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Intervista a Floriana Miele

Floriana Miele è Archeologo direttore coordinatore. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual è stato il suo percorso formativo ?
R. Sulle solide basi costruite nel corso di una positiva formazione scolastica, ho potuto affrontare regolarmente e con profitto gli studi universitari presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli, conseguendovi la laurea in Lettere classiche con indirizzo archeologico nel 1985. Dall’anno successivo ho quindi frequentato il corso triennale e ottenuto il diploma di specializzazione in archeologia classica presso l’Università degli Studi di Lecce (ora del Salento), propedeutici per l’accesso al concorso pubblico per esami e titoli ad archeologo nel Ministero per i Beni Culturali e Ambientali (ora denominato per i Beni e le Attività Culturali), dove sono stata assunta nel 1990 con la qualifica di archeologo direttore presso l’allora Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta.

D. E il suo percorso professionale ?
R. Prima di entrare a fare parte dell’Amministrazione statale, tra il 1987 e il 1990, subito dopo la laurea, ebbi modo di lavorare a Pompei come analista catalogatore, assunta a tempo determinato presso il Consorzio Neapolis nell’ambito di uno dei progetti condotti in applicazione della Legge per i “Giacimenti Culturali”. Qui ricevetti la prima formazione di informatica applicata ai beni culturali, utilizzata nella campagna di catalogazione a tappeto dei rivestimenti parietali e pavimentali della città antica condotta dal Consorzio d’intesa con la Soprintendenza e l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Queste esperienze si sono rivelate in realtà molto utili anche nel corso della mia successiva attività lavorativa continuata presso la Soprintendenza, al pari di quelle di scavo archeologico e documentazione che ebbi occasione di svolgere nel centro antico di Napoli e nel Salento durante il periodo universitario e post-universitario.
Ma la vera e propria palestra di crescita professionale è stata ovviamente la pratica sul campo una volta incardinata nei ruoli organici dell’Amministrazione statale. Il mio percorso lavorativo si è sviluppato in realtà in due fasi: tra il 1990 e il 1999 è stato segnato da attività operative sul territorio, specificamente nell’alto Casertano, tra l’area dell’antica Capua (Santa Maria Capua Vetere) e la zona sannitica e romana del Sannio Pentro, come responsabile dell’Ufficio e del Museo Archeologico di Alife. Dal 1999 ho poi iniziato a dirigere e dirigo tuttora gli Uffici del Catalogo e dei Sistemi Informativi presso la sede centrale della Soprintendenza, sita all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’attività archeologica nell’interessante area Alifano Matesina è stata per me fondamentale dal punto di vista scientifico e professionale, essendo stata caratterizzata da scavi di emergenza e pianificati che hanno in effetti consentito di accrescere, oltre a quelle personali, le conoscenze su una zona interna della Campania piuttosto ignota sino allora, non solo indagando nella colonia romana di Allifae, racchiusa nella sua cinta muraria e con il suo impianto urbanistico regolare ancora perfettamente leggibile al di sotto di quello attuale, ma anche esplorando le diverse forme di insediamento umano dalla preistoria all’età sannitica, dall’epoca romana sino all’alto Medioevo, attestate nell’ampio ager ad essa pertinente, delimitato a sud / sud-ovest dal Volturno e ad est / nord-est dal massiccio del Matese sino ai confini con il Lazio e il Molise. I frutti di queste esperienze e acquisizioni sono poi stati oggetto di vari studi particolari, editi e non, di cui il più recente esempio è appunto il contributo inserito nella pubblicazione “I riti del costruire nelle acque violente”, recensito nella vostra Rivista.

D. Di cosa si occupa attualmente ?
R. Dal 1999, come ho prima riferito, sono passata dall’attività archeologica operativa a quella più stabile nel settore della catalogazione, in realtà altrettanto importante quanto la precedente perché base conoscitiva e presupposto fondamentale, secondo le norme del Codice dei beni culturali e paesaggistici, per una consapevole gestione, un’adeguata e tutela e un’efficace valorizzazione dei beni di interesse storico-archeologico.
Nello svolgimento dei miei compiti sono dunque impegnata, da un lato, nella costruzione e implementazione dei sistemi informativo di catalogo e territoriale della Soprintendenza, dall’altro, nella realizzazione di applicazioni e siti Web per la divulgazione e la promozione di contenuti riguardanti il patrimonio culturale della specificamente Soprintendenza e in genere della Campania, anche sviluppando complessi progetti interistituzionali con Amministrazioni locali, Enti pubblici e Istituti di cultura e ricerca.

D. Per quali enti o istituzioni lavora ?
R. Come ho in precedenza detto, dal 1990 e senza soluzione di continuità lavoro nell’attuale Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, formatasi alla fine del 2007 per effetto della riorganizzazione amministrativa del Ministero, che ha comportato una redistribuzione delle competenze territoriali di tutti gli Istituti dipendenti e dunque anche della Campania, comportando l’unificazione della ex Soprintendenza archeologica di Pompei con la ex di Napoli e Caserta, e la decurtazione da essa dell’area casertana a sua volta accorpata alla ex Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno, Avellino e Benevento.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato ?
R. A parte l’istituzione nel 1995 del Museo Archeologico di Alife, nel quale venivano e vengono esposti i reperti recuperati nel corso delle ricerche archeologiche condotte in quel territorio dall’ultimo decennio del XX secolo in poi, nell’ambito dell’attuale incarico professionale ho coordinato sino al 2008, in collaborazione con la Direzione regionale dei beni culturali e paesaggistici della Campania e le altre Soprintendenze, e con il supporto scientifico dell’Istituto per i beni archeologici e Monumentali del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, il progetto per la realizzazione del Sistema Informativo Territoriale della regione Campania, uno degli interventi condotti dal Ministero nell’ambito del Piano Operativo Nazionale 2000-2006 “Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia”, cofinanziato dalla Unione Europea e gestito dai Ministeri dell’Interno e della Difesa. Nelle attività svolte per esso ho potuto in effetti fondere le mie pregresse esperienze archeologiche sul territorio con quelle acquisite nel settore informatico, ottenendo risultati soddisfacenti anche dal punto di vista scientifico, concretizzatisi nella realizzazione di un GIS contenente oltre 4500 schede di siti di interesse archeologico e monumentale, vincolati e non, e nella pubblicazione nel 2009 del volume Sistema Informativo Territoriale della Campania.

D. Il prossimo impegno lavorativo ?
R. Le attività nelle quali sarò impegnata nel prossimo futuro, in realtà già intraprese dal 2005 ma ora giunte alla fase più onerosa e complessa, consisteranno nella normalizzazione e integrazione degli archivi di schede informatizzate di beni archeologici immobili e mobili pertinenti alle province di Napoli e Caserta (per una quantità di circa 190.000 unità catalografiche con i relativi allegati, su un totale complessivo di oltre 210.000) all’interno del sistema informativo CRBC realizzato per il Centro Regionale di catalogo per i Beni Culturali, istituito presso la Direzione Regionale.
Parte di questo patrimonio catalografico pregresso è stato altresì reso fruibile al pubblico attraverso il Circuito Informativo Regionale per la fruizione dei beni culturali della Campania, un altro sistema informativo open source a tecnologia Web, di tipo distribuito e cooperativo, costruito tra il 2005 e il 2007 dall’Istituto di Cibernetica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli, grazie ai finanziamenti ministeriali concessi per i progetti Archeologia online, Archeo Atlante e MICHAEL, finalizzati alla implementazione del portale nazionale Cultura Italia.

D. Ha collaborazioni all’estero ? Se no, prevede di averle ?
R. Attualmente no, anche se tra il 1995 e il 1999 ho coordinato le attività della Soprintendenza per un progetto europeo, coordinato e condotto dal suddetto Istituto di Cibernetica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli in cooperazione con vari Istituti di cultura e ricerca di Francia, Grecia e Austria, e finalizzato alla creazione di un portale Web di informazione culturale a livello internazionale. Spero però di continuare ad avere altre relazioni e collaborazioni scientifiche con l’estero, perché le ritengo molto stimolanti per aprire diversi orizzonti di conoscenza scientifica e per migliorare capacità e competenze professionali.

D. Il suo sogno nel cassetto ?
R. Sul piano delle mie attività istituzionali, vorrei riuscire a completare il programma di reinventariazione e catalogazione, allo stato attuale non esaustiva, del patrimonio archeologico mobile conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli e negli altri musei e uffici periferici della Soprintendenza; mentre sul piano scientifico, desidererei approfondire e concludere alcuni progetti di studio in corso riguardanti l’area Alifana e possibilmente intraprenderne altri su nuovi contesti di materiali musealizzati oggetto di mio interesse.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana ?
R. Dopo il fervore di iniziative che ha caratterizzato il decennio finale del secolo decorso e i primi anni di quello attuale, come è del resto sotto gli occhi non solo degli esperti del settore ma anche della pubblica opinione, da circa un quinquennio si registra purtroppo, nell’ambito tanto delle attività di ricerca, quanto di quelle di tutela e conservazione del patrimonio archeologico, una fase di stagnazione e di pericolosa regressione a livello sia normativo e amministrativo, sia finanziario e gestionale. Si potrebbe addirittura parlare di una vera e propria crisi involutiva, non degna della nostra tradizione di sapere e di saggio governo del millenario e straordinario patrimonio culturale che abbiamo ereditato dal passato, che pure ci vantiamo di possedere e che ha contribuito e contribuisce a diffondere un’immagine positiva della nazione nel mondo e ad accrescerne il livello civile e socio-economico, alimentando tra l’altro la remunerativa industria del turismo.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte ?
R. Le principali emergenze da risolvere sono sostanzialmente connesse al necessario miglioramento di quegli aspetti propri dei compiti istituzionali degli Organi di tutela, funzioni che si potrebbero considerare forse routinarie e poco appariscenti, ma che rappresentano in realtà elementi essenziali per la corretta gestione dei beni culturali, quali: l’ampliamento della catalogazione e della conoscenza del patrimonio storico-culturale e paesaggistico, nonché la pianificazione di programmi di conservazione ordinaria e straordinaria dei siti, monumenti e musei statali e non. Non si tratta dunque di progetti estemporanei e finalizzati a conseguire successo mediatico di breve durata ed effetto, ma piuttosto di un’attenta e costante opera di gestione, controllo e manutenzione, che non di meno rende indispensabile l’erogazione di maggiori risorse finanziarie rispetto ai magri fondi resi disponibili per il settore, nella consapevolezza che tali stanziamenti non sono investimenti a fondo perduto, ma finalizzati a conseguire benefici immateriali permanenti.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare ?
R. La secolare tradizione legislativa nel campo della tutela e amministrazione del patrimonio culturale, che tuttora costituisce un modello di avanguardia nel panorama internazionale; le competenze, , non solo professionali, ma anche scientifiche del personale interno, direttivo e tecnico in particolare nel campo del restauro, per agevolarne l’oneroso impegno quotidiano che si trova a svolgere seppure con modeste gratificazioni, e per valorizzarne le capacità di ricerca e studio, troppo spesso sottovalutate; infine la dote di inventiva e di stile, che costituiscono da sempre il segno distintivo della cultura italiana nel mondo.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero ?
R. La capacità di lavorare in modo cooperativo e interdisciplinare, con obiettivi, tempi e metodi precisi; la snellezza e la rapidità procedimentale; la collaborazione con pari dignità tra gli ambiti dell’amministrazione e della ricerca scientifica nel settore specifico; la consapevolezza del dovere di evolvere le proprie conoscenze e competenza con la formazione continua nel corso di tutta la vita lavorativa.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro ?
R. Il valore della conservazione della storia e della cultura classica umanistica, affianco a quello del sapere scientifico, anche se interpretata e trasmessa con strumenti comunicativi diversi e alternativi; l’abilità, spesso ancora artigianale, con cui si esercitano le tecniche del restauro e alcuni attività di artigianato artistico; il gusto del bello.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana ?
R. Secondo il dettato costituzionale, chiaramente il maggiore onere in termini di obblighi, responsabilità e risorse deve ricadere sullo Stato e, in modo compartecipato e non concorrenziale, sulle Amministrazioni locali che si trovano a gestire monumenti e siti antichi, nella consapevolezza che l’arte e la cultura, l’archeologia e la storia rappresentano un patrimonio della collettività nazionale e universale, dal quale non si può, né si deve pretendere di ricavare profitto, ma solo vantaggi in termini di crescita culturale e di promozione sociale. Di conseguenza si pretende da queste Istituzioni non solo più cospicui investimenti, ma soprattutto maggiore attenzione e considerazione, volontà e costanza nel custodire le memorie del passato per il Paese e il mondo, nonché di educare le comunità ad apprezzarle e a condividere lo sforzo degli Organi competenti nel difficile compito di tutelarne e di tramandarle alle generazioni future. Ma nella misura in cui Stato ed Enti pubblici sono composti di singoli individui, occorre da parte degli operatori del settore serietà e impegno, professionalità e coscienza, capacità di aprirsi alla collaborazione con entità e soggetti esterni, qualora possano sostenere e favorire le attività di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio archeologico, culturale e paesaggistico.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo ?
R. Se ai funzionari tecnico-scientifici del Ministero fosse concesso spazio e tempo sufficiente da dedicare all’approfondimento degli studi e all’aggiornamento professionale, riconoscendoli come indispensabili anche per lo svolgimento dei compiti istituzionali, sarebbe opportuno stabilire una scadenza ragionevole entro la quale pubblicare i risultati degli scavi archeologici condotti, magari in rapporto alla complessità e del rinvenimento e del sito esaminato. Pari limiti di tempo, peraltro, dovrebbero essere imposti anche ai professori e ai ricercatori universitari, ai quali spetta specificamente il diritto – dovere di studiare e indagare. Ma per tutti dovrebbe valere le regole auree della consapevolezza di non potere essere sufficienti a sé stessi nel campo del sapere e, dunque, della opportunità di rendere eventualmente partecipi anche altri studiosi alle attività di ricerca e divulgazione della conoscenza, in quanto strumento per la conservazione della memoria storica.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani ?
R. Non sono tra i detrattori in senso assoluto dei musei italiani, alcuni dei quali sono perfettamente in grado di competere con quelli di rinomanza internazionale e talora di primeggiare in eccellenza.
Non di meno occorre comunque migliorarne il livello qualitativo non solo in termini espositivi, ma anche in termini di servizi, in modo da garantire: una maggiore accessibilità logistica ed informativa, al pubblico specie se con disabilità; l’adeguamento degli spazi considerati di sosta e di prima accoglienza; il potenziamento degli apparati illustrativi e didattici, incrementandone l’efficacia esplicativa soprattutto riguardo ai contesti di provenienza degli oggetti musealizzati e ricorrendo se necessario all’uso di nuovi linguaggi comunicativi, più idonei rispetto ai diversi profili di pubblico anche giovanile e internazionale, sapendoli però dosare con quelli tradizionali nei musei di più antica formazione e di pregio monumentale e documentario, meritevoli di essere preservati con un certo rigore filologico.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori ?
R. Molti sono in realtà gli strumenti utilizzabili per accrescere il numero dei visitatori nei musei, come anche nei siti archeologici, ma bisogna saperli impiegare con inventiva e rispetto del contesto. Occorrerebbe dunque principalmente incrementare l’offerta divulgativa, non solo realizzando mostre temporanee e straordinarie, magari di immediato successo e notevole impatto mediatico, ma anche alternando periodicamente a quelle stabili esposizioni di collezioni di solito non visibili; rendere il visitatore partecipe, laddove possibile e con le dovute cautele, alle attività ordinarie di una struttura museale e ai lavori di restauro: in sostanza fidelizzare il pubblico per indurlo, dopo le prime visite occasionali e superficiali, a tornare per approfondire l’osservazione, insegnandogli i metodi di lettura di un oggetto archeologico o artistico, incuriosendolo con nuove chiavi di lettura e appassionandolo con occasioni di riflessione collaterali, siano esse conferenze a tema, concerti, spettacoli di intrattenimento purché di carattere culturale, in modo da suscitare quasi un senso di orgogliosa appartenenza, che è di per sé garanzia di conservazione e tutela. A onor del vero occorre riconoscere che da oltre decennio, il Ministero ha promosso e moltiplicato in tal senso le iniziative culturali, riscuotendo altresì apprezzamento e gradimento da parte degli utenti oltre che aumentando il numero di ingressi ai musei e ai monumenti in genere, a dimostrazione del crescente interesse che riescono tuttora a suscitare l’arte e l’antichità se adeguatamente rese accessibili e intellegibili.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum ?
R. Ritengo che sia impossibile paragonare in modo meccanico e semplicistico gli esempi in ambito anglosassone e americano con il modello museale tipico dell’Italia, come di quei Paesi quali, ad esempio, la Grecia in ambito europeo e l’Egitto in ambito extra-europeo, che si trovano a possedere, con pari obbligo di gestione, manutenzione e custodia, un numero di musei così capillarmente distribuiti sul territorio e spesso integrati all’interno di aree e parchi archeologici di estremo interesse storico e pregio paesaggistico. Si deve peraltro considerare che il costo dei biglietti di ingresso nella maggior parte dei musei piccoli o medi è quasi simbolico o comunque irrisorio rispetto a qualunque altra forma di spettacolo culturale, dal cinema, al teatro ai concerti di musica. Inoltre sono previste fasce di totale esenzione e di riduzione molto ampie, facilitazioni e biglietti integrati tra più musei e/o siti archeologici o monumentali, spesso anche con agevolazioni nell’uso dei mezzi di trasporto pubblico, come avviene in Campania con i circuiti culturali Artecard, senza contare i periodi in cui, durante particolari festività dell’anno o in occasione di varie manifestazioni periodiche nazionali, è concesso l’ingresso gratuito a tutti i visitatori, come avviene nella Settimana della Cultura, nelle Giornate del Patrimonio, ovvero la Festa dei lavoratori il primo maggio, la Festa di San Valentino, le Notti della Musica o altre iniziative del genere.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci ?
R. Può essere senz’altro è utile anche l’uso della “realtà virtuale” o di altre applicazioni tecnologiche, specie nel caso di musei connessi ad aree e siti archeologici di difficile lettura e comprensione, ma bisogna che questi strumenti non si sostituiscano o si sovrappongano all’esposizione e alla visione diretta del manufatto antico o all’oggetto artistico, che spesso ha insito in sé notevole eloquenza espressiva e potenza emotiva, che semmai necessitano solo di essere valorizzate e rese percepibili da parte del visitatore.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Si tratta di un rapporto essenziale e persino doveroso, specie nel caso dei beni archeologici, siano essi mobili o immobili, che spesso di non sono di immediata o agevole interpretazione da parte del pubblico non esperto, ovvero giovanile, o comunque poco avvezzo a confrontarsi con le realtà del passato in termini di conoscenza storica.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare ?
R. Da parte degli archeologi si tende frequentemente e impropriamente ad identificare la divulgazione con la superficialità, come il tecnicismo con la competenza scientifica, in particolare laddove si privilegia il linguaggio specialistico, spesso retaggio di un accademismo autoreferenziale e talora inadatto sia al luogo sia al contesto, rispetto all’efficacia comunicativa e alla chiarezza espositiva, doti che sono invece indici di maggiore padronanza conoscitiva sull’argomento, come peraltro insegnano i più grandi scienziati, studiosi e archeologi.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica ?
R. Come esiste buona e cattiva editoria in genere, così si pubblicano alcune riviste che presentano ottimi contenuti in termini di varietà tematica e attendibilità scientifica, pur se presentata con linguaggio divulgativo, e altre che invece offrono informazioni di modesto livello in termini di esattezza e qualità.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati ?
R. Purtroppo si osserva una tendenza generalizzata a stabilire automatica equivalenza tra privato ed efficienza, come tra pubblico e inefficienza. In realtà si tratta di un assunto alquanto superficiale e immotivata alla prova dei fatti, soprattutto in Italia dove l’imprenditoria privata è stata ed è molto spesso, nonostante le dovute eccezioni, parassitaria dello Stato se non talora addirittura speculativa a spese dell’interesse della comunità. Bisogna altresì sgombrare il campo dalla concezione che il patrimonio culturale possa essere considerato una risorsa da sfruttare direttamente e non già tramite l’indotto, in modo che possa di per sé produrre ricchezza materiale. D’altro canto non è del tutto veritiera l’opinione che i musei stranieri, in genere pochi e basati su fondazioni private senza scopo di lucro, non siano in perdita in termini economici; né che in altri Paesi si anteponga il vantaggio economico rispetto all’unica e reale di ricchezza che le testimonianze di cultura materiale antica o le forme di arte sono grado di generare, consistente appunto nella capacità di promuovere la crescita interiore dell’individuo e socio-culturale di tutta la collettività. Va dunque scoraggiato l’intervento del privato laddove miri a conseguire esclusivamente un guadagno finanziario e, in tale ottica, possa mettere a repentaglio la conservazione stessa del monumento e dei tesori di arte e di storia che custodisca. Sarebbe pertanto preferibile, anche in conformità con le norme del Codice dei beni culturali, che al privato si affidino solo servizi aggiuntivi e collaterali alla gestione diretta di musei e luoghi di cultura, spettante solo ad operatori dotati di adeguata competenza scientifica e di capacità professionale specialistica e ufficialmente comprovata, come pure è opportuno i quali privati intendano operare nel settore dei beni culturali compartecipassero non solo a benefici, ma anche a precisi obblighi di qualità e professionalità.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge ?
R. Le norme della cosiddetta Legge Ronchey, nella loro originaria concezione erano considerate come strumento di promozione del patrimonio culturale e forme di autofinanziamento dei musei, ma sono troppo spesso male applicate e soprattutto con pochi controlli di qualità dei servizi prestati dai privati investitori, con effetti negativi in termini di trasparenza amministrativa e lesivi dei rapporti di giusta concorrenza.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti ?
R. Assolutamente no, come in genere avviene per tutto il settore della ricerca e della cultura e dell’istruzione, ingiustamente e improvvidamente considerati in Italia fattori improduttivi per la comunità sul piano materiale, e dunque indegni di ricevere adeguati finanziamenti pubblici.
Invero stupisce non poco che questo fenomeno di deprezzamento e disinteresse generale verso la cultura si verifichi in una nazione come l’Italia, che può vantare storia e tradizione artistica tanto antiche e profonde, per di più in esatta controtendenza rispetto a quanto accade nei Paesi europei più sviluppati e persino tra quelli emergenti nel quadro mondiale, dal punto di vista economico e tecnologico, promotori invece di cospicui stanziamenti di fondi ordinari e straordinari nel campo dell’istruzione e della cultura, in quanto giustamente considerati investimenti proficui per il progresso futuro delle comunità.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini ?
R. A fronte delle scarse risorse finanziarie disponibili e della quantità e capillarità distributiva dei siti archeologici di proprietà statale o comunque tutelati dallo Stato, spesso in difficile e precario equilibrio conservativo, sarebbe preferibile limitare la ricerca e le indagini archeologiche, laddove non necessarie o motivate e specialmente quando non si abbia certezza di poterle proteggere o rendere fruibili al pubblico, e piuttosto ricorrere se utili e adeguati alle caratteristiche geo-morfologiche del sito anche all’impiego di strumenti diagnostici alternativi in grado di esplorare il territorio e i centri urbani. Ciò è tanto più ragionevole se si pensa a quanta parte del patrimonio archeologico è ancora negato alla conoscenza e al godimento pubblico o rimane da studiare e rendere fruibile, e se si considera che la diffusione della conoscenza rientra tra gli obblighi di ogni buon archeologo e tutore della storia e dei monumenti del passato.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura ?
R. In realtà esistono già norme e leggi specifiche che prevedono vantaggi fiscali per erogazioni e donazioni private in favore della cultura, purtroppo male e poco applicate, ovvero rese poco praticabili dal punto di vista amministrativo, come purtroppo avviene in molti altri campi anche più cruciali della vita pubblica e civile del nostro Paese.

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