeologa Adelaide Sicuro dispensa dosandole con accortezza per creare un clima che presto va oltre l’interesse culturale. Il “corpus “completo di notizie lo dobbiamo alla cortesia del Prefetto del Museo della Basilica Papale, monsignor Michal Jagosz, a lui dobbiamo anche le immagini.

Sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma

I reperti visibili

Innanzitutto i reperti visibili, due muri di “opus reticulatum” di un grande edificio romano. risalente al I secolo avanti Cristo fino all’età di Cesare, resti di un ambiente con delle nicchie e apparati di riscaldamento con parti di muro recanti dipinti e tracce di pavimento con mosaici.

Si è constatata la caratteristica tipica dei siti, l’evoluzione nel tempo con la costruzione di nuove strutture su quelle precedenti: qui sembra si tratti di due stanze aggiunte tra il II e il III secolo che furono prima decorate con marmi alle pareti, poi con affreschi: si tratta di un calendario agricolo diviso in due semestri la cui collocazione potrebbe essere o sulla stessa parete o su due pareti, una magari nella parte opposta del periplo dei sotterranei. Del calendario, in gran parte svanito, si apprezzano i resti di affreschi finemente decorati e le iscrizioni sulle operazioni stagionali. E’ il più antico pervenuto e l’unico nel luogo in cui fu affrescato; Filippo Magi, a cui va la scoperta, lo ritiene di poco successivo al 332 dopo Cristo perché sono menzionati i Ludi sarmatici celebrati dal 25 novembre al 1° dicembre dopo la vittoria in tale anno di Costantino sui Sarmati.

L’interesse della visita si è acuito, e si cerca di acuire anche la vista per distinguere i reperti visibili di un’opera di così grandi dimensioni: apprendiamo che nei 17 metri di lunghezza per ogni semestre erano scritti a caratteri bianchi su sfondo rosso i fatti da ricordare; i pannelli relativi ai singoli mesi intervallati per quasi tre metri tra l’uno e l’altro da dipinti di scene relative ai lavori del singolo mese. Il più visibile è il mese di settembre restaurato nel 2000 a cura dei Musei Vaticani con una veduta agreste finemente dipinta, una costruzione al centro, scene bucoliche intorno. Si avverte la delicatezza delle figure dipinte, alte meno di dieci centimetri, e si intravedono le scritte sui ludi circensi in corrispondenza della prima decade di ottobre e sui ludi sarmatici alla fine di novembre.

Ci fu una successiva fase di affreschi forse per il deterioramento di quelli preesistenti e il calendario venne ricoperto da pitture di scarso valore di tipo geometrico con decorazioni colorate a scacchiera. Una chicca, per così dire, è il palindromo latino che si intravede: tre parole che suonano nello stesso modo sia se sono lette da destra sia da sinistra, è la scritta in graffito Roma summus amor.

L’effetto catacombale non è dato soltanto dall’occasionale conformazione degli scavi, ma dai reperti di pregio che punteggiano il percorso, ben isolati e valorizzati nella loro consistenza, che rimandano di continuo alla Basilica soprastante, perché ne sono la base, non solo architettonica e costruttiva dato che la Basilica sorge su queste vestigia, ma anche e soprattutto storica nel senso che aiutano nella lettura delle vicende che hanno interessato quel sito nei primi secoli.

Il mistero del Calendario e del Macello

E qui scatta il mistero, che dà un sapore del tutto particolare alla visita, il gruppo di appassionati dell’antichità si comporta come una squadra di investigatori: fa ipotesi, le confronta con i reperti, ne discute, seguendo i percorsi logici oltre che storici della sapiente archeologa. Perché lo chiamiamo il mistero del calendario? Ne abbiamo descritto i resti e la presumibile conformazione originaria, ma c’è un altro enigma: come mai un calendario agricolo che descrive le operazioni campestri nelle varie date in una zona centrale non agricola, nelle vicinanze della quale c’era il Macello di Livia?

L’archeologa snocciola una serie di fonti, prima tra tutte il “Liber Pontificalis”, con le vite dei Pontefici a partire da Pietro, dove si parla della Basilica di Liberio presso (letteralmente “iuxta”) il Macello di Livia, all’inizio abbiamo riportato la citazione completa. Questo edificio doveva essere del I secolo dopo Cristo , nel II secolo c’erano altri ambienti. Ma se era un ambiente collegato al Macello, cioè al mercato, come si spiega il calendario delle lavorazioni agricole? E’ difficile trovarvi un nesso, né è stata accettata l’ipotesi avanzata dallo scopritore Filippo Magi, che i resti sotto la basilica fossero proprio del Macello intitolato nell’anno 7 a Livia, la celebre moglie di Augusto; non corrisponde la struttura, dai resti murari e da altri reperti sembra indubbio si trattasse di un cortile con portico, forma inusitata nei mercati.

E se fosse la domus di un grande proprietario terriero? E’ l’ipotesi prospettata dall’archeologa dopo una serie di supposizioni, con la quale ora il gruppo si trova a confrontare le rispettive opinioni.

La destinazione al culto cristiano è ancora lontana, nel periodo pre-costantiniano, lo abbiamo premesso, le “ecclesie” nel senso di assemblee si svolgevano in siti privati messi a disposizione dei proprietari, tra le pareti domestiche; ovviamente i più facoltosi avevano residenze adatte ad ospitare un certo numero di adepti, senza che vi fossero problemi di clandestinità, a parte le persecuzioni di Giuliano l’Apostata e di Diocleziano contro chi non ne riconosceva l’autorità imperiale.

Ma le ipotesi e l’enigma non impediscono di ammirare l’“opus reticulatum” del muro di contenimento del colle e di notare le irregolarità naturali e i dislivelli dei terrazzamenti originari. Diverse le opere murarie a sinistra e a destra, interrogativo di più facile risposta, e comunque meno intrigante dell’enigma vero e proprio: Macellum o Domus romana? C’è da guardare il pavimento con il mosaico, la parte dove spuntano resti di colonne che dovevano sostenere il porticato intorno al cortile. L’archeologa Adelaide Sicuro fa un excursus storico delle trasformazioni cittadine, serve a capire come le destinazioni mutano nel tempo fino a quando si arriva alla costruzione della grande basilica dedicata alla Madonna, “iuxta Macellum Liviae”, quella Liberiana “sparita” non quella attuale che realizzerà Sisto III dopo il Concilio di Efeso del 431, in posizione sopraelevata di sei metri sul piano stradale di allora, costruendola sopra l’edificio preesistente che risultò così interrato.

Con le tegole d’epoca romana la fine della visita

Colpiscono le pareti dove sono collocate in bella vista le tegole d’epoca romana reperite nei lavori di restauro di fine 1800: laterizi datati con un bollo, sulla cui data come indizio del periodo dei lavori non si può fare troppo affidamento per la consuetudine di riutilizzare materiale da edifici dismessi o giacenze di magazzino. Ci sono bolli del periodo classico, bolli pagani e bolli cristiani con in mezzo il monogramma di Cristo, 66 di queste tegole hanno il bollo di Cassio, il suo nome in greco e le sigle degli angeli. Si distinguono anche i bolli di Teodorico del VI secolo , uno con la scritta  “in nomine Dei”, un altro con “Maria Madre di Cristo”; alla fine dell’VIII secolo il monogramma di papa Adriano I. Vi è collocata una serie di tegole da Caligola Nerone ad Eugenio IV, un excursus di 1400 anni a datare il percorso temporale di un’istituzione millenaria come la Chiesa di Cristo.

Dopo la parentesi molto significativa dell’archeologia delle tegole si torna a guardare i muri, l’alternanza di tufi a mattoni ben diversa dall’ “opus reticulatun” e dall’“opus sestile” di cui vi sono tracce, qualifica la diversità delle epoche attestate dai reperti murari: si scende in basso, un grande masso al centro e una costruzione rettangolare, la scena si anima, si intravede un affresco su uno zoccolo, e del marmo, rivestimenti preziosi che qualificano il censo dell’antico proprietario.

Resta l’incognita del calendario, anche se non ci si pensava più; il tormentone torna quando si giunge al lato opposto dove potrebbe esserci stato il secondo semestre. La visita è finita, ma in uscita ci regala un nuovo piccolo enigma: gli antichi mosaici ai bordi in alto nella navata centrale della grande Basilica sono molto piccoli, troppo per essere posti a quell’altezza. E allora? Erano destinati ad altro e perché sono lì? Quando, come? Si potrebbe continuare a discuterne ancora.

Ma per oggi può bastare, e dobbiamo essere grati all’Associazione culturale Info.roma.it per averci accolto nel suo gruppo. I misteri invogliano ad approfondire, lo abbiamo fatto anche con le notizie gentilmente forniteci dal cortese Prefetto del Museo della Basilica. Naturalmente né alla sapiente archeologa Adelaide Sicuro, né tanto meno all’autorevole Prefetto monsignor Michal Jagosz possono essere addebitate le lacune e le inesattezze nel racconto della visita. E’ la formula di stile dei ringraziamenti nelle pubblicazioni anglosassoni. Qui non è rituale, il cronista è l’unico responsabile di ciò che ha raccontato, di come lo ha metabolizzato e delle possibili mancanze; essendo Basilica Papale, viene in mente il “mi corrigerete” di Giovanni Paolo II dal balcone della loggia di San Pietro subito dopo l’ascesa al soglio pontificio, e ci fermiamo, “intelligenti pauca”.

Tornando sulla terra, diciamo che la suspence creata dal mistero del calendario ha dato luogo a un tipo di attenzione molto particolare. Speriamo di averne riprodotto il clima, l’atmosfera che si è creata, ed è quello che conta nella visita archeologica. Che fa captare echi e messaggi lontani, regala sorprese da cogliere in diretta. L’approfondimento verrà dopo, stimolato da queste sensazioni.

1 Commento su I sotterranei di Santa Maria Maggiore a Roma: catacombe moderne e misteri antichi

  1. se queste meraviglie sono sul perimetro, chissa’ cosa ci sara’ sotto le navate!

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