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Intervista a Andrea Drusini, docente presso il Dipartimento di Scienze Medico-Diagnostiche e Terapie Speciali dell’Università di Padova

L’antropologo Andrea Giovanni Drusini è Professore straordinario presso il Dipartimento di Scienze Medico-Diagnostiche e Terapie Speciali dell’Università di Padova. Lo abbiamo intervistato per voi.

D.Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Prima medico radiologo, poi Diploma in Filosofia, Storia della Medicina, Diploma Internazionale di Ecologia Umana.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ricercatore, Professore associato, Professore straordinario.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Direttore di un Master in Musicoterapia; Docente nel Master on Death Studies; Docente nell’European Master of Gerontology Programme (EUMaG), Amsterdam, The Netherlands.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università di Padova, Università di Amsterdam, Accademia Olimpica di Vicenza, Accademia Trevigiana di Lettere e Arti, UNESCO (con Patrocinio del Ministero Affari Esteri Italiano).

D. Il progetto più importante in cui ha lavorato?
R. Come progetto antropologico-forense, il Progetto Europeo FEARID (Forensic Ear Identification), assieme a Olanda e Inghilterra.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Progetto Nasca Diretto dal Prof Giuseppe Orefici, Direttore del CISRAP (Brescia), progetto patrocinato dall’UNESCO e dal Ministero Affari Esteri d’Italia.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ne ho molte: in Francia, Olanda, Perù, Bolivia, Cile…

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Continuare a lavorare e a studiare.

Archeologia italiana


D. Che cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Leggermente in risalita.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Più fondi di ricerca, più autonomia dalle Università, più internazionalità.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Formazione all’estero, cultura, professionalità.

D. Cosa dovremmo imparare dall’estero?
R. Tutto.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Non molto.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Lo Stato e i privati.
D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Lavoro sullo stesso scavo da 24 anni e continuo a pubblicare i risultati.

Musei


D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Disgraziatamente ci sono più mostre che musei.

D. Come aumenterebbe il numero di visitatori?
R. Non c’è una bacchetta magica e non si può obbligare con la forza la gente a entrare nei musei: bisognerà lavorare ancora molto.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello del British Museum?
R. Non si può mettere sullo stesso piano l’Italia e l’Inghilterra.

D. Ritiene utile la realtà “virtuale” nei musei? Se sì, in che misura può esserci?
R. Dipende dal tipo di esposizione.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Non sempre ottimale.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. A volte sì, a volte deve pensaci la stampa; in Francia divulgare è un dovere, da noi non sempre.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. A volte sì.

Beni culturali e privati


D. Che cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Il patrimonio archeologico è nazionale, ma una compartecipazione dei privati sarebbe utile.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Aspettiamo e vediamo.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. C’è una sperequazione: se lavori in Trentino-Alto Adige sì, in altre regioni no.

D. Meglio continuare a scavare o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. E’ come dire: “leggiamo solo i libri già scritti o ne scriviamo degli altri?”

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Certamente sì.

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