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Intervista a Enrico Benelli

Enrico Benelli è ricercatore presso l’ISCIMA-CNR. L’abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Ho conseguito la laurea in Lettere presso l’Università “La Sapienza”, con una tesi in etruscologia, e successivamente il dottorato di ricerca, sempre in Etruscologia, presso la medesima università, dove ho avuto anche una borsa post-dottorato.

D. E il suo percorso professionale?
R. Dopo aver lavorato sui cantieri da libero professionista per alcuni anni, sono entrato nel 1999 nella Soprintendenza Archeologica delle Marche (come allora si chiamava) come archeologo, e lì sono rimasto fino al 2001, quando sono passato al CNR (nell’ex “Istituto per l’Archeologia Etrusco-Italica”, poi confluito nell’attuale ISCIMA). Dal 2005 al 2009 ho anche insegnato Etruscologia e Antichità Italiche all’Università di Udine.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Il mio compito all’interno dell’ente si concentra soprattutto su ricerche di archeologia italica (in Sabina, essenzialmente) e sull’epigrafia etrusca.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Consiglio Nazionale delle Ricerche.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Indubbiamente la redazione del Thesaurus linguae Etruscae.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. La prosecuzione dei successivi volumi del ThLE è certamente l’impegno più importante, anche se – come tutti – porto avanti di necessità più progetti contemporaneamente.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho collaborato in passato a progetti sviluppati da istituzioni di altri Paesi, e nuove collaborazioni sono attualmente in cantiere.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Vorrei avere il tempo per scrivere un libro su alcuni aspetti cruciali della storia del mondo classico, ma dovrei avere alcuni anni privi di altri impegni, il che al momento è abbastanza improbabile.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. La qualità della formazione è sempre piuttosto alta, e gli archeologi italiani sono certamente tra i più preparati al mondo, anche se ho qualche dubbio sulle ultime generazioni uscite dalle università, che appaiono rinunciatarie in modo deprimente e spesso disinteressate all’approfondimento delle proprie conoscenze. Purtroppo la scarsità imbarazzante di risorse destinate all’archeologia nel suo complesso rende il futuro di molti colleghi alquanto precario; ogni volta che un bravo archeologo è costretto a cambiare lavoro in via definitiva perdiamo tutti qualcosa. Quello che è più preoccupante è il prossimo svuotamento delle principali istituzioni, soprattutto di tutela, che lascia molti dubbi su cosa ci aspetta nei prossimi anni. Allo stesso modo, anche il mondo universitario è vicino al collasso per mancanza di avvicendamento. C’è da domandarsi per quanto ancora l’archeologia italiana possa mantenere l’attuale posizione di prestigio internazionale, quando di fatto non si sostituiscono (o si sostituiscono in maniera molto parziale) i docenti che vanno in pensione, e la massa critica del mondo della ricerca continua a calare in modo preoccupante.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Le emergenze sono molte; prima di tutto dotare di personale e di risorse adeguate gli enti di tutela, dei quali in qualche caso è restato poco più che una targa su un portone. Poi c’è sicuramente un problema di sensibilizzazione e di diffusione di una corretta conoscenza, che è ancora in uno stato abbastanza embrionale – basti vedere i programmi scolastici, dove la buona volontà di un docente può fare una differenza incalcolabile. Infine rilanciare una ricerca reale, basata su esigenze di carattere scientifico e non su programmi spettacolari ma vuoti di significato.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. La ricchezza e l’enorme varietà dei beni archeologici dell’Italia, l’interesse che a volte questi suscitano nelle comunità, che si impegnano nella loro tutela e conoscenza… esistono segnali positivi che sarebbe opportuno incoraggiare.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La capacità di collaborare e la serietà nell’approccio al patrimonio archeologico.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Non c’è dubbio che l’Italia sia ancora all’avanguardia per quanto riguarda l’organizzazione degli apparati di tutela; la nostra legislazione è certamente una delle migliori, e gli apparati investigativi che collaborano alla protezione dei Beni Culturali hanno un’efficienza che ha fatto scuola. Altro elemento di altissima qualità della tradizione italiana sono le scuole di restauro. Basta che tutto questo non venga gradualmente smantellato per esaurimento.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. L’archeologia non rende; in Italia come ovunque nel mondo la tutela, la conoscenza e la ricerca non possono che essere essenzialmente di competenza pubblica.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Questa rischia di essere una questione ideologica più che reale; in molti casi fra scavo e pubblicazione esiste un enorme ostacolo, che è il restauro dei materiali. Materiali non restaurati non possono essere studiati (a meno che non si tratti di contesti che hanno restituito solo frammenti); il restauro richiede più risorse e più tempo dello scavo. Se si pensa che la maggior parte degli scavi svolti in Italia sono interventi di emergenza, è chiaro che non sarà mai possibile costringere chi ha dovuto già pagare uno scavo a pagare anche il successivo restauro dei reperti. In realtà esistono migliaia di contesti che gli scavatori sarebbero ben contenti di dare da studiare a qualcuno, ma nessuno è disposto ad accollarsi spese e fatiche del lavoro preliminare.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Non è possibile dare un giudizio complessivo, perché tutti i musei sono diversi. Sicuramente positiva è stata l’attività di apertura di nuovi musei (e di risistemazione di quelli vecchi) svolta nei decenni passati, che ci ha dotato di un patrimonio museale molto moderno. Parecchi dubbi possono invece sussistere sui criteri espositivi più in voga, che prevedono una riduzione drastica (se non proprio un azzeramento) degli apparati didattici; se non si capisce quello che si vede il museo fallisce il proprio compito, e ritorna ad essere la Wunderkammer seicentesca per soli esperti.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Non è che possa aumentare all’infinito; comunque lì dove ci siano collezioni molto vaste, destinare una parte anche consistente del museo ad esposizioni a rotazione potrebbe indubbiamente essere uno stimolo a visitarlo più volte. La base di tutto comunque non è nelle competenze dei musei: se non c’è una formazione di base che stimoli un interesse diffuso, anche il miglior museo del mondo è destinato a rimanere deserto.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Semplicemente non possiamo permetterci musei gratuiti, a meno che non si tratti di piccole strutture locali gestite da volontari (che tra l’altro a volte sono di buona qualità). I grandi musei stranieri che non fanno pagare biglietto d’ingresso si reggono su sistemi di donazioni e fondazioni che in Italia non esistono – e il problema è ben più vasto, e non è solubile solo intervenendo sulla gestione museale.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Certamente sì, e direi anche la augmented reality per i siti archeologici. Purché abbia un senso, e non sia semplicemente uno schermo abbandonato in un angolo di una sala.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Essenziale; ma mi sembra che in questo senso si siano fatti molti passi avanti, ed esistono ormai numerose sedi di buon livello. Senza informazione è impossibile capire a cosa serve l’archeologia, e perché tutelare i beni archeologici è interesse primario della collettività.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Alcuni sì, alla maggior parte semplicemente non interessa.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Di solito sì.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Bisognerebbe chiedere ai privati cosa ne pensano. Non credo che interessi molto.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Ha certamente dato un contributo importante allo svecchiamento di alcune istituzioni; è deplorevole però che gli enti che gestiscono i musei non possano esercitare una qualche forma di controllo sul tipo di merce posta in vendita, soprattutto per quanto riguarda l’editoria. La fantarcheologia vi è ampiamente rappresentata; questo non succede nel modo più assoluto nei musei stranieri.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Sono penosamente inadeguati. Spostando la virgola a destra di un paio di posti le risorse potrebbero avvicinarsi alla sufficienza, seppure non raggiungendola.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. La domanda non ha senso.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Lo sono già, ma evidentemente il fatto interessa poco.

1 Commento su Intervista a Enrico Benelli

  1. Ciao Enrico, mi chiamo franca, e ho assistito presso il palazzo Alemanno, il giorno 11 giugno alla conferenza: “Preistoria e alto Medioevo”, ho trovato gli argomenti molto interessanti. Preciso che non sono molto esperta di Etruscologia, ma sono rimasta colpita dalle lezioni, spero in futuo di tornare ancora ad ascoltare la vostra bravura.Scrivo storie per bambini, mi servirebbe il nome dello schiavo Messapo trovato nella zona, in epoca etrusca. Ho un trullo nella terra degli antichi Messapi e le mie radici affondano nella valle di Civita. Ringrazio anticipatamente. Un caro saluto franca bassi

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