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Indagine dell’associazione Civita su aree e musei archeologici

Un’indagine sul pubblico delle aree archeologiche e dei musei d’arte antica, le sue preferenze e i suoi giudizi, è stata l’occasione di un confronto ad alto livello sull’importanza e i contenuti della comunicazione per l’arte dal quale è scaturita l’idea di un appuntamento fisso sulla nostra rivista. Non ci hanno mai appassionato le indagini demoscopiche che allineano una serie di percentuali su singole risposte non sempre spontanee e autentiche. Abbiamo trovato più interessanti i “focus” che concentrano l’attenzione di gruppi selezionati in analisi non superficiali

Perciò avevamo aderito senza troppo entusiasmo all’invito per la presentazione, il 1° febbraio 2010, dei risultati della “Nuova indagine di Civita. L’archeologia e il suo pubblico”, ci aspettavamo le solite percentuali.

Due i motivi che ci hanno spinto, oltre all’innata curiosità giornalistica: la fiducia in Civita, la benemerita associazione presieduta da Antonio Maccanico impegnata attivamente in campo culturale con iniziative molte delle quali da noi commentate; e il richiamo della sede dell’incontro, i Musei Capitolini, sempre fonti di scoperte e di emozioni, nonché degli illustri partecipanti da Broccoli a La Regina, da Piero Angela a Cecchi, con le conclusioni dell’On. Giro.

Ebbene, non solo le aspettative date dall’ente organizzatore e dalle presenze sono state esaudite, ma si è andati ben oltre. Al punto da farci venire l’idea di un preciso programma, lo annunceremo nel prossimo servizio, ripercorrendo prima l’itinerario logico e mentale lungo il quale l’idea è maturata.

L’indagine di Civita

Non possiamo tacere che nell’itinerario per raggiungere il luogo dell’incontro abbiamo attraversato tre sale con un centinaio di dipinti antichi; nella sala Pietro da Cortona, dove si è svolto, quindici grandi quadri, i Musei Capitolini riservano continue sorprese nell’allestimento che da diversi anni vede troneggiare nell’apposita vastissima sala la statua equestre capitolina del Marc’Aurelio.

Ma non possiamo divagare, c’è tanta carne al fuoco in quest’incontro, cominciamo dall’indagine di Civita volta a conoscere il pubblico dei musei archeologici italiani e soprattutto il suo giudizio sui servizi forniti. Fino a qualche tempo fa i risultati potevano servire a migliorare l’attività di tutela e conservazione dei beni custoditi nel sito, essendo quella la sua funzione; oggi, invece, l’interesse è rivolto soprattutto alla valorizzazione che aggiunge alla tutela un fattore di rilevanza economica, quindi anche misurabile, sempre più rilevante nelle strategie del MiBAC ribadite di continuo dal direttore generale Resca e dal sottosegretario Giro, oltre che dal ministro Bondi al quale va attribuito il merito della svolta positiva nella strategia e nella conduzione del settore.

Civita aveva già condotto un’indagine sui musei d’arte contemporanea, importante come nuova produzione artistica da trasmettere ai posteri quale segno lasciato dalla nostra epoca. Ora ha indirizzato la ricerca del suo Centro Studi – che ha assunto il nome dello scomparso Gianfranco Imperatori, fondatore dell’associazione – alle aree archeologiche e ai musei d’arte antica, il giacimento culturale di maggiore peso e diffusione nel paese, sede e fonte della sua identità.

Due belle sorprese per chi scrive. La prima che l’indagine con questionari forniti all’ingresso è stata concentrata su sette dei siti maggiori, quindi focalizzata con vantaggi in termini di omogeneità ed efficacia: a Roma sui Musei Capitolini e dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano, nonché sui Musei Etruschi di Villa Giulia e Cerveteri; fuori Roma, sull’area archeologica di Paestum e sui Musei archeologici di Napoli e Firenze. La seconda sorpresa è il monitoraggio dei comportamenti, non condizionati quindi autentici, che si è tradotto in indici di attrazione e di trattenimento utili per gli allestimenti.

Sulla base delle risposte e delle osservazioni per i siti sottoposti all’indagine è stato delineato un quadro dei principali aspetti che interessava conoscere, e in particolare: le caratteristiche socio-economiche dei visitatori, il loro comportamento durante la visita, la loro comprensione dei contenuti dell’area o museo visitato, il livello di consumi culturali e la relativa propensione.

Le risposte ai questionari

Il pubblico dell’archeologia è in leggera prevalenza femminile, l’età di maggiore presenza è tra 25 e 44 anni, livello di istruzione elevato e posizione sociale qualificano i consumatori di cultura mediante la visita ai siti archeologici e museali, dove si va preparati su guide cartacee per il 40% e su Internet per il 20%. Va sottolineato che la metà dichiara di svolgere le visite soprattutto in città differenti da quelle di residenza, e il 40% replica la visita una seconda o terza volta; i quattro quinti dei visitatori hanno dichiarato di volerci tornare, dato questo, però, su cui gioca l’immediatezza.

La visita in media ha una durata tra un’ora e due ore, soltanto per un quinto va oltre. Nei sette siti considerati non solo sono state apprezzate le opere esposte ma anche l’allestimento. Invece la comunicazione lascia molto a desiderare, in particolare nei pannelli e nelle targhette, nelle didascalie e nelle informazioni , elementi questi fondamentali per la fruizione della conoscenza.

Sorprende la soddisfazione per i servizi, dato che il Ministero per i beni e le attività culturali è impegnato nel loro ammodernamento e adeguamento per renderli più accoglienti e tali da attrarre il visitatore anche come luoghi di piacevole intrattenimento; evidentemente nelle sette aree dove è stata effettuata la ricerca, hanno una qualità superiore alle altre. E non devono essere troppo attraenti se un terzo circa dei visitatori dichiara di non acquistare nulla, sembra quest’ultima quasi una domanda di controllo sull’attendibilità della risposta precedente

L’osservazione diretta dei comportamenti ha fornito ulteriori indicazioni utili: i visitatori si soffermano su poche opere soprattutto quando ve ne sono parecchie affastellate anche se di pari importanza : “Si ha l’impressione che il visitatore si perda tra una miriade di oggetti, esposti in una maniera coerente dal punto di vista scientifico, ma che non tiene abbastanza conto della effettiva fruibilità da parte del pubblico”. E’ il problema dell’ambientazione anche nel contesto storico e del percorso, che ci ha fatto ricordare la suggestione della lontanissima mostra su “Krepereia”, la bambolina nel sarcofago della fanciulla, esemplare per concentrazione e suggestione espositiva.

Sono problemi in parte conosciuti la cui soluzione è ostacolata dalla scarsezza di risorse. Molto spesso gli allestimenti dipendono più dall’esigenza di conservazione di un gran numero di reperti in spazi relativamente ristretti che da quella di presentazione al pubblico. Il museo archeologico è particolarmente interessante perché alla parte artistica unisce quella storica in genere prevalente, e la ricostruzione delle memorie di un tempo antichissimo è molto affascinante anche se complessa.

L’osservazione diretta

L’indagine comportamentale fatta con l’osservazione diretta si è svolta in particolare proprio nei Musei Capitolini dove si svolge l’incontro, nella parte archeologica costituita dalla lunga “galleria lapidaria” con esposti 130 reperti, poi nel “tabularium” che culmina in una galleria trasversale aperta sul Foro romano sottostante, fino al Palazzo Nuovo con il piano terra e il primo piano di sei sale, di cui cinque con vista sul Campidoglio, ed altri ambienti dal gran numero di statue e reperti.

Osservando i visitatori si è visto come un insieme di fattori può portare addirittura ad omettere sezioni importanti dove si trovano attrazioni come la Venere Capitolina e il Galata morente e a non accorgersi di altri punti di attrazione. I risultati dell’osservazione diretta sono numerosi e riguardano i percorsi e le permanenze dinanzi ai reperti e alle opere maggiori, compresi i confronti.

Alcuni dati rilevati direttamente possono dare un’immagine più precisa delle aree museali considerate e di alcune forme comportamentali dei visitatori. Può sorprendere che ai Musei Capitolini la maggioranza delle visite avvenga in coppia, con un’età media tra 18 e 45 anni, mentre sono state individuate le opere più attraenti nella “galleria lapidaria” e nel “tabularium”, all’interno del cortile e al primo piano del Palazzo Nuovo.

I tempi medi di visita delle opere osservate più a lungo sono di 13-15 secondi per la Vecchia ebbra ed Ercole bambino, la statua colossale di Marte e la Teca Tabula Iburnia; poco più di 20 secondi per il Mosaico delle colombe e la Fontana di Morforio; intorno a 30 secondi per i resti del Tempio di Veiove, la Venere Capitolina e il Galata morente. Nelle visite al Museo Etrusco di Valle Giulia l’età è più avanzata, dai 25 ai 65 anni.

In aggiunta alle modalità comportamentali del visitatore, con le osservazioni l’indagine ha analizzato il corredo informativo e la capacità comunicativa del museo rispetto alle opere esposte: Abbiamo già .indicato alcuni risultati, le rilevazioni vengono riportati analiticamente anche in una serie di illustrazioni con una mappa dei punti di osservazione dei siti considerati specificamente. A queste rimandiamo, sono contenute nella densa pubblicazione “L’Archeologia e il suo pubblico”, Giunti Editore 2009, realizzata con il contributo della Boeing, la multinazionale che produce aerei.

Il pensiero dell’ambasciatore Petrignani e dell’illustre archeologo Heilmeyer

Il presidente della Boeing Italia, Rinaldo Petrignani e pronto a sostenere altre iniziative meritevoli, per l’importanza dell’archeologia nel nostro paese dove si trova il maggiore patrimonio culturale al mondo; e per l’esigenza indifferibile di insegnare al pubblico che deve capirne l’importanza: “Le aree archeologiche italiane, infatti, – ha scritto nella propria Introduzione – non rappresentano solo dei tesori d’arte inestimabili, ma sono il fiore all’occhiello della cultura stessa del nostro paese, nonché uno degli attrattori fondamentali del turismo culturale, che è indispensabile per la crescita e lo sviluppo del territorio e che rappresenta il vero valore aggiunto dell’offerta turistica italiana”.

Collima con quanto il Ministro per i beni culturali Sandro Bondi ha dichiarato e il direttore generale per la valorizzazione Mario Resca ha declinato in termini manageriali individuando nei due rinomati siti dell’archeologia romana e degli scavi archeologici di Pompei due dei tre “punti di forza” dei beni culturali italiani, il terzo sono gli Uffizi fiorentini cui viene aggiunta solitamente la Brera milanese. Linguaggio aziendale , com’è naturale, anche nel presidente della Boeing Italia: “La conservazione e valorizzazione della cultura è uno dei core business del nostro paese; a essa viene riconosciuto un ruolo trainante nello sviluppo delle comunità locali, che possono beneficiare di tutte quelle azioni che qualificano l’offerta culturale”.

Ma si deve “scoprire il visitatore, questo sconosciuto”, ha ammonito Wolf-Dieter Heilmeyer, archeologo, che è stato direttore del Pergamon Museum di Berlino e ora insegna alla Freie Universitat della capitale tedesca: “In Germania, tra gli anni ’70 e ’80, è stato scoperto il visitatore, ed è stato creato un apposito Istituto di museologia”. Non si può lasciare abbandonato a se stesso con il solo aiuto delle didascalie, occorrono supporti come sistemi interattivi e visite guidate.

Nella pubblicazione sulla ricerca qui commentata, è riportato un suo interessante saggio che si avvale delle osservazioni fotografiche fatte da Thomas Struth, il fotografo d’arte di Duseldorf, tra il 1996 e il 2001: “Il comportamento quotidiano degli ospiti delle sale al Museo di Pergamo di Berlino non corrisponde alla sua concezione di esperienza museale. Per lui infatti questa è rintracciabile nella tradizionale sequenza: osservazione, contemplazione, comprensione e comunicazione della comprensione”. Invece in tale grande museo e in altri “a tale esperienza si contrappone ogni esposizione degli spettatori a un impatto di massa o a un programma pedagogico che si limita a frazionare tale impatto con l’ausilio della tecnica ma è comunque prodotto per le masse, o anche a una completa accettazione di questo programma, che induce il visitatore standard a una visita frettolosa nel poco tempo a sua disposizione”. Heilmeyer così conclude: “L’osservazione dei visitatori, ritratti da Struth mentre sono intenti ad osservare, ammonisce gli esperti di musei a non anteporre la didattica all’opera d’arte e a lasciare al visitatore la scelta di cosa e come guardare”. E ne spiega il motivo: “Perché nel momento della sua personale autocoscienza, per forza di natura privata, per coloro che dirigono il museo il visitatore dovrebbe restare ‘questo sconosciuto’”.

Gli interventi di Umberto Broccoli e Adriano La Regina

Dato conto così dell’indagine e del quadro anche economico in cui si colloca nelle parole di due autorevoli partecipanti, possiamo passare all’altro motivo di interesse dell’incontro, le valutazioni dall’interno del “parterre de roi” presentato all’inizio. E’ stato un distillato di esperienze e capacità, responsabilità e ruoli di vertice dal quale si è imparato molto su un mondo affascinante e misterioso.

Ha introdotto Umberto Broccoli, soprintendente ai beni culturali del Comune di Roma, sottolineando l’importanza della comunicazione mentre “spesso il bene culturale è gestito da vestali che lo conservano e lo blindano pronte a trasformarsi in prefiche”. Così avviene che spesso ai musei le persone andavano, e in parte vanno ancora, una volta sola nella vita, in viaggio di nozze. “Occorre restituire al concetto latino di studium il valore di passione e applicarlo ai beni culturali”. E qui la battuta del soprintendente, grande comunicatore e anche archeologo: dice che “parlare di ‘fistula plumbea’ non fa capire letteralmente un tubo, il problema è come si espone”. C’è un retaggio ottocentesco nel modo di gestire i beni culturali, il pubblico non capisce e ne resta lontano. “Facile è diverso da semplice, non si improvvisa, l’arte del comunicatore va applicata ai musei”.

Adriano La Regina è stato per lungo tempo, come soprintendente al Comune, un argine alle manomissioni dei beni archeologici romani, ora è Presidente dell’Istituto nazionale di archeologia e storia antica. Anche lui, nel riassumere i risultati della ricerca, ha posto l’accento sull’esigenza che la comunicazione sia in grado di trasmettere i contenuti custoditi nell’area archeologica o nel museo. Avendo la consapevolezza di una particolarità: area e museo sono i soli che consentono una conoscenza analitica perché possono mettere a disposizione gli originali che sono insostituibili. Sia per le analisi che consentono, sia per le emozioni che suscitano. Una copia non può rimpiazzarli, non darà mai le stesse emozioni, forse con l’unica eccezione del Marc’Aurelio capitolino.

Il museo deve svolgere un ruolo di testimonianza e trasformazione, con il passato inserito nel percorso moderno, e qualificarsi come presidio della nostra storia. E’ un laboratorio di ricerca continua, non solo di mera esposizione, che in quanto tale deve essere aperto in modo da contribuire allo sviluppo della cultura: non solo luogo di spettacolo dunque, anche se deve convincere, ma luogo di testimonianza e di memoria del passato da comunicare in modo corretto.

Viene assegnato al museo anche il compito di costruire momenti forti sotto il profilo culturale rispettando quello che siamo e che possediamo, con l’onore e l’onere di trasmetterlo alle generazioni future. Per questo compito occorre personale preparato provvisto delle nozioni fondamentali di arte e storia, oltre alla conoscenza delle lingue per comunicare con i visitatori.

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