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Intervista a Francesco Tiradritti

Francesco Tiradritti

Il professor Tiradritti è direttore della Missione Archeologica Italiana a Luxor. Lo abbiamo intervistato per voi.

In quale contesto storico è inserito il Complesso funerario di Harwa e Akhimenru a Luxor?
Si tratta di una tomba monumentale, quella di Harwa, di circa quattromila metri quadrati di estensione. Akhimenru, che di Harwa era il successore alla carica di Grande Maggiordomo della Divina Adoratrice, utilizzò una parte del monumento del predecessore per realizzare il proprio sepolcro. Il contesto storico è quello della prima metà del VII secolo a.C., corrispondente al periodo finale della XXV dinastia. Sull’Egitto regnavano sovrani di stirpe nubiana e Harwa doveva essere un po’ il governatore dell’Egitto meridionale per conto di questi monarchi. E’ un’epoca abbastanza oscura della storia egizia che i nostri scavi, congiuntamente a quelli di altri colleghi su monumenti più o meno contemporanei, cercano di chiarificare.

Come è nato il termine “Rinascimento egiziano”, e cosa si riferisce?
Il Rinascimento egiziano si riferisce proprio all’epoca in cui visse Harwa e proprio la sua tomba ne è, almeno per il momento, la manifestazione più esemplare. Il termine è stato coniato proprio riferendosi al nostro Rinascimento che si definisce come un periodo storico in cui gli artisti e gli uomini di cultura in genere crearono nuovi paradigmi ispirandosi all’antichità classica: Grecia e Roma. Gli egizi della prima parte del VII secolo a.C. fecero una cosa molto simile: ripresero l’arte delle epoche passate e la rielaborarono in forma nuove e innovative. La Tomba di Harwa con i suoi rilievi così simili per bellezza formale a quelli dell’Antico Regno (seconda metà del III millennio a.C.), l’epoca in cui furono costruite le piramidi di Giza per intenderci, ma così diversi da questi nelle soluzioni compositive ne è appunto un eccellente esempio. Rinascimentale è anche però la scelta dei testi incisi all’interno del monumento funerario, tratti dalle maggiori sillogi conosciute: i Testi delle Piramidi, i Testi dei Sarcofagi e il Libro dei Morti. E’ un periodo di rinascita appunto di cui ci sono rimasti pochi monumenti, purtroppo. Questa carenza ha dato l’idea che la civiltà egizia fosse al tramonto. Le nostre ricerche nella Tomba di Harwa sembrano invece dimostrare che non era così.

La figura di Harwa è ancora avvolta dal mistero. Cosa ci può dire in proposito alla luce delle ultime scoperte?
Più che di “mistero”, parlerei di “enigma”. Il mistero lo lascio volentieri a trasmissioni televisive di cui condivido poco o nulla. Harwa è enigmatico perché, nonostante la smisurata grandezza della tomba, l’esistenza di otto statue che lo ritraggono e le altre testimonianze che lo indichino come uno dei personaggi più importanti della sua epoca, di lui si sa veramente poco. Si sa che era figlio di un sacerdote tebano, che all’inizio della sua carriera aveva un titolo sacerdotale secondario. A parte questo, tutto il resto ci sfugge. Come arrivò a radunare le risorse che gli permisero di procurarsi un sepolcro che è un vero e proprio monumento funerario? Come fece a entrare nelle grazie dei faraoni nubiani che allora governavano l’Egitto. E ancora: si sa che Harwa aveva almeno tre figli e forse una figlia. Chi era la sua sposa?

Il santuario di Osiride all’interno della tomba di Harwa
Il santuario di Osiride all’interno della tomba di Harwa

Vuole illustrarci sinteticamente le campagne di scavo effettuate a Luxor sotto la sua direzione?
La Missione Archeologica Italiana a Luxor è attiva nel Complesso funerario di Harwa e Akhimenru dal 1996. Da allora ci siamo dedicati esclusivamente alla Tomba di Harwa. Ne abbiamo riportato interamente alla luce il primo livello sotterraneo e ne abbiamo pulito le pareti dal guano di pipistrello. Negli ultimi dieci anni le ricerche si sono concentrate sul cortile in comune alle due tombe. Siamo vicinissimi alla fine dello scavo in quest’area che è andato a rilento perché ho voluto applicare pedissequamente il sistema stratigrafico. Per il momento non abbiamo fatto altro che rimuovere detriti risultanti da secoli di ruberie. Avere scavato con lentezza e accuratezza sembrerebbe però avermi dato ragione: siamo riusciti a individuare una necropoli del II secolo d.C. che, con un sistema di ricerca più affrettato, sarebbe stata sicuramente passata inosservata. Cosa questo ha a che fare con Harwa? Nulla. E’ vero. Fa però parte del lavoro dell’archeologo cercare di perdere meno tracce possibili del nostro passato.

Quali sono stati i ritrovamenti più importanti? E perché?
Il ritrovamento più importante è la Tomba di Harwa stessa. Averla riportata alla luce è già una scoperta sensazionale di per se stessa. Le informazioni che possiamo ricavare dallo studio di questo monumento sono incalcolabili. Saranno in grado di illuminarci sul pensiero e la cultura dell’Egitto della prima metà del VII secolo a.C., un periodo di cui si conosce ben poco. A parte questo, le analisi della ceramica raccolta ci consentiranno di avere un catalogo più completo di quella decorata di epoca tolemaica. Della necropoli del II secolo d.C. ho già detto. Ci sono poi decine di frammenti di papiri da studiare.
Restando proprio sulla figura di Harwa, la scoperta più importante è quella avvenuta nel 1997: una sua statuina funeraria con le insegne della regalità faraonica in mano. Questo non significa che Harwa sia da considerare un faraone, beninteso, ma che lui si considerasse tale, questo sì. A parte gli scherzi, esistono soltanto due statuine così di privato per l’antico Egitto. Oltra questa che abbiamo trovato noi ce n’è un’altra al Musem of Fine Arts di Boston: anche quella è di Harwa.
Da non dimenticare inoltre i due frammenti di ritratti funerari romani, uno ritrovato nel 1999 il secondo nel 2009, che hanno dimostrato una volta per tutte come questi reperti non fossero una produzione limitata all’ambito del Fayum.

Quali sono i progetti di ricerca per il futuro?
La prossima missione, che si svolgerà a partire da dicembre prossimo, segna un momento di pausa delle ricerche sul campo. Ne abbiamo bisogno. Dobbiamo pubblicare e finché continuiamo a scavare non ci riusciremo. Facciamo di necessità virtù. C’è la crisi, i soldi sono pochi e allora ne approfittiamo per tirare i remi in barca e meditare su quello che è stato fatto sino a questo momento. Resta ancora da fare parecchio: terminare lo scavo del cortile, continuare lo studio di testi e decorazione e, infine, la fase più importante e dispendiosa in ordine di tempo, di risorse umane e di denaro: il restauro di tutto il monumento. Prevedo lavoro per ancora quindici-venti anni. Se arrivo a questo traguardo, avrò trascorso la mia intera esistenza a recuperare questo straordinario capolavoro dell’ingegno umano. Senza aspettare la fine, posso dire sin da ora che valeva la pena di dedicarcisi anima e corpo, eccome se ne valeva la pena. L’ultimo pensiero è per tutti quelli che mi hanno aiutato, e sono tanti, e che continuano a aiutarmi e sostenermi: primi tra tutti i miei familiari.

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