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Intervista a Giandomenico Spinola

Abbiamo intervistato per voi l’archeologo Giandomenico Spinola, Curatore del Reparto di Antichità Greche e Romane dei Musei Vaticani.

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D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureato in Lettere, indirizzo archeologico (1984), con una tesi in Archeologia Classica; poi ho conseguito il diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Antica (1987). Tutto all’Università di Roma “La Sapienza”.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho cominciato, fin dal primo anno di Università, a partecipare a numerose campagne di scavo, sia in Italia che all’estero. Poi sono entrato in una cooperativa (“Arco”), che lavorava in scavi archeologici, schedature, gestione di aree di interesse archeologico e storico artistico. Poi con altri tre soci, nel 1987, abbiamo creato una società (“Pegaso s.r.l.”) con finalità simili a quelle della cooperativa. Quindi, dal 1993, sono entrato nei Musei Vaticani, con il compito di responsabile dell’Arte Paleocristiana e assistente alle Antichità Classiche. Dalla fine del 2005 sono il responsabile delle Antichità Classiche e dal 2009 sono anche il responsabile del Dipartimento dell’Archeologia.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Curo le raccolte museali di arte greca e romana dei Musei Vaticani e le numerose aree archeologiche dipendenti dalla Santa Sede.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Lavoro per i Musei Vaticani.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Non saprei dire. Di particolare rilievo è stato certamente lo scavo, durato circa sei anni, nell’area dell’Ospedale Militare del Celio, ma sono di grande importanza anche gli scavi al tempio della Magna Mater sul Palatino, al santuario di Apollo a Cirene, alla Crypta Balbi di Roma e i recenti scavi di aree di necropoli all’interno della Città del Vaticano.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Tra poche settimane inizierò lo scavo per unificare in un’unica grande area archeologica sotterranea, pertinente alle necropoli lungo la via Triumphalis (sempre entro il Vaticano). Lo scavo, tra i settori di S. Rosa e dell’Autoparco, dovrebbe portare alla luce numerosi altri sepolcri.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho continui contatti con istituzioni, università, enti culturali e singoli studiosi di tutto il mondo.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riprendere le indagini archeologiche in Libia o partecipare a nuovi scavi a Pompei (una passione fin dall’infanzia).

Archeologia italiana

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D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. I noti tagli nel bilancio dei Beni Culturali creano grandi difficoltà a tutte le Soprintendenze. Ho ammirazione per tanti dipendenti che devono tutelare un tale patrimonio con così poche risorse.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. In genere la tutela di ciò che già abbiamo, con un lavoro indirizzato al censimento, alla custodia e ai restauri. In seconda battuta, ma sembra un’utopia, servirebbero maggiori fondi per la ricerca.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. In genere il rapporto tra contesti ambientali e storico artistici, unici nel pianeta. In particolare mi piacerebbe fossero valorizzati gli scavi nell’area vesuviana, le città greche della Sicilia e il progetto di un grande ed unico polo museale sul colle del Campidoglio a Roma, esteso fino all’area dei Fori.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Il patrimonio artistico non deve essere considerato un  onere, ma un privilegio. Con una efficace politica di risanamento, si possono ottenere quei fondi che possono renderlo economicamente autonomo.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Come al solito, lo spirito di adattamento. Molte situazioni si risolvono solo curando meglio i rapporti interpersonali e stimolando la buona volontà dei singoli individui.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. I sindacati, a mio avviso, dovrebbero difendere meglio i  lavoratori e non appoggiare ciecamente gli iscritti. Chi lavora nell’ambito dei Beni Culturali spesso ha un reddito al di sotto della c.d. soglia della povertà (pur avendo vinto un concorso pubblico): alcuni hanno conseguentemente un doppio lavoro, illegale, altri – i giovani – non riescono ad accedere ai ruoli per i quali si sono formati, pur essendo a volte bravissimi e onestissimi, per l’assenza di un reale ricambio.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Sarebbe meglio. Non è facile rimettere le mani su una documentazione di troppi anni precedente e talvolta redatta da altri.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Sono molto migliorati, anche se la custodia non è sempre all’altezza di un compito di tale delicatezza e responsabilità. Riprendendo una frase del mio direttore, il prof. Antonio Paolucci, non si può custodire bene ciò che non si conosce bene: per questo motivo da qualche tempo facciamo delle visite guidate al nostro corpo di custodia, che si dimostra interessato, preparato e responsabilizzato sul patrimonio che deve tutelare.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Bisogna incrementare le infrastrutture, compatibilmente con il loro impatto ambientale e architettonico. Non è una vergogna realizzare un bar, un ristorante, una sala concerti o conferenze, una libreria o altro, se questo non arreca danni o degrado alle esposizioni o interferisce con l’apprezzabilità del luogo. Il Museo del Louvre a Parigi, il Metropolitan a New York e molti altri grandi e piccoli musei esteri dovrebbero insegnarci come i musei possano diventare luoghi di aggregazione culturale e, anche, di svago.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Se i fondi e le sovvenzioni sono scarsi, non esiste altra soluzione al pagamento, se invece lo Stato finanziasse la cultura in maniera sufficiente potremo offrire gratuitamente la cultura (ma non è il caso dell’Italia). Comunque si può almeno ritenere che si possa pagare, quasi volentieri, un biglietto se i servizi dei musei e delle aree archeologiche fossero adeguati al suo costo.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Dipende dal flusso e dal tipo di fruibilità. Un museo con migliaia di visitatori al giorno offre solitamente la realtà “reale” e nessuno si soffermerebbe davanti ad un monitor. Un museo didattico e, magari, con poco pubblico – specie se formato prevalentemente da scuole – può prevedere degli spazi destinati alla realtà virtuale e ad altre attività sperimentali creative.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. La didattica è un aspetto fondamentale nei musei e nelle aree archeologiche. Bisogna ricordare che l’informazione, per gradi, deve passare dagli specialisti al resto della gente, bambini compresi. Troppo spesso si finisce per scrivere articoli – con botta, risposta e polemiche connesse – che potrebbero benissimo esser oggetto di una semplice corrispondenza privata tra studiosi.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Troppo spesso sono noiosi – ma questo è un difetto comune anche all’estero – e auto referenziati – e questo aspetto è più italiano –. Ci si impegna per dimostrare le proprie teorie, anche forzando gli argomenti, non si accetta nessuna critica o diversa opinione. A questo punto è difficile offrire ai non specialisti una qualsiasi forma di informazione accessibile e onesta.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Le riviste scientifiche si rivolgono solo agli specialisti e questo è ovviamente necessario. Quelle divulgative sono certamente di buon livello, spesso con un ottimo apparato illustrativo; inoltre obbligano gli studiosi che vi scrivono a spiegare con chiarezza ed eleganza ciò che hanno studiato. Notoriamente non si può spiegare ciò che non si è capito, come non si può disegnare ciò che non si è interpretato.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. La questione è delicata. A priori si deve fare una scelta severa degli eventuali gestori privati del patrimonio, poi i funzionari devono seguire passo passo il loro lavoro e imporre tutte le regole necessarie alla tutela del bene. Altrimenti è meglio lasciare perdere. Qui nei Musei Vaticani abbiamo dei Patrons of the Arts, divisi in più capitoli, che dall’estero finanziano molte iniziative culturali; in cambio i fondi vengono detratti fiscalmente nei loro paesi di origine e il loro intervento è ben pubblicizzato e onorato. I loro finanziamenti sono essenziali, ma questi progetti sono suggeriti, seguiti e realizzati direttamente dallo staff dei Musei o dai nostri collaboratori. Non capisco perché in Italia non si provi a fare altrettanto.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Si, ma è ormai datata e quindi da aggiornare.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no. Ma, come ho accennato a più riprese, esistono varie possibilità per cui tali fondi possano arrivare anche da altre fonti.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. In Italia attualmente si effettuano quasi esclusivamente scavi archeologici di emergenza, per lo più legati a lavori edili. La ricerca, con le corrette metodologie, viene solo praticata in pochi scavi universitari. Di conseguenza, in mancanza di fondi, è meglio lavorare sull’esistente, anche perché molto di esso non è censito e quindi a forte rischio di perdita.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Assolutamente si. Ho già detto sopra quanto sia efficace e produttiva l’esperienza dei Patrons of the Arts dei Musei Vaticani.

1 Commento su Intervista a Giandomenico Spinola

  1. Complimenti Giandomenico
    hai esposto dei concetto sensati e pratici, ” condivisibili”. Spero che il nuovo governo sia più sensibile al mantenimento del nostro patrimonio archeologico, vedi quello che sta succedendo a Pompei.
    Si potrebbe parlare anche di altro sito archeologico tipo :cosa c’è di fronte ai templi di Paestum ? . Quella strada e le costruzioni che sono di fronte impediscono qualunque accesso, ma sicuramente li ci deve essere un residuo della città di Posidonia.
    Saluti anche a Raffaella Maurizio Carucci

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