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Intervista a Edoardo Borzatti von Löwenstern

il prof. Borzatti - a destra - con lo sceicco locale
Il prof. Borzatti (a destra) con lo sceicco locale

Carta di identità

  • Nome e cognome: Edoardo Borzatti von Löwenstern.
  • Qualifica: Ex Professore Associato presso il Dipart. di Biologia Evoluzionistica. Univers. di FI.
  • Professione: Attualmente collocato a riposo.
  • Recapito: Via Fra’ Giovanni Angelico 18 – Firenze – eborvonlow@libero.itecoquat@unifi.it

Qual è il suo percorso formativo-professionale?

Maturità classica poi laurea in Scienze Geologiche.

Libera docenza in Paleontologia Umana. Assistente di Ruolo all’Università. di Firenze dal 1967 al 1980.

Prof. Associato dal 1980 per l’insegnamento della Paleontologia Umana nel corso di laurea in Scienze Naturali (Univ. di Firenze).

Direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Firenze dal 1985 al 1988.

Fondatore nel 1979 del periodico annuale “Studi per l’Ecologia del Quaternario”, tutt’oggi Editore e Direttore Responsabile. Ha condotto scavi e ricerche in molte località italiane; ho organizzato missioni di ricerca in Terra del Fuoco (Argentina), in Afghanistan, nel Sahara algerino, in Giordania. Ho organizzato cinque Mostre documentarie su argomenti circa le mie ricerche.

Ho all’attivo 180 fra libri ed articoli pubblicati, oltre ai 340 prodotti dal mio gruppo di lavoro. Mi è stata conferita la cittadinanza onoraria di Atella, la “Torre d’oro” dall’EPT di Puglia. Una grotta di recente scoperta e due specie di animali nuovi per la scienza sono stati dedicati al mio nome. Ho realizzato una base (di 310 mq coperti) per ospitare i ricercatori italiani nel deserto della Giordania meridionale.

Di cosa si occupa attualmente?

  • Ricerche in Basilicata (Atella, PZ): esplorazione del Bacino di Atella e scavi stratigrafici nel sito Acheuleano antico del Cimitero di Atella.
  • Indagini esplorative nel territorio del Sannio (BN).
  • Ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale e allestimento del museo Antropologico-Naturalistico in territorio beduino. Preferisco non disperdere la mia attenzione su interessi a “macchie di leopardo”, che in genere realizzano percezioni episodiche, ma difficilmente consentono delle conoscenze complete ed organiche su un dato argomento.

Per quali enti o istituzioni lavora?

  • Ricerche sul terreno su incarico del Museo Archeologico Provinciale di Potenza.
  • Ricerche sul terreno su incarico del Comune di S. Lorenzello (BN).

Il progetto più importante di cui si è occupato?

Le ricerche nel Bacino di Atella, PZ, in Italia (38 missioni) e le ricerche interdisciplinari nei deserti della Giordania meridionale (50 missioni). Sono comunque due punti di arrivo conseguiti in seguito ad esperienze di diversa natura, maturate in molti anni di lavoro sul terreno ed in laboratorio.

Cosa pensa dello stato attuale della ricerca sia archeologica che antropologica in Italia?

A causa delle difficoltà economiche nazionali ogni iniziativa risulta difficilmente realizzabile. Comunque, sia per l’una che per l’altra disciplina, è in atto un pervasivo declino delle ricerche e della loro stessa incisività, connesso indiscutibilmente all’opinabile gestione delle poche risorse da parte delle Commissioni ad essa preposte ed al disimpegno di molti ricercatori, se non anche alla stessa preparazione di questi ultimi dal momento che molto spesso le loro carriere sono legate più a favoritismi clientelari che a meriti culturali.

Cosa dovremmo imparare dall’estero e cosa possiamo insegnare noi a loro?

Dall’estero europeo dovremmo emulare quel senso di dignità nazionale che da parte nostra oggi è quasi smarrito: a parer mio poco possiamo insegnare se non a comunità orientali ancora in via di sviluppo, verso le quali comunque molti ricercatori sembrano provare poco entusiasmo.

Qual è l’obiettivo delle sue ricerche attuali?

Un faticoso tentativo di tener alto il prestigio culturale del nostro paese, non solo attraverso i risultati scientifici realizzati o da realizzare, ma anche mediante corretti rapporti umani con le popolazioni di Stati nostri amici. Inoltre la necessità di migliorare la conoscenza di certe problematiche le quali, se anche non volte ad applicazioni materialmente utili, possono in ogni caso migliorare la nostra maturità intellettuale ed ampliare quelle conoscenze che da sempre costituiscono l’oggetto di una attività scientifica.

Come è organizzato e cosa studia esattamente il Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario?

A me fa capo attualmente il “Laboratorio di Ecologia del Quaternario”; dal “Centro Studi per l’Ecologia del Quaternario” mi sono dimesso nel 1989 perché la sua sede materiale (al Circeo, nel Lazio) risultava troppo lontana dal nostro centro operativo di ricerche. A Firenze lo abbiamo sostituito con la fondazione del GIRQUA (Gruppo Italiano per le Ricerche sul Quaternario).

Il “Laboratorio di E. Q. è rappresentato da un gruppo di lavoro al quale aderiscono studenti universitari, tecnici e specialisti oltre che cultori della materia. Le tematiche delle indagini sono essenzialmente naturalistiche, paleontologiche, paleo-antropologiche e antropologiche. Dal punto di vista finanziario tutte le ricerche di laboratorio, oltre ad alcune sul terreno (Giordania), sono assolutamente auto-finanziate.

Le sue ricerche e i suoi scavi sul suolo italiano a cosa hanno portato?

Le mie ricerche in Italia, unitamente al gruppo che con me lavora, si sono andate incentrando sulle caratteristiche comportamentali di Homo erectus (H. antecessor) che rappresenta il più antico abitatore della nostra penisola (da 1 milione di anni a 100.000 anni fa circa). Di questo ominide si conosceva una sfocata attività venatoria vicariata normalmente dall’esercizio di un probabile sciacallaggio nei confronti di animali disabilitati e dall’utilizzo vero e proprio di carcasse di animali già morti, la lavorazione monotona e rozza della pietra volta a disarticolare la carne dalle prede, la capacità di frammentare le loro ossa, la facoltà di accendere il fuoco.

Le ricerche nel territorio di Atella, ove la sua presenza è ben testimoniata, hanno posto in luce una serie di altre facoltà psichiche sconosciute che fanno di questo essere un uomo di gran lunga più emancipato del suo discendente, l’uomo di Neanderthal. Si sono trovate le prove tangibili di una sua specializzazione nella caccia ai pachidermi (soprattutto all’elefante antico uno dei più grandi mammiferi terrestri mai vissuti) esercitata costringendo un membro del branco, previamente isolato, ad impantanarsi nelle melme di un lago. Adoperava in questa attività (a guisa di arma ad “effetto morale”) una pietra leggera (radiolarite porosa), che lanciava contro la preda con il solo scopo di disorientarla; era solito rifornirsi di questo tipo di pietra in un affioramento che aveva scoperto a più di un km di distanza dalle rive del lago; prima di usarle era solito appiattire intenzionalmente le pietre in modo che, lanciate facendole roteare, potessero acquisire una gittata maggiore e mantenere la direzione di lancio. Alla morte dell’animale, irrimediabilmente invischiato nelle melme, interveniva nella macellazione mediante degli strumenti preparati con la tecnica tradizionale, ma elaborati poi sulla carcassa mediante tre procedure specializzate fino ad oggi assolutamente sconosciute agli studiosi.

Per prede meno grandi ed impegnative e forse anche per difendersi da incontri con animali predatori, quest’uomo portava con se una specie di mazza snodata realizzata con delle pietre rese, mediante un accurato intervento tecnico, di forma poliedrica sub-sferoidale, legate insieme ad una piccola asta di legno: non sono mai state trovate testimonianze di altri tipi di arma. Anche se non vi siano prove tangibili non appare aleatoria l’ipotesi che durante la caccia ai pachidermi ci fosse un concorso di più individui: pianificazione della battuta, esperienza, previsione della riuscita dell’impresa ed infine valutazione del prodotto venatorio in relazione al numero di persone da sfamare. A tutto ciò deve aggiungersi l’esperienza nella pratica della macellazione, la spartizione delle parti dell’animale secondo gerarchie imposte nelle comunità di cacciatori, la possibile conservazione delle carni stesse non fruite sul posto ed asportate rapidamente prima dell’arrivo di grandi predatori attratti dalla carcassa. Una serie di attitudini che in definitiva ha convinto i ricercatori di essere di fronte alla testimonianza di vere e proprie strutture sociali, anche se primitive. Ulteriori indagini mirano attualmente al ritrovamento di eventuali resti ossei di questo cacciatore che abbiamo battezzato ”Uomo di Atella”: malgrado nulla sia stato fino ad ora ritrovato nei territori sottoposti a studio, si conosce tuttavia la sua morfologia somatica grazie ai resti fossili coevi recuperati in altre località italiane ed europee. Non va dimenticato il fatto che fino ad oggi alcune filosofie religiose, proprio a causa della sua apparente primitività, avevano relegato questa umanità al di fuori dell’ambito umano, almeno per quanto riguarda la sua spiritualità: questa avrebbe avuto inizio solo a partire dall’uomo di Neanderthal (100.000 anni or sono).

Le ricerche in Giordania

Wadi Rum, pietra topografica di Jebel Amud

La Giordania sembra che possa riservare molte sorprese future a livello culturale. Quanto ancora c’è da lavorare a riguardo?

Quando ci si impegna a risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia, si apre la strada a una serie infinita di altri problemi: prevedere la fine di una ricerca diviene allora davvero difficile.

In Giordania le ricerche erano iniziate con lo scopo di studiare la morfologia culturale dei beduini, la sua origine e la sua evoluzione: alla fine ci siamo trovati impegnati in più di una cinquantina di tematiche fra loro rigorosamente correlate e che alla fine hanno richiesto l’intervento di oltre quaranta fra specialisti e tecnici di varie discipline scientifiche ed umanistiche. Non v’è dubbio che il Vicino Oriente sia la culla delle nostre civiltà: le sue conquiste iniziate circa 10.000 anni fa daranno alla fine origine alle grandi civiltà del Bacino del Mediterraneo (Egiziana, Greca e Romana). Il lavoro iniziato dalle nostre missioni può considerarsi solo una prima fase di quanto ancora rimane da fare.

La Giordania come tutela il proprio patrimonio culturale?

Il suo patrimonio culturale, almeno per quanto riguarda i beni materiali da noi messi in luce, non è particolarmente rilevante: altra cosa se ci si riferisce al patrimonio, soprattutto archeologico, sul quale lavorano specialisti di tutte le nazioni.

Purtroppo la Giordania è tormentata da gravi problemi sociali e finanziari: i suoi funzionari mostrano un alto senso di responsabilità e un grande impegno personale nel curare l’ingente patrimonio culturale in attivo incremento.

Deterioramento dovuto al tempo, saccheggio da parte di collezionisti e vandalismo fine a se stesso (come dappertutto avviene) possono con difficoltà essere arginati. Non avendo poi mezzi finanziari per le ricerche, il governo giordano affida a stranieri ogni iniziativa: questi poi, esaurite le loro indagini sul terreno, non si curano più di quanto abbandonano ad un destino purtroppo prevedibile.

Com’è il suo rapporto con le tribù locali?

E’ stato ed è tuttora ottimo: se così non fosse stato non avrei potuto lavorare in territori desertici che i beduini ritengono di loro proprietà. I beduini stessi mi hanno donato la terra per fabbricare la base italiana a Disi (2000 mq), mi hanno consentito di esplorare il territorio senza alcuna interferenza, mi hanno aiutato come hanno potuto nella ricerca stessa. Questo mi ha permesso di ripagarli portando a conoscenza internazionale il loro territorio ed il patrimonio storico-naturalistico in esso presente, innescando così un turismo in continuo incremento, cosa che ha nettamente migliorato le condizioni economiche delle famiglie alle quali il pascolo ormai non prometteva più alcun futuro. Si è così andato instaurando un rapporto di grande amicizia e di stima reciproca non solo nei miei riguardi, ma soprattutto verso tutti gli italiani recepiti quasi come dei fratelli.

Quali possono essere l’importanza e il contributo archeologico, antropologico e paleontologico della “mappa” di pietra di Jabel Amud?

Se devo essere sincero non ho mai dato particolare rilevanza alla scoperta della “mappa” di Jebel Amud: questa rappresenta solo la testimonianza di un particolare rapporto fra il mondo beduino pastorale e quello degli antichi agricoltori calcolitici, che dal 5000 circa al 3000 a. C. sono vissuti nella regione, quando il clima più umido permise loro di esercitare una economia di tipo misto (agricoltura ed allevamento di bovini). La mappa con ogni probabilità permetteva ai beduini il controllo del pagamento, da parte degli agricoltori, di una tassa (khone) atta ad esentarli da eventuali razzie: certamente una testimonianza materiale interessante per la sua precisa realizzazione e la sua stessa antichità, che suscita nei visitatori di oggi della curiosità, ma che ha una relativa risultanza scientifica dal momento che questo tipo di rapporto, fra sedentari e nomadi, era già storicamente noto. Almeno altre due mappe di questo tipo sono state individuate, come era dopotutto prevedibile, in aree al di fuori di quelle strettamente rappresentate dalla mappa di Jebel Amud.

E dei petroglifi del Wadi Rum?

Molto più importante risulta invece la produzione rupestre (incisioni e pitture) dispersa in tutto il territorio. Non è il frutto di impegni volti ad un godimento spirituale, come può essere una espressione artistica in genere: si tratta di vere e proprie comunicazioni fatte da chi, vivendo isolato nei deserti ed in continuo spostamento, non aveva niente altro da utilizzare all’infuori delle rocce per poter mantenere in qualche modo una relazione con i propri simili.

Nata circa 8000 anni fa in forma di espressioni pittografiche di stile naturalistico-veristico, questa produzione, essenzialmente beduina, fu destinata presto a trasmettere non solo notizie facilmente descrivibili, ma anche dei concetti astratti soprattutto in ambito cultuale (propiziazione, ringraziamento, fertilità, protezione, ecc.): furono così elaborati progressivamente dei veri e propri ideogrammi, dipinti sulle rocce in ocra rossa o con altri coloranti. In poco tempo queste simbologie finirono inevitabilmente con lo standardizzarsi fino a dare origine ai caratteri di una scrittura meglio organizzata: in questo modo, proprio fra quelle genti dalle quali questo tipo di comunicazione si era sviluppato, nasceva la prima scrittura alfabetica!

Mentre le incisioni rupestri sono rappresentate nel territorio da almeno 20.000 figurazioni che attraversano tutti i tempi, le pitture ideogrammatiche sono presenti in più di 320 siti databili fra il 4800 ed il 2000 a. C.: rappresentano una realtà unica al mondo, se non altro perché da queste, attraverso un processo di acrofonia, peraltro noto nella letteratura archeologica, si originerà nel giro di pochi secoli il Tamudico, scrittura alfabetico-fonogrammatica in tempi di gran lunga precedenti quelli della scritture Cuneiformi sumeriche o Demotico-Ieratico-Geroglifiche egiziane legate ancora ad una struttura di tipo sillabico. Più evoluta e diffusa su un’area estremamente ampia, l’esperienza Tamudica contrasterà le suddette scritture relegandole nei territori dei relativi imperi in cui erano nate e nei quali erano usate e per ciò stesso destinate a seguirli nella loro stessa fine senza lasciare alcuna discendenza: si estenderà presto su un territorio sconfinato (Vicino Oriente, Africa centro settentrionale, Bacino del Mediterraneo) assumendo nel corso di un lungo tempo delle prevedibili varianti che caratterizzeranno alla fine le scritture di oggi, siano esse le nostre occidentali che quelle arabe.

Questa ipotesi sollevata dalle ricerche effettuate per circa 40 anni, resta la più originale e la più stimolante per gli studi futuri: tuttavia è inutile ricordare che nulla risulta definitivamente sicuro in queste tematiche le quali, proprio per le infinite variabili che in genere vi sono presenti, non possono raggiungere facilmente delle verità di natura matematica. Solo il concorso di più indagini e discipline in stretta correlazione fra loro potrà apportare altri contributi alla risoluzione di un problema che, per quanto mi concerne, ho voluto solamente proporre.

Termino così questo sintetico intervento solo su alcune delle ricerche alle quali ho dedicato buona parte della mia vita: su tutte non è possibile a meno di non riscrivere un’opera che forse non avrei neppure il tempo di terminare! La bibliografia prodotta è assolutamente esauriente riguardo agli impegni miei e del gruppo da me coordinato; a essa rimando chi avesse interesse di continuare questo tipo di indagini.

1 Commento su Intervista a Edoardo Borzatti von Löwenstern

  1. Hello have you some contact to profesore Eduardo Borzatti von lowenstern ??? thank you very mooch . Leo Peterka

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