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Infanzia nel mondo greco-romano

Infanzia nel mondo greco-romano

Per gli antichi il bambino è un essere privo di ragione, che solo l’educazione potrà rendere un un individuo vero e proprio. Con il termine infans (non parlante) veniva indicato il neonato fragile e dipendente. In un frammento di Eraclito (536-475 a.C.) leggiamo:

“????? (aion) è un bambino che gioca spostando qua e là le pedine del gioco: un regno di bambino”

Aion è il tempo che scorre e nel quale le cose accadono senza che la scintilla divina regoli il loro corso, il bambino gioca con i dadi senza comprendere perchè i fatti accadano.

Raffigurazioni dell’infanzia nell’antichità

In età arcaica (VII-V secolo a.C.) le raffigurazioni realistiche di bambini sono molto rare; in questo periodo testimonianze sull’infanzia le abbiamo soprattutto dal racconto mitologico, dove i bambini assumono l’aspetto di amorini, semidei, dei ed eroi fanciulli. Nei santuari di divinità curotrofiche la presenza di statue di bambini è relativa alla preoccupazione per la loro salute, molto precaria nei primi anni di vita. Nel santuario di Afrodite Kourotrophaa Kition (Cipro) e in quello di Apollo Hylatas a Kourion (Cipro) sono state rinvenute una serie di statuette con la funzione di ex-voto raffiguranti fanciulli in posizione accovacciata, completamente nudi o con un corto chitone che lascia scoperti i genitali.

Statue simili sono conosciute anche nel mondo fenicio e sono databili tra il V e il III secolo a.C. Molti studiosi pensano che statue di questo genere fossero dedicate come ex-voto dai genitori a divinità come Apollo o Eshmun (l’Asclepio fenicio) perchè proteggessero i loro bambini; altri, invece, ritengono che questi ex-voto fossero offerti per chiedere alla divinità di poter generare un figlio maschio o che si tratti di sculture per commemorare un rito di passaggio che prevedeva l’affidamento del bambino alla protezione della divinità.

In epoca ellenistico-romana le raffigurazioni sul tema dell’infanzia sono più numerose. Adesso il bambino acquista una propria personalità e i tipi iconografici con i quali lo troviamo rappresentato sono essenzialmente due: il fanciullo nelle sue sembianze quotidiane e l’infanzia come simbolo di una dimensione pura dell’esistenza. Esistono testimonianze molto profonde sul dolore di genitori che hanno perso i propri figli e sono frequenti anche ritratti di fanciulli soli, o all’interno del contesto familiare, che sembrerebbero confermare la presenza di un nuovo sentimento d’affetto nei confronti del bambino.

L’importanza dei primi anni di vita

L’allattamento è uno dei temi più rappresentato nel mito: Efesto allattato da Era, Ettore da Ecuba, Astianatte da Andromaca.

All’inizio il bambino veniva allattato solo ed esclusivamente dalla madre, perchè ricorrere al latte di una nutrice o al latte animale era considerato un grandissimo disonore per la madre e un pericolo per la salute del bambino. Con il passare del tempo e l’introduzione di nuove esigenze sociali alle quali le madri appartenenti ai ceti più alti non potevano o non volevano sottrarsi, prese sempre più campo il costume di affidare i propri figli a nutrici.

In un passo dell’opera “Le notti attiche” di Aulo Gellio (II secolo d.C.), troviamo un’appassionata perorazione, tenuta dal filosofo Favorino, nella quale egli parla di una nobile matrona romana che non aveva nessuna intenzione di aggiungere il gravoso compito dell’allattamento ai dolori e alle fatiche del parto, temendo che ciò potesse rovinarle l’aspetto.

Fra i ritrovamenti più interessanti riguardo all’infanzia abbiamo numerosi poppatoi in terracotta di vari periodi, che avevano un significato simbolico nell’ambito dei culti curotrofici, per proteggere i neonati nei primi anni di vita. Questi contenitori sono caratterizzati da una base molto larga per poter contenere il liquido e da un beccuccio che permettesse di succhiare. Qualche volta l’imboccatura era chiusa da un piccolo piano forato nel quale restavano incastrati pezzi di cibo troppo grandi per poter essere ingeriti dai lattanti.

Molti poppatoi avevano la forma di animaletti (cagnolini, pocellini, cinghialetti …) in modo da attirare l’attenzione del lattante e divertirlo. In molti di essi era anche contenuta una pallina di ceramica o un sassolino cossicchè, una volta finito di succhiare il contenuto, potessero essere agitati e producessero un suono piacevole all’interno del contenitore, che veniva usato come svago per il poppante.

Giochi dell’infanzia nel mondo greco-romano

Esistevano anche altri tipi di sonagli, ad esempio la platage che era formata da due dischetti che sbattevano fra loro e l’invenzione della quale era attribuita al pitagorico Archita (IV secolo a.C.). La platage era di legno o di metallo e poteva avere la forma di animaletti, ma se ne conoscono esemplari a forma di culla di neonato. Altri giochi divertenti per i poppanti erano i fischietti in terracotta oppure amuleti tintinnanti a forma di piccole falci, fiorellini, conchiglie, animali che venivano appesi al polso o al collo del bambino e oltre a divertirlo tenevano lontano il malocchio e gli spiriti mi. Questo tipo di oggetti poteva essere di vario materiale: osso, bronzo, rame, argento e anche oro e i romani li chiamavano crepundia (dal verbo crepare > far rumore), Tertulliano li denominava crepitacula, Arnobio tintinnabula.

Quando il bambino non era più un poppante, le femmine si dedicavano a giochi con le bambole, mentre i maschi erano interessati a modellini di cavalli, carri e bighe. Crescendo, l’attenzione di entrambi si spostava su giochi che richiedevano una certa abilità, come la trottola costruita in metallo, legno o terracotta, il rocchetto che aveva la funzione di un moderno yo-yo e il cerchio, spesso in bronzo, adornato da campanellini che suonavano quando si faceva ruotare.

Ma raffigurazioni e fonti letterarie greco-romane mostrano ragazzini che giocano con i propri coetanei (1) all’aperto a nascondino, mosca cieca, al tiro alla corda, con l’altalena, il dondolo o l’aquilone. I bambini greci giocavano al moskinda (da moskios > vitello), che corrispondeva al nostro salto alla quaglia o cavallina e fu poi praticato secoli dopo anche dai coetanei romani. Molti giochi erano costituiti da oggetti semplici e facilmente reperibili, ad esempio le noci, che divennero ben presto uno dei simboli dell’antichità. Persio (I secolo d.C.), per indicare il passaggio dall’infanzia all’età adulta, si serve dell’espressione “nuces reliquere” cioè letteralmente “lasciare le noci”.

Uno dei giochi più frequenti con le noci era il ludus castellorum nel quale uno dei partecipanti cercava di gettare la sua noce sopra altre tre per terra per formare la base, se riusciva a far stare la noce sopra le altre senza farle cadere e a formare il castello, aveva vinto. Nel gioco della tropa i giocatori dovevano far cadere le noci in una serie di piccole buche scavate nel terreno, o nella bocca di un vaso piuttosto stretto. Al posto delle noci si potevano usare gli astragali, ossicini situati nel tarso di pecore e di altri animali, che successivamente saranno forgiati in bronzo, piombo, marmo, terraccotta e persino in oro e avorio.

Questi oggetti venivano dati come premio a scuola ai bambini che si erano dimostrati particolarmente studiosi. Per la loro forma regolare e la dimensione differente dei lati, che faceva sì di poter attribuire ad ogni lato un valore numerico, gli astragali erano usati come dadi veri e propri, che erano molto simili ai nostri.

Sicuramente il più caro compagno di giochi che un bambino possa desiderare è un animale vivente. Anticamente, come oggi, molti avevano in casa un gatto, un cane o un uccellino da gabbia. Su monumenti funerari greci e romani, i bambini sono spesso rappresentati con animali con i quali in vita avevano giocato. Ma se non era possibile possedere un animale domestico esisteva l’alternativa di poterne avere uno in terracotta o il legno, molto colorato. Spesso il bambino lo legava con una corda e lo tirava dietro di sé, cosicchè sembrasse che lo seguiva fedelmente.

Reperti di animali giocattolo sono fra i ritrovamenti più diffusi e si trovano in contesti di vario periodo, fin dal III millennio a.C., sia nel Mediterraneo che in Mesopotamia ed Egitto. Possono essere dei tipi più vari: topi, tigri, leoni, cavalli, cinghiali, montoni, porcospini, tartarughe, uccellini, ippopotami, coccodrilli, galli, galline, oche, anatre…

Riti di passaggio nel mondo greco-romano

I giocattoli erano anche utilizzati come oggetti sacri durante rituali infantili, che avvenivano durante feste che ricorrevano annualmente a scandire la vita sociale.

In molte città italiote e siceliote, fra la fine del V e tutto il IV secolo a.C., era diffusa una festa di origine attica, la cosidetta Anthesteria, durante la quale esemplari di chous (un tipo particolare di brocca legato a riti dionisiaci) di grandi e medie dimensioni erano riservati agli adulti, mentre quelli in forma miniaturistica erano specifiche di un tipico rito di passaggio che vedeva come protagonisti i bambini che avevano compiuto i tre anni di età ai quali, durante questa festa, veniva donato il primo chous. Da qui nacque l’usanza di deporre un chous nella tomba degli infanti morti prima del terzo anno di età.

Durante le feste in onore di Zeus Melichios (benigno) ad Atene, le Diasie festeggiate il 23 del mese di Antesterione (intorno al 14 marzo), era usanza regalare ai bambini dei carrettini e offrire alla divinità focacce a forma di animali insieme a sacrifici pubblici e privati, affinchè venissero allontanati i mali.

A Roma i giocattoli si regalavano alla nascita o quando i genitori davano il nome ai neonati o durante il loro compleanno. Ad ogni modo, l’usanza di donare giocattoli era spesso legata al momento di passaggio dall’infanzia alla loro vita di adulti e molti sono stati trovati in santuari come ex-voto di adolescenti a divinità che hanno loro dato protezione da fanciulli. Un esempio di ciò sono le bambole che anticamente rappresentavano Afrodite, dispensatrice di amore e Era, il modello di sposa.

Le bambole infatti sono legate al rito del matrimonio: le fanciulle si sposavano molto giovani e il giorno prima della cerimonia nuziale, in Grecia, erano solite dedicare la propria bambola ad Afrodite o ad Artemide; a Roma invece la deponevano come offerta sull’altare dei Lari (divinità protettrici del focolare domestico), a sottolineare il distacco dal mondo della fanciullezza e l’accesso al rango di donna adulta. Le bambole erano, nella maggior parte dei casi, in terracotta, forgiate da matrici, con arti snodabili collegati al corpo tramite sottili fili di bronzo. Le più preziose potevano essere di oro, avorio e legno.

Se le fanciulle restavano nubili non offrivano la propria bambola agli dei, ma la conservavano fino alla morte. Un esempio famoso è la bambola in avorio rinvenuta nella tomba della piccola Crepereia Thyphaena (150-160 d.C.) a Roma, curata fin nei minimi particolari, con anelli d’oro alle dita, un piccolo specchio in argento, alcuni pettini in avorio e uno scrigno, tutti oggetti miniaturistici.

Rappresentazioni di divinità bambine nel mondo greco-romano

Eros, il dio dell’amore, è la divinità bambina per eccellenza nel mondo greco. Nella Teogonia di Esiodo (VIII secolo a.C.) Eros è figlio di Afrodite ed è descritto come un adolescente bello e capriccioso. In età ellenistica, invece, assume l’aspetto di un bambino tenero e dolce, ma capace di scherzi e gesti birichini e, a volte, anche crudeli, con arco e frecce. In questo periodo viene rappresentato come un bambino paffuto con ali piccole e corte, spesso ha un ciuffo o una treccia che indicano l’aspetto infantile ed è nudo. La maggior parte delle volte, lo troviamo in compagnia di Afrodite, ma anche di Grazie e Nereidi. In Grecia il culto più importante a lui dedicato era presso Tespie (Beozia), ma generalmente veniva adorato insieme ad Afrodite nei templi a lei dedicati.

A Roma Eros viene chiamato con l’appellativo di Amor e, per continuità con la tradizione greca, è figlio di Venere. Abbiamo la testimonianza di una poesia di Catullo (I secolo a.C.) nella quale c’è un riferimento a un culto domestico di Amor.

Un’ altra figura di bambino è quella di Dioniso. Secondo la tradizione egli è figlio di Zeus e Semele. La spietata Era, tramite l’inganno, fa sì che Semele chieda a Zeus di unirsi a lei con la pienezza divina con la quale si congiunge alla moglie e così muore incenerita dalla potenza del dio. Dioniso viene estratto dal ventre della madre ancora incompiuto e la sua gestazione ha termine nella coscia del padre. Dioniso, dunque, nasce due volte ed è allevato da Sileno e cullato da Ninfe e Menadi, mentre gioca nelle terre d’Oriente. Esistono molte rappresentazioni di Dioniso bambino a cavallo di animali esotici come tigri o pantere .

A Roma egli assume il nome di Bacco e viene raffigurato con un volto paffuto e rubicondo.

In età ellenistica il pantheon greco e romano accoglie l’immagine della divintà egiziana Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, che è spesso rappresentato seduto su un fiore di loto. Il suo culto arriva in Grecia insieme a quello di Iside e Serapide ed è venerato nei templi a loro dedicati. Le maggiori attestazioni le abbiamo in età imperiale (II-III secolo d.C.) e viene rappresentato mentre è allattato da Iside, o come un piccolo Eros con ali e faretra, o recante sulla testa la corona dell’Alto e del Basso Egitto (che con il passare del tempo diventerà un semplice ornamento) e in mano la cornucopia, che lo caratterizza come divinità della fertilità e della fecondità. Inoltre, egli ha la funzione di custodire il segreto che avvolge i riti misterici che concernono il culto della madre e proprio la presenza accanto a lui di quest’ultima fa sì di renderlo molto gradito.

Note

  • (1) Sia Platone, nelle Leggi, che Aristotele, nella Politica, attribuiscono grande importanza pedagogica al gioco, perchè favorisce fin dalla più tenera età lo sviluppo dell’abilità personale e un sano spirito competitivo. Non a caso, i giochi coinvolgevano sempre due o più partecipanti.

Bibliografia

  • Aristotele, Politica, VII, 15
  • Gellio Aulo, Noctes Atticae, X 23
  • Ludus in fabula, giochi e immagini dell’infanzia nell’antichità, pagg. 7-14, mostra tenutasi al museo archeologico di Firenze, febbraio 2008
  • Persio Aulo Flacco, Satira I, 1-18
  • Platone, Leggi I, 643

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