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Intervista a Edoardo Ratti

L’archeologo Edoardo Ratti svolge le professioni di informatico e paletnologo. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Perito informatico lavoratore dipendente dal 1988 dal 1996 ho intrapreso gli studi universitari a Genova per pura passione che è andata aumentando. Laurea specialistica nel 2004.

D. E il suo percorso professionale?
R. Prima ancora di ottenere la laurea ho iniziato attività di sperimentazione in ambito preistorico. Dal 2001 attività divulgativa presso enti pubblici e privati.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Svolgo attività didattiche e divulgative in ambito preistorico. Sono impiegato part-time come informatico presso il Porto Mercantile della Spezia.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Scuole Pubbliche e private, Musei archeologici. Eventi scientifico-divulgativi.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. www.paleofestival.it

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Dopo aver partecipato al Festival della mente a settembre come unico relatore della zona in autunno terrò un seminario in 4 incontri sulla divulgazione della preistoria presso il museo archeologico di La Spezia.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R.Personalmente no ma nell’ambito del Paleofestival che curo dal 2005, si.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Fare lezione all’università come ospite esterno.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Troppo “classica” e troppo umanistica. Non è tra le scienze naturali.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Troppe testimonianze archeologiche e pochi soldi per valorizzare le migliori.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Maggiore visibilità del lavoro dell’archeologo che non ha ancora un albo professionale. Gestire i depositi di reperti. Fare scavi “visitabili”.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Dalla Francia la divulgazione delle preistoria e dall’Inghilterra la tecnologia sulla scavo.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. In ambito preistorico…non saprei ?

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Dare più spazio all’anima scientifica dell’archeologia e divulgare massicciamente i risultati delle ricerche anche se non sono “perfettamente” definitivi.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Direi proprio di si. Ci sono archeologi che tengono studi nel cassetto per pubblicarli quando andranno in pensione.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Il museo con cui collaboro da oltre 10 anni ha spinto sempre più verso la didattica e la divulgazione in modo coinvolgente altremnti il messaggio non arriva a destinazione in modo duraturo. Dovrebbero venire riconosciute meglio le strutture appartenenti all’ICOM. Ci dovrebbe esssere uno stimolo dallo stato a voler far parte di questa organizzazione e alla sue regole.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Trovare motivi diversi, ad esempio eventi gratuiti, per far conoscere l’esistenza e i contenuti del museo.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. In Italia la cultura non può essere che a pagamento ma non sono d’accordo nelle eccessive privatizzazioni nella gestione dei monumenti più importanti.
La cultura non deve avere un impostazione consumistica.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Non deve diventare però il principale supporto nei musei altrimenti chiunque potrebbe avere un museo di qualsiasi cosa.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. E’ un rapporto fondamentale e purtroppo poco espresso. Io mi definisco archeologo divulgatore proprio perchè credo in questa specializzazione. Il giornalista non specializzato ha interessi diversi dell’archeologo. Ho fatto interviste da archeologo ad archeologo e ne è venuto fuori del materiale molto diverso da quello che siamo abituati dai comuni media.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Poco.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. L’archeologo italiano non crede tanto nella divulgazione al grande pubblico. Parlare in modo semplice perchè il destinatario è semplice non significa per me far scadere la qualità dell’archeologia. Dobbiamo sempre ricordarci a chi divulghiamo. Il grande pubblico ha anche dei diritti come sostenitore indiretto della ricerca archeologica.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. E’ necessario purtroppo ma ancrebbe sempre supervisionato dallo Stato l’unico vero proprietario della nostra cultura materiale.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. E necessria ma si sta rischiando che grosse strutture private gestiscano diversi musei solo per vendere servizi propri come pubblicazioni private e non curino le funzioni fondamentali del museo stesso.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Si spende molto per gli scavi, poco rispetto all’estero, e poi i reperti restano anni nei magazzini di musei e soprintendenze. Questo non deve assolutamente acccadere. Le risorse andrebbero distribuire meglio durante tutte le fasi della ricerca archeologica, compresa la pubblicazione dei risultati per gli specialisti e per il grande pubblico entro un termine obbligatorio.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Vedi risposta precedente.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Si.