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Intervista a Giuseppe Palmero, direttore scientifico di Asso.Lab. StArT AM (parte 1)

Abbiamo intervistato per voi il professor Giuseppe Palmero, chercheur associé presso l’Université de Nice Sophia Antipolis, membro della SDdR “Riccardo Francovich” in Archeologia Medievale presso l’Università di Siena, direttore scientifico di Asso-Lab.StarT AM e direttore del “Quaderno annuale di Studi Storici Intemelion“.

Palmero 2

Come nasce la Sua passione per la storia?
Le passioni nascono e neppure ce ne accorgiamo. Le si percepiscono con nettezza quando ormai sono mature ed è allora che ci si chiede come mai tutto ciò sia successo. Me lo sono chiesto infatti, e più di una volta, ma non sono mai riuscito ad individuare una motivazione scatenante, al contrario invece ho potuto cogliere una serie di segnali e di stimoli, via via convergenti. Gli interessi che andavano crescendo, parallelamente al mio percorso formativo ed al mio vissuto relazionale fino alle soglie dell’esperienza universitaria, mi portavano ad interrogarmi, seppur nebulosamente, intorno a quanto di nascosto si cela attorno all’esperienza umana. Poco a poco, insomma, venne sviluppandosi un’attenzione nei confronti dell’uomo come prodotto di relazioni culturali in senso lato. Un’attenzione che definirei di tipo fenomenica. Non a caso mi iscrissi alla facoltà di Filosofia. Dopo un primo anno tutto intento ad esami prevalentemente orientati alla psicologia e alle scienze sociali (peraltro tutti superati brillantemente), avvertii un distacco nei confronti del progetto di studio con il quale approdai all’università. E fu lì, anche grazie a docenti di valore con cui ebbi a interloquire, che compresi, crescendo, che il mio interesse antropologico per l’hic et nunc andava oltre la contemporaneità. Scoprii, in altre parole, la pluridimensionalità della ricerca storica e non fu difficile lasciarmi affascinare dalla problematicità di quella disciplina in cui convergevano diacronicamente tutti quegli interrogativi che mi avevano portato fin lì.

Ma la passione vera e propria – pur li covando e che mi portò ad una tesi che mi diede anche molta soddisfazione – divampò più tardi e cioè nel corso del decennio successivo alla mia laurea, quando avendo già risolto positivamente il problema del posto di lavoro e continuando a coltivare i miei interessi per la Storia incontrai due persone che mi diedero la “scossa”. Il primo fu il prof. Mario Ascheri (uno storico del diritto di fama internazionale, oggi all’Università di Roma Tre, a tutt’oggi è per me un caro amico che stimo moltissimo), il quale, pur avendo interessi storici differenti dai mie mi spronò a “capitalizzare” gli studi che avevo portato avanti per conto mio in quegli anni. Mi spinse a riprovare con il dottorato, visto che non ero riuscito a dar seguito al mio tentativo presso l’ École des Hautes Études, per motivi di lavoro. A quel punto riprovai, sempre in Francia e la mia fortuna fu quella di incontrare sul mio cammino un grande medievista: il prof. Henri Bresc, che divenne il mio Direttore di Ricerca. Il mio vero e unico Maestro: la cui lezione principale, al di là degli aspetti metodologici, è stata quella di farmi comprendere che l’essere esigenti e rigorosi nel proprio lavoro, alla lunga, paga. Proprio in quei giorni, come se fosse un segno del destino, veniva pubblicato a Roma un mio primo studio, che avevo da poco proposto ad una rivista di settore. Così riconobbi in me la passione del “Fare Storia”, quando ormai i frutti cominciavano a maturare.

Vuole illustrarci il Suo percorso formativo?
Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo della mia città, ho frequentato la Facoltà di Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. Come ho già detto nel rispondere alla precedente domanda, già al secondo anno avevo rivoluzionato il mio piano di studi, rinnovando e potenziando l’impianto storico. Giunsi infatti alla laurea con una tesi di carattere storico, dal titolo “L’uso del racconto di superstizione nell’estremo ponente ligure” (pubblicata a Genova nel 2002), che mi avvalse la lode. Pochi anni più tardi, quando già avevo vinto il mio primo concorso ed avevo ottenuto una cattedra come docente di ruolo nella scuola media inferiore (per poi passare, con il conseguimento di una nuova abilitazione, ad insegnare Storia e Filosofia al liceo), decisi di frequentare il corso di Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Genova. Fu quella una scelta molto felice che mi diede nuovi stimoli per la ricerca. L’approccio diretto alle fonti per uno storico è fondamentale e proseguendo in quello che era il mio principale interesse, già sopra abbozzato, decisi di andare alla ricerca delle radici di quella problematica, o quantomeno di estendere le mie indagini fino all’ambito medievale. Nacque un “amore” nei confronti di quei documenti di età basso medievale, maturati in un ambito privato (o ad esso riferibili) come le migliaia di rogiti notarili, che, da allora ad oggi, mi è capitato di poter leggere o di trascrivere perché non ancora editi. È in quella fase che ricevetti lo sprone dell’amico Mario Ascheri ed iscrivendomi ad un dottorato in ricerca in Francia (allora si chiamava “Nouveau Doctorat” poiché sostituiva il “vecchio” Doctorat de 3ème Cycle) mi imbattei nel prof. Henri Bresc. Fu un percorso lungo e faticoso, poiché contemporaneamente continuavo ad insegnare in Italia. Infatti durò circa dieci anni (1989/1998), ma mi diede moltissime soddisfazioni sia nel corso di quell’esperienza che successivamente.

Iniziai il primo anno con l’ottenimento del Diplôme d’études Approfondies (“Méditerranée: Expansions, Modèles et Transferts”- Option Histoire; Université de Nice – Sophia Antipolis, 1989), per il quale dovetti superare sei esami (Paleografia, Archeologia Medievale; Storia Medievale ; Storia Moderna ; Storia Contemporanea e Geografia del Mediteranneo) e presentare un memoire (di fatto una tesi di circa 150 pp, ovviamente in francese, in cui dovevo anticipare i primi elementi del mio progetto di ricerca per il Dottorato: inserendo un capitolo di quella che sarebbe stata la mia thèse de doctorat e presentandone altri due dedicati alla metodologia ed alle fonti da impiegare). A differenza dell’Italia dove, allora, l’esame d’ammissione al Dottorato era una sorta di «terno al Lotto» o un viatico per gli « amici degli amici », in Francia vi si accedeva tramite il conseguimento del Diplôme d’études Approfondies (della durata di un anno o di due se non si riusciva a superare tutti gli esami, a me ne bastò uno), con la frequenza di diversi seminari interdisciplinari (e non) che richiedevano un impegno mensile mediamente di circa 20 hh. Il D.E.A. (oggi sostituito da un Master di uno o due anni) di fatto rappresentava un meccanismo di filtro molto serio ed efficace poiché la selezione avveniva naturalmente o per la scarsa frequenza o per il non superamento degli esami. Che io ricordi del mio gruppo iniziale solo in due siamo arrivati alla fine.

Una volta superata quella prova cominciò la vera e propria attività di ricerca, scandita mediamente da un incontro al mese (talvolta potevano anche passarne due) con il prof. Bresc, che era il mio Direttore di ricerca. La mia fortuna, visto che Henri Bresc viveva ed operava principalmente a Parigi (prof. di Storia Medievale presso l’Université Paris X – Nanterre; nonché direttore del Centre d’Histoire Sociale et Culturelle de l’Occident presso la medesima università), fu quella che essendo anche membro dell’École Doctorale de l’Université de Nice (dove io ero iscritto per il Dottorato) e vivendo i suoi anziani genitori in Provenza, veniva con una certa frequenza nel Midì della Francia. In sostanza potei avvalermi della direzione di un medievista di fama internazionale senza dovermi recare periodicamente a Parigi (così superando il gap che si era creato in precedenza con l’École des Hautes Études). Non posso non ricordare con estrema gratitudine e riconoscenza il mio direttore di ricerca, che, oltre ad essere uno studioso rinomatissimo è anche una persona di grande spessore civile e intellettuale. Grande anche la sua generosità e disponibilità. Potrei ricordare a questo proposito quando mi invitò a trasferirmi nell’estate del ‘93 (visto che lui e la sua famiglia sarebbero stati via) nella sua casa parigina nel Marais affinché potessi consultare le fonti utili per la mia ricerca presso la Bibliothèque Nationale di Parigi. E così feci per tutto quel periodo, arrivavo in Rue de Richelieu (dove allora si trovava la Bibliothèque Nationale) la mattina prima dell 8,30, perché altrimenti dopo non si trovava posto per collegarsi con il computer e uscivo verso le 18. Ho un ottimo ricordo di quell’estate parigina, dedicata non solo allo studio.

Il mio progetto di ricerca aveva come obbiettivo l’edizione critica di un manoscritto miscellaneo redatto a Genova alla fine del Medioevo, di carattere prevalentemente medico (a quel tema erano dedicati circa due terzi degli oltre 1700 testi lì presenti, la parte restante riguardava la sfera alchemico-artigianale, la cosmesi, l’agricoltura, la vinicultura. la gastronomia ed altro ancora). Il titolo della mia thèse era “Entre culture thérapeutique et culture matérielle: les domaines du savoir d’un anonyme génois à la fin du Moyen-Age. Le manuscrit inédit “Medicinalia quam plurima”” (poi pubblicata dall’ANRT a Lille). Ricordo come fossi oggi quel sabato 18 dicembre del 1998 quando ci fu la soutenance. Il Jury de thèse era così composto: Michel Balard (prof. di Storia Medievale, Université de la Sorbonne – Paris I), Henri Bresc (prof. di Storia Medievale, Université de Paris X – Nanterre), Carlo Maccagni (prof. di Storia della Scienza e delle Tecniche, Universita di Genova), Arnaldo Moroldo (prof. di Storia della Lingua Italiana, Université de Nice-Sophia Antipolis), Monique Zerner (prof.ssa di Storia Medievale, Université de Nice-Sophia Antipolis). La valutazione finale riportata fu, con mia grande soddisfazione e del tutto inaspettata, quella più alta: “Très honorable avec les félicitations du jury” à l’unanimité. Allora si concluse un ciclo, per riaprirsene subito un altro, che mi portò di lì a poco ad essere nominato Chercheur Associé presso il Centre d’Études Préhistoire Antiquité Moyen-Age (C.N.R.S. – Université de Nice Sophia Antipolis), dove a tutt’oggi sono attivo.

Solo recentemente invece e per riprendere una parte delle mie ricerche effettuate nell’ambito del DEA (ed in particolare per il superamento dell’esame di Archeologia Medievale, dove presentai un mio dossier di carattere topografico-archeologico sulla Ventimiglia duecentesca, che poi diede vita al mio primo libro “Ventimiglia Medievale. Topografia e insediamento urbano”, Genova 1994), ho pensato di perfezionare una delle mie competenze storiche fino a qualche anno fa rimaste in secondo piano. Mi riferisco appunto all’Archeologia medievale. Mi sono così candidato per un posto, che ho poi vinto nel settembre del 2007, presso la Scuola di Dottorato “Riccardo Francovich” di Archeologia e Storia Medievale dell’Università di Siena. Da allora, senza tralasciare anche gli altri temi di studio a me cari, lavoro al mio progetto di ricerca triennale concernente “La dimensione del privato a Ventimiglia e nel suo territorio fra XII e XV secolo. Riflessioni archeologiche e topografiche sull’evoluzione dei rapporti urbani nella Liguria occidentale bassomedievale”

Quali sono le principali tematiche affrontate dalle Sue ricerche?
Non volendomi dilungare e quindi schematizzando, potrei dire che sono tre sono i principali assi delle mie ricerche e riguardano un arco cronologico che va dal secolo XII alla prima Età Moderna.

Il primo filone, che di fatto è un macrosettore e da cui partii circa una ventina di anni fa (a tutt’oggi di mio grande interesse), ha al suo centro lo studio della dimensione del privato e della cultura materiale in ambito urbano. È una tematica di inquadramento generale che ha caratterizzato inizialmente (così come anche questa ultima fase) tutta una serie di miei studi di ambito regionale o locale. Un interesse legato anche al fatto che dal 1995 dirigo il Quaderno annuale di Studi Storici “Intemelion”. Una rivista, su cui tornerò più avanti, all’interno della quale vengono pubblicati saggi monografici concernenti l’area storico geografica delle Alpi Marittime, così come altri studi relativi ad altre realtà regionali, che possano rivelarsi utili dal punto di vista critico-comparativo.

All’interno di questo macrosettore, nel corso e a seguito del mio Dottorato in Francia, si è sviluppato un secondo asse di ricerca (a me più caro e per questo anche il più “prolifico”), tutto incentrato sulla storia della trasmissione, circolazione e formazione dei saperi tecnico-pratici in ambiti sociali non elitari tra Medioevo e Ancien Régime. In particolare ho lavorato su una serie di manoscritti anonimi di età rinascimentale che possono essere definiti dei “libri-biblioteca”. In sostanza si configurano come delle “enciclopedie” ad uso privato (o comunitario) dove venivano appuntati o trascritti testi eterogenei che rispondevano ad almeno una delle due seguenti peculiarità: o il carattere del sapere pratico di pronto utilizzo o/e la dimensione dell’effetto mirabile, e come tale curioso. Da questo genere “letterario” manoscritto, di lì a poco e con l’avvento della stampa, si svilupperà la cosiddetta “letteratura dei segreti” il cui principale studioso è lo statunitense William Eamon.

Nell’ambito di questa tematica ho poi intrapreso un asse ancor più specialistico, dedicandomi all’approfondimento delle problematiche inerenti la percezione del corpo (sano/malato), dei differenti sistemi di conoscenze terapeutico-farmaceutiche e igienico-cosmetiche sempre nel medesimo periodo, con una particolare attenzione per i profili tecnico-professionali come anche per gli stereotipi caratterizzanti questo ambito di competenze.

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