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Il ritratto in epoca romana

Pompei, affresco 55-79 d.C., la cosiddetta Scriba o Saffo
Pompei, affresco 55-79 d.C., la cosiddetta Scriba o Saffo

Roma e il ritratto

Il ritratto è una produzione artistica che ha conosciuto, nel corso della storia, diversi significati ed interpretazioni, strettamente legati alla cultura del tempo. Questa riproduzione figurativa ha dunque accompagnato l’uomo, contribuendo a fissare nel tempo, l’estetica del momento in cui è concepita. Nel ritratto si rispecchia in modo particolare l’arte romana, che vi ha trovato una forma di espressione suggestiva ed interessante, in cui trapela una civiltà evoluta, profondamente legata alle sue tradizioni. Per scoprire dove trae origine questa forma artistica, è necessario soffermarsi sull’arte italica ed etrusca: Roma vi trovava spesso ispirazione, almeno fino al momento in cui non nacque un linguaggio artistico specifico. Ma il ritratto etrusco, non è il solo ed unico predecessore diretto del ritratto romano.

Questo anche perché, prima che il ritratto fisionomico si sviluppasse in Grecia, nell’ambito dell’arte italica ed etrusca, si riscontrava l’esecuzione di figure dai tratti generici, privi di una caratterizzazione individuale. Il ritratto greco, nell’età dell’ellenismo, riuscì a conquistare somiglianza somatica con il modello protagonista della rappresentazione, ponendosi come importante punto di riferimento per l’arte romana, in cui si operò l’interessante distinzione tra ritratto pubblico e ritratto privato: il primo tendeva ad esaltare ed onorare il soggetto, il secondo si legava profondamente al culto degli avi. I “due volti” di questa forma artistica, arrivarono spesso a compenetrarsi, facendoci capire come non sia possibile far rientrare il ritratto romano in un’unica categoria o definizione.

A differenza dell’arte greca, in cui la raffigurazione del corpo, era concepita come indissolubilmente connessa a quella del volto, l’arte romana si concentrò anche sulla raffigurazione di busti, senza trattare la totalità del corpo. Il ritratto trovò, dunque, espressione durante la storia dell’antica Roma, nei busti oltre che nelle statue, nell’imago clipeata, consistente in una testa raffigurata all’interno dello scudo, nelle pitture, nelle monete, nei cammei.

Roma, Campidoglio, la statua dell'imperatore Marco Aurelio a cavallo, copia
Roma, Campidoglio, la statua dell’imperatore Marco Aurelio a cavallo, copia

Ritratto in epoca repubblicana

Il ritratto repubblicano affondò le sue radici in ambito privato, precisamente nella tradizione legata al culto familiare, che poi si estese anche alle immagini presenti nella tomba, inizialmente formate da semplici segni generici di fisionomia umana. E’ una formula autoctona, intrecciatasi allo ius imaginum, in base al quale i patrizi avevano il diritto di esporre le immagini dei propri avi, conservandole dentro armadietti e tirandole fuori, solamente nel corso di occasioni particolari. In origine queste rappresentazioni erano in cera, successivamente divennero in marmo ed in bronzo. Così questa forma di espressione, raggiunse nella vita romana una rilevanza non solo artistica, ma soprattutto politica e sociale.

L’importanza del ritratto, come espressione del patriziato, venne accentuata in una fase storica in cui la vecchia aristocrazia prese maggiore forza e consapevolezza di se stessa, nell’età sillana, in cui nacque il vero e proprio ritratto repubblicano romano: caratterizzato da un realismo attento ai più piccoli particolari, che ama descrivere l’epidermide in tutti i suoi più piccoli tratti, tendendo a porre in evidenza la severità e l’orgoglio di una stirpe carica di fierezza riguardo alle sue radici. Ma il ritratto romano non rientra in una sola ed unica tipologia di espressione, l’obiettivo comune è la ricerca del realismo, ma i risultati furono molteplici, traendo vita da correnti diverse, che si mescolarono ed incontrarono: dal ritratto dalle caratteristiche oggettive di influenza medio-italica, al ritratto patrizio di età sillana, ai ritratti dalle caratteristiche ellenistiche, riccamente lavorati.

Ritratto in età augustea

Nell’età augustea, il mondo romano, divenne più partecipe delle raffinatezze classicistiche. La tipologia del ritratto di età sillana, continuò ad esprimersi nelle stele funebri dei liberti e dei piccoli commercianti, estendendosi dall’Urbe alla provincia, in cui divenne lo stile caratterizzante. Mano a mano si raggiunse un compromesso tra il concetto che anima il ritratto, che è tipicamente romano, e la forma con cui è realizzato, basata su influssi ellenistici. Il ritratto divenne una delle forme di espressione artistiche ufficiali e di propaganda: le statue raffiguranti Augusto si moltiplicarono.

Questa forma di espressione, divenne una delle “glorie” dell’arte romana in cui il ritratto privato e quello pubblico si fusero nell’idea della rappresentazione, come forma di idealizzazione del soggetto. Nelle statue, la raffigurazione dei corpi aveva sempre come modello un tipo statuario ideale, cui venivano poi modificati le pose ed i costumi indossati, nella rappresentazione del volto, invece, si concentrava l’identità e l’individualità del soggetto.

Ogni mutamento nello stile, nella moda e nel gusto romano, trovò riflesso nel ritratto. Tra l’età di Tito e quella di Traiano, scopriamo dei ritratti in cui la sobrietà repubblicana, lasciò spazio ad eleganti caratterizzazioni della personalità del soggetto, come si può notare nelle rappresentazioni femminili, dotate di complesse e ricche capigliature, dal modellato intensamente lavorato. La padronanza della lavorazione plastica, si unì alla raffinatezza ed alla ricerca del realismo. Fino all’età di Commodo, l’acuta sensibilità veristica ed il carattere classicheggiante di ispirazione ellenistica, si trovarono in equilibrio tra loro, nelle varie manifestazioni del ritratto: dalla statua ufficiale, al busto a carattere privato.


Ritratto di Faustina Minore

Questa forma di rappresentazione artistica fiorì su diversi generi di supporti, raffinate ed eleganti sono le diverse rappresentazioni che troviamo espresse nelle gemme e nei cammei. Nell’età imperiale, i ritratti diffusi sulle monete fecero viaggiare in lungo ed in largo, nel vasto Impero, la rappresentazione dell’imperatore consentendoci di ammirare l’evoluzione di cui fu protagonista la raffigurazione dell’immagine. Un originale forma in cui si espresse il ritratto, è la raffigurazione dentro uno scudo. Le immagini clipeate, dovrebbero avere origine greca: costituivano la forma alternativa in cui si esprimeva una rappresentazione plastica, rispetto alla statua intera. La raffigurazione all’interno dello scudo, era una sorta di elevazione per il personaggio, che veniva raffigurato.

Nell’arte romana, l’imago clipeata fu utilizzate anche per scopi funerari e divenne frequente anche in pittura. Il ritratto interessò, infatti, anche la pittura: da quanto è pervenuto fino ai giorni nostri, si può notare che si alternò una rappresentazione legata agli influssi ellenistici ed una di gusto realistico, attenta alla minuziosa narrazione dei particolari. Esempio della prima tendenza trovò espressione nella fanciulla con lo stilo appoggiato sulle labbra, di Pompei. La seconda tendenza si nota, invece, nel ritratto di Terenzio Neo e di sua moglie, dove compaiono elementi di rappresentazione generica, come la tavoletta e lo stilo, ma la rappresentazione è permeata da un diversa ricerca del realismo.

Terenzio Neo e la moglie
Pompei, affresco 55-79 d.C., Terenzio Neo e la moglie

I mutamenti della società trapelarono nelle forme del ritratto: il III secolo d. C. segnò l’affacciarsi della crisi del mondo antico. Nell’espressione artistica presero corpo le incrinature che cominciavano a minare l’Impero. Il primo risultato fu un allontanamento dalla tradizione greca, in favore di un aspro realismo, manifestante un’angoscia ed una tragicità interiore tutta nuova. Gli occhi sono l’elemento che colpisce maggiormente: notevolmente ingranditi, tendono a sottolineare l’espressione di dolore che si manifesta sul volto. Le teste erano a volte inclinate, marcando l’intensità del soggetto rappresentato.

La correttezza formale della rappresentazione classica, lasciò spazio al perseguimento dell’espressione, da cui filtra ansia e dolore. La ricerca del particolare che caratterizzava il volto o lo sguardo del soggetto, divenne l’obiettivo principale. La progressiva mancanza di sicurezze del III secolo, portò dei profondi mutamenti nell’uomo, preda
dell’ansia di un mondo che sembrava sgretolarsi a poco a poco. Nella fissità, sfociarono le evoluzioni del ritratto, che testimoniò passo dopo passo, la perdita di sicurezze della società, affacciatasi sulla fine di una grande civiltà e l’inizio di qualcosa di nuovo.

Il ritratto è sicuramente un affascinante capitolo dell’arte romana, in cui troviamo rispecchiata una vitale forma di esaltazione dell’attaccamento dell’uomo alla vita, espressa nel desiderio di imprimere il ricordo della persona attraverso l’immagine, che anima questa forma artistica. Le tante opere in cui si espresse il ritratto ci mostrano in modo concreto, i vari aspetti della società romana, testimoniando il complesso e faticoso passaggio tra la fine dell’Impero e la nascita di una civiltà nuova.

Roma, Museo Nazionale Romano, ritratto maschile in marmo
Roma, Museo Nazionale Romano, ritratto maschile in marmo, terzo quarto del IV secolo d.C.

Bibliografia

  • Bianchi Bandinelli Ranuccio, Roma L’arte romana nel centro del potere, Bur Arte, Biblioteca Universale Rizzoli, Seggiano di Pioltello, Mi, 1996
  • Bianchi Bandinelli Ranuccio, Roma La fine dell’arte antica, Bur Arte, Biblioteca Universale Rizzoli, Seggiano di Pioltello, Mi, 1995

1 Commento su Il ritratto in epoca romana

  1. mi sono sempre domandata l’origine del ritratto e del mezzo busto questo pezzo mi ha illuminato una camera che era rimasta al buio per molti anni .Complimenti all’autrice.

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