Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Intervista a Giuseppe Palmero, direttore scientifico di Asso.Lab. StArT AM (parte 2)

Palmero 1

Oggi vi presentiamo la seconda parte dell’intervista al professor Giuseppe Palmero, chercheur associé presso l’Université de Nice Sophia Antipolis, membro della SDdR “Riccardo Francovich”in Archeologia Medievale presso l’Università di Siena, direttore scientifico di Asso-Lab.StarT AM e direttore del “Quaderno annuale di Studi Storici Intemelion“.

Quali sono state le Sue pubblicazioni più importanti?
È difficile rispondere a questa domanda, poiché in ogni saggio che viene pubblicato, libro o articolo che sia, essendo sempre il risultato di un impegnativo “travaglio” si finisce con il mettere in gioco la propria credibilità scientifica. In conseguenza di ciò ogni lavoro deve essere valido, e come tale importante. Non vorrei sembrare presuntuoso ma se si scrive e si pubblica è perché si crede di poter offrire un proprio contributo al dibattito storico in corso, nei diversi settori in cui si opera. Credo, e spero, che la mia produzione scritta, seppure diversificata, abbia una sua validità e coerenza poiché pur muovendomi nei tre ambiti di ricerca sopra delineati, vi si dovrebbe leggere una costante tensione verso la dimensione del privato con l’intento di cogliere alcune dinamiche culturali che possano contribuire in quella prospettiva e per quella fase storica.
Non volendo però aggirare la domanda posso dire che il saggio che ho appena terminato e che uscirà a nel prossimo autunno (“Tracce archeologiche di un medioevo magico in un edificio privato”, il cui sottotitolo è “Spunti per la lettura critica di un’antica protome ed altre riflessioni storiche”) è senz’altro uno dei più importanti, poiché mi sono sforzato di individuare un tema di ricerca in cui confluissero i miei studi e si incrociassero le mie competenze nell’approccio a fonti documentarie profondamente diverse tra loro.
Tuttavia non posso non ricordare l’edizione in francese della mia tesi di dottorato (Entre culture thérapeutique et culture matérielle: les domaines du savoir d’un anonyme génois à la fin du Moyen-Age. Le manuscrit inédit “Medicinalia quam plurima”, Nice – Lille, 1998 – 2002). Non fosse altro per la sua mole, visto che si articola in due volumi di oltre mille pagine complessive e va a far conoscere un’importante fonte per lo studio della circolazione dei saperi, nell’Italia centro-settentrionale alla fine del Medioevo. Il primo tomo è dedicato ad un’introduzione critica, mentre nel secondo trova spazio la trascrizione completa delle 377 carte che compongono il manoscritto, con i relativi indici e la corposa bibliografia. Peccato che a tutt’oggi non abbia trovato nessun editore italiano interessato, per cui attualmente circola solo nella sua edizione originale in francese e nei paesi di area francofona.
Altri miei lavori interessanti, credo, sono quelli che oltre a circolare in edizione cartacea ho dato il mio consenso affinché fossero consultabili anche on line nel sito interuniversitario “Reti Medievali” (al link http://fermi.univr.it/RM/biblioteca/scaffale/p.htm#Giuseppe%20Palmero).
Infine, tra i miei studi di imminente pubblicazione vorrei ricordare un mio breve intervento in un’opera collettanea in cinque volumi che uscirà a Parigi nel mese di ottobre per i tipi delle éditions Gallimard e dedicata al tema universale della bellezza: “100 000 ans de beauté un ouvrage de référence sur la beauté humaine (disponibile in francese e in inglese: http://multimedia.fnac.com/multimedia/editorial/pdf/9782070125319.pdf). Il contributo che mi è stato richiesto, e che si intitola “Recéttes de beauté (Italie, XIV-XVIe siècles)”, si trova nel terzo tomo. Tra gli altri autori, giusto per citarne uno conosciuto da tutti, c’è Jacques Le Goff.

Il progetto più importante del quale si è occupato?
Senz’altro è quello che mi ha permesso di vincere una delle15 fellowship che l’Harvard University mette in palio ogni anno, in ambito mondiale, per l’anno accademico 2000/01. Il titolo di quel progetto era “Oralità, scrittura e circolazione dei saperi nel Rinascimento”. È una tematica che scaturisce dall’enorme mole di materiali documentari, in gran parte inediti, consultati nel corso delle mie ricerche sotto la guida preziosa del prof. Henri Bresc. Ricerche condotte nell’ambito del mio dottorato che mi hanno permesso tra l’altro, nel 1995 di ottenere anche un’altra importante Borsa di Studio dell’Accademia della Crusca, per l’approfondimento dei miei studi sulla formazione del lessico tecnico-scientifico volgare fra XIV e XVI (un esito parziale di quelle mie ricerche è poi stato pubblicato nel mio saggio Il lessico del manoscritto inedito genovese “Medicinalia quam plurima”, in “Studi di lessicografia italiana”, edito appunto dall’Accademia della Crusca, nel 1997). Devo necessariamente fare riferimento a quell’anno per poter seppur in sintesi illustrare il progetto legato alla mia fellowship, poiché proprio in quella fase, a Firenze, e grazie all’aiuto prezioso della direzione della biblioteca di quell’ente, riuscii ad entrare in contatto con oltre un centinaio di biblioteche e archivi italiani ed ottenere preziose informazioni che mi permisero di elaborare un primo inventario di fonti manoscritte utili per il mio progetto. Un inventario che poi ho pubblicato nella mia thèse. È da lì che parte tutto ed ancora oggi, seppur dovendomi dedicare soprattutto ad altre ricerche legate al mio impegno senese, mi vedono fortemente coinvolto. È di fatto il progetto di una vita e prima o poi, anche grazie ai fondi che l’Harvard University mette a disposizione per i suoi Former Fellows (lo si diviene dopo la fellowship) conto di radunare in un volume alcuni miei saggi gia editi ed altri che non ho voluto per il momento pubblicare proprio per questa ragione, tutti scaturiti da quell’esperienza che, almeno in termini di ricerca, prosegue.
Cercherò ora di illustrare brevemente di che si tratta.
C’è un genere di manoscritti che fino ad ora è stato poco studiato e scarsamente considerato. La loro importanza invece è in realtà multipla. Il loro valore di fonti è imprescindibile per lo studio della storia della scienza e delle tecniche, della cultura e della società tardomedievale. Spesso liquidati con termini generici – quali centoni o zibaldoni – a centinaia questi manoscritti giacciono in numerosi fondi librari o archivistici italiani. Una presenza diffusa nell’Italia centrosettentrionale e soprattutto in Toscana e a Firenze. Le caratteristiche essenziali che connotano questo tipo di produzione scritta, come un vero e proprio genere “letterario”, sono essenzialmente due. La prima consiste nel fatto che questi manoscritti nascono e si sviluppano all’interno di una dimensione privata: del tutto slegata quindi da un rapporto di committenza. La seconda invece sta nella loro struttura compositiva, che è di carattere compilativo e miscellaneo. I settori di conoscenza che si possono rinvenire in queste raccolte di scritti (che sono spesso brevi, ma tra i quali non mancano anche copie integrali di trattatelli, consilia, o regimina – in alcuni casi del tutto inediti – e altro o semplici estratti, pur corrotti o interpolati) sono vari e molteplici. La parte più preponderante dell’interesse va senza dubbio ai testi che scaturiscono in un ambito terapeutico-farmacologico. Seguono gli scritti di carattere tecnico-alchemico, e quelli attinenti alle diverse sfere dell’alimentazione, della vinificazione, della cosmesi, della vita coniugale, dell’igiene domestica e della persona, l’allevamento e l’agricoltura, fino ad arrivare ai giochi ed alle curiosità bizzarre. La provenienza di quegli scritti è anch’essa eterogenea. A fianco ad un testo chiaramente connotato come proveniente dalla sfera dell’oralità, spesso se ne rinviene un altro la cui origine può essere del tutto diversa e che matura cioè in un ambito professionale o accademico-erudito. La straordinarietà di queste compilazioni sta appunto nel fatto che in questi “luoghi di produzione scritta” – o se si preferisce in questa commistione di stili e forme così differenti – avviene quell’incontro tra saperi di diversa provenienza, su cui molto è ancora da dire. E con la medesima frequenza si alternano il volgare ed il latino a dimostrazione di come gli autori di queste raccolte manoscritte (che sarebbe meglio definire compilatori-copisti) si muovano agevolmente tra due domini linguistici che connotano livelli culturali distinti: a partire dal volgare solo parlato – proprio dell’analfabeta – fino ad arrivare alla dotta erudizione della trattatistica latina, sia classica che rinascimentale. Non a caso questi personaggi – appartenenti ad una categoria socio-culturale che potremmo collocare in posizione intermedia e non priva di sfumature interne – sono definibili “anfibi”, o uomini “di frontiera”. E tra essi potevano trovarsi quegli artigiani o mercanti sufficientemente colti, ma anche e soprattutto gli scribi, i notai, musici, maestri di scuola o di bottega, architetti, agrimensori, cartografi, barbieri, speziali o esponenti del clero. E come loro tanti altri ancora, che pur non avendo una grande dimestichezza con la lingua dotta, erano in grado di comprendere il latino e di trascriverlo. Volendo concludere vorrei ribadire che questi manoscritti su cui lavoro da quasi vent’anni – e che dai filologi più avvertiti sono stati definiti libri-biblioteca – ci offrono sia l’opportunità di indagare intorno ai contenuti (dal punto di vista scientifico, stilistico e linguistico) quanto quella di esaminare e raffrontare problematicamente i diversi processi di formazione e di diffusione di tali scritti. Un argomento di grande importanza per chi si occupa della veicolazione dei saperi in questa fase storica ed anche per chi vuole provare a comprendere e definire le motivazioni che stavano dietro a questa esperienza culturale.
Da questa attività di ricerca sono scaturiti diversi miei lavori. Buona parte di essi sono stati pubblicati negli atti dei convegni a cui ho partecipato, o in periodici scientifici, come ad esempio quello uscito a gennaio dello scorso anno in “Nuova Rivista Storica” (diretta dalla medievista milanese Gigliola Soldi Rondinini), intitolato “Ars medica e terapeutica alla fine del Medioevo”. Altri invece sono ancora inediti perché essendo maturati in occasione dei seminari universitari svolti in questi ultimi dieci anni, attendono ancora una definitiva sistemazione.

Vuole parlarci dei lavori che l’hanno portata al conseguimento dell’importante borsa di studio concessale dall’Accademia della Crusca e della fellowship della Harvard University?
Non vorrei abusare ulteriormente dell’attenzione di chi segue questa intervista e pur avendo anche in questo caso molte cose da dire, preferisco rimandare a ciò che ho già detto poc’anzi.
Certo però non posso nascondere la grande soddisfazione nell’aver conseguito quei due importanti traguardi, che, seppur di caratura diversa, mi hanno permesso di proiettarmi all’interno di un sistema di relazioni e di dibattito scientifico che travalica i confini nazionali ed europei. Ancora oggi, e mi auguro possa continuare per il futuro, molte delle relazioni scientifiche nate in quei due contesti, continuano a dare i loro frutti. In particolare quelle maturate presso Villa I Tatti (The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies). Ad esempio, uno dei miei colleghi former fellow mi ha già “prenotato” per la primavera del 2011, per dirigere una delle tre sessioni (quella relativa alla medicina) previste per un importante convegno internazionale che si svolgerà a Palazzo Rucellai a Firenze su “Umanesimo e università in Toscana (1400-1600)”.

Qual è il Suo ruolo all’interno Centre d’Études Préhistoire Antiquité Moyen-Age (C.N.R.S. – Université de Nice Sophia Antipolis)? Vuole spiegarci brevemente anche di cosa si occupa il centro ?
Più che un ruolo si tratta di un’affiliazione scientifica, maturata a seguito del buon esito del mio Dottorato in Francia, e che mi vede lì attivo dal 1999.
Non ho obblighi particolari, se non quelli di rendicontare la mia attività di ricerca e di svolgere quella stessa sotto l’egida del CEPAM. Cioè facendo figurare in occasione di partecipazione a convegni o ad attività didattiche esterne la mia appartenenza a quel centro. In alcuni casi il CEPAM sponsorizza alcune mie iniziative, come nel caso del corso “Leggere la città medievale”, che giunge quest’anno alla terza edizione, da me organizzato e diretto (nell’edizione dello scorso ho chiamato alla codirezione il prof. Philippe Pergola, stimatissimo archeologo di rinomata fama, nonché carissimo amico). Non mi dilungo su questo corso poiché nel vostro sito avete già dedicato uno spazio informativo a questa iniziativa.
In particolare comunque, seguo come correlatore alcune Thèses de Master maturate nell’ambito del CEPAM. Tesi che ovviamente devono riguardare tematiche di mia competenza.
Segnalo poi, senza dilungarmi troppo, che recentemente ho presentato (ed è stato approvato) un mio progetto di ricerca al direttore dell’asse operativo a cui appartengo organicamente (il prof. Michel Lauwers), dedicato alla definizione e al confronto di due categorie storiche fondamentali tra la tardo antichità ed il basso medioevo (“Médecine et saintété. Médecine du corps, médecine de l’âme). In sostanza ci si riferisce al dibattito teorico sul rapporto anima-corpo (Dio e natura) tutto interno alla Cristianità. Qui prende consistenza una lettura salvifico-salutifera delle Sacre Scritture, centrata sulla dimensione della malattia e le sue relazioni fisico-spirituali. Detto altrimenti, l’aspetto eziologico della patologia viene risolto come un fenomeno dalle prospettive prevalentemente salvifiche (salus animae) e non necessariamente salutifere (sanitas corporis). A questa lettura – in ambito medico, e nel solco tracciato dalla tradizione umorale – se ne affianca un’altra che pur attenta alla salute dell’anima pone al centro quella fisica. Il medico quindi deve sforzarsi di interpretare il signum, non già e non solo come simbolo, ma come sintomo di uno squilibrio da riequilibrare (la complexio). I due “fronti” di questa vicenda culturale, pur muovendosi in ambiti apparentemente dicotomici, nel corso del Medioevo trovano in realtà una loro contiguità nella relazione tra i concetti di sanità e di santità. Si pensi – nella positività – a come potessero essere coniugabili reciprocamente le categorie (qualitates) di integrità, purezza, virtù, contenimento (sacrificio, astensione), temperanza, ecc.; al contrario – nella negatività – gli atteggiamenti volti alla corruzione, impurità, vizio, eccesso, dissolutezza, trasgressione (golosità, lussuria, irascibilità), ecc.
Relazioni, come si può ben osservare, che denunciano sia affinità semantiche che pratiche individuali e sociali dalle diverse gradualità interne e con sfumature comportamentali tutte da indagare e da percorrere nell’attuarsi di questo progetto di ricerca maturare.

Dal 1995 dirige il Quaderno annuale di Studi Storici “Intemelion”, edito a Genova dall’Accademia di Cultura Intemelia. Ce ne vuole parlare indicandoci le più importanti pubblicazioni?
Sì, come dicevo prima, dirigo “Intemelion” dal 1995 e cioè fin dalla sua fondazione. Da allora il comitato di redazione e quello scientifico hanno subito ben poche variazioni. Per la loro composizione rimando al nostro sito www.intemelion.it, così come per gli indici di tutti i fascicoli fino ad ora editi. Vi si trovano anche alcuni saggi consultabili e scaricabili on line.
Non mi soffermo sulla menzione individuale di ciascun membro, mentre preferisco accennare al fatto che la “famiglia” del nostro periodico scientifico annovera al suo interno studiosi e specialisti di primo piano e tutti ben conosciuti nel panorama internazionale della ricerca storica. Tutti i principali settori sono ben rappresentati: dall’archeologia alla storia dell’arte, del diritto, della lingua, del paesaggio, della scienza e delle tecniche, con una particolare attenzione per la fase storica che dall’Età Tardo Antica alla Protocontemporaneità.
È impossibile dar conto di oltre un centinaio di monografie (mediamente di 20-25 pp. ciascuna) pubblicati nella sezione “Studi” o degli altrettanti articoli inseriti nelle altre due sezioni della rivista, e cioè “Archivio della Memoria” o “Cronache e Strumenti”. Non ricorderò quindi singoli interventi per lasciar spazio alla menzioni di altre collaborazioni esterne di alto livello, e tra queste quella delle storiche portoghesi Maria Helena De Cruz Coelho e Leontina Ventura (Università di Coimbra), o del medievista francese H. Bresc, da me più volte citato nel corso dell’intervista, piuttosto che lo storico inglese dell’età moderna Peter M. Jones (University of Birmingham).
Il nostro Quaderno annuale di Studi Storici è sorto nel 1995 per sostenere una serie di studiosi e dar loro voce poiché nonostante la qualità del loro lavoro non riuscivano a trovar spazio. Ed è così che unitamente ad altri colleghi e amici gravitanti nell’area transfrontaliera delle Alpi Marittime (o comunque ad essa legati, per ragioni di interesse storico o anagrafiche) abbiamo messo a punto il nostro progetto editoriale. Aderirono da subito alla nostra proposta Mario Ascheri (Università degli Studi di Roma 3), Laura Balletto (Università degli Studi di Genova), Christiane Eluère (Direction des Musées de France L.R.M.F. – Paris), Werner Forner (Università degli Studi di Siegen – Germania), Fiorenzo Toso (Università degli Studi di Sassari) e, successivamente, Fulvio Cervini (Università degli Studi di Firenze), Philippe Pergola (Pontificio Istituto per l’Archeologia Cristiana – Laboratoire d’Archéologie Médiévale Méditerranéenne, C.N.R.S.,M.M.S.H, Aix-en-Provence), Luca Lo Basso (Università degli Studi di Genova), e per finire Paolo Aldo Rossi (Università degli Studi di Genova).
Un altro fondamentale obbiettivo, che stava dietro la fondazione di “Intemelion” e a tutt’oggi anima le nostre scelte editoriali, è quello di portare a conoscenza di un’utenza scientifica la più ampia possibile le problematiche storiche che hanno caratterizzato l’intrecciarsi dell’esperienza umana in quest’area. In modo tale da poter far uscire dall’isolamento in cui spesso sono relegati questi studi, che, pur validi non essendo veicolati in maniera formalmente adeguata, rischiano di essere confusi e/o acquisiti frettolosamente come materiali appartenenti ad un tipo di storia locale, più somigliante a diatribe campanilistico-municipaliste che non invece alla corrente storiografica della Local History, alla quale, come ad altre, ci ispiriamo. Operando così con rigore, selezionando i contributi che ci pervengono e proponendo, quando è il caso, i necessari aggiustamenti, abbiamo permesso al nostro Quaderno annuale di Studi Storici di entrare nel novero delle riviste che godono di una certa attenzione nell’ambito di una comunità scientifica che non ha confini. In questo modo la presentazione di problematiche storiche afferenti al nostro territorio va ad inserirsi in un circuito comparativo in cui al tempo stesso ve ne rientrano altre affini, di diversa provenienza o specificità. Una circolazione di idee e di contributi che è l’alimento principale per lo sviluppo della ricerca storica

Cos’è Asso.Lab. StArT AM ?
Augurandomi che su questo tema possa presto esprimersi, e proprio in questa sede, l’ing. Luciano Gabrielli, che è il presidente dell’Asso-Lab StArT AM, cercherò di limitare al minimo la mia risposta dando rilievo soprattutto alla parte che mi compete, visto che vi ricopro l’incarico di Direttore Scientifico.
Ma prima di ciò, devo assolutamente dire, che è un progetto che parte da lontano e che vede accomunarsi le storie e gli interessi di diversi soggetti. In alcuni casi si tratta di persone che da oltre vent’anni operano già nell’ambito della ricerca, ma oltre questi sono molti anche i giovani che sono stati “reclutati”, via via, grazie al corso introduttivo all’Archeologia del Costruito: “Leggere la città medievale”.
Per me l’Asso-Lab StArT AM rappresenta la prosecuzione (seppur diversificata) di un impegno che viene da lontano, in cui l’attenzione al territorio di appartenenza ha sempre giocato un ruolo importante, pur nella convinzione che quella stessa debba sempre essere in correlazione con altre esperienze similari e di diversa collocazione geografica. Un’attenzione che è poi quella che mi ha portato a dare il mio contributo nella fondazione di “Intemelion” ed a riprendere (pur senza tralasciare le altre mie ricerche) quelle tematiche di studio che a tutt’oggi mi vedono attivo presso la Scuola di Dottorato in Archeologia Medievale dell’università senese, su cui tra breve ritornerò dopo aver accennato brevemente a che cos’è l’Asso-Lab StArT AM. Innanzitutto va spiegata la titolazione, caratterizzata da un acronimo, che racchiude in sé gli elementi che ne spiegano gli intenti iniziali e l’area di competenza. La sigla è così risolvibile: Studi Storici, Archeologia, Archivistica, Architettura, Arte, Territorio Transfrontaliero delle Alpi Marittime (anche se – va detto – siamo attenti anche ad altri settori di carattere storico come quello storico-linguistico, quello demo-etno-antropologico o storico- musicale, per citare solo alcuni esempi). Non è inutile ricordare che la formula che precede l’acronimo, e cioè Asso-Lab, non è casuale: poiché è nostro intento coniugare sia la dimensione del gruppo che sta dietro al termine associazione, così come quello di ricerca e studio che è sottointeso in quello di laboratorio. In altre parole vorremmo riuscire a creare un punto di incontro dove fecondamente si incontrino e si incrocino le fasi della ricerca con quella della divulgazione, in una prospettiva anche pedagogica. Venendoci così a proporre, tra i diversi obbiettivi (come recita il nostro statuto al punto 2.4.d): “come luogo di incontro e di aggregazione per perseguire attività tese alla valorizzazione e tutela dell’ambiente come momenti di formazione permanente, di partecipazione attiva e spontanea, di crescita culturale ed umana anche al fine di contribuire al miglioramento della qualità della vita”
Siamo appena nati e tuttavia abbiamo le idee chiare. In particolare io mi occuperò di seguire direttamente la parte che mi compete e che, come dicevo prima, mi vede attivo da parecchio tempo qui in ambito locale. In particolare da qui a breve partirà un laboratorio permanente di Archeologia dell’architettura urbana medievale che avrà come principale sede di ricerca il centro storico di Ventimiglia. Un tessuto urbano maturato in ambito medievale, molto interessante dal punto di vista archeologico ed architettonico: indubbiamente legato al fatto che a partire dal XI secolo quella città diventa sede di un capoluogo non solo politico e certamente tra i più importanti dell’area ligure provenzale.
Conosco bene quelle che sono le difficoltà nel dar vita ad uno studio sistematico in tal senso visto che la sede urbana medievale ha continuato a mantenere una forte vitalità ed ancora oggi è così. Ciò significa che quell’insediamento abitativo è caratterizzato da una diffusa pluristratificazione verticale alquanto complessa da definirsi. E comunque sulla base di segnali orientativi chiari, privilegeremo una strategia di ricerca impostata sull’osservazione analitica del dato materiale secondo quelli che sono gli insegnamenti propri dell’archeologia del costruito, nonché l’archeologia dell’Architettura e dell’Urbanistica. Le diverse strutture pertanto saranno indagate e considerate come prodotto di azioni e di attività costruttive non a sé stanti, bensì in rapporto con quelle che allora potevano essere le necessità-opportunità, insite nel contesto di riferimento (sia topograficamente che urbanisticamente). Così operando l’analisi stratigrafica verrà affiancata dalla definizione cronotipologica degli elementi; con un’estrema attenzione per tutti quegli aspetti “minori” che, ritenuti a prima vista insignificanti, se messi in relazione con altri dati, portano a risultati conoscitivi non ipotizzabili in precedenza. In concreto si procederà con ricognizioni archeologiche con l’intento di comprendere, attraverso la lettura stratigrafica dei fabbricati in esame, le variazioni intervenute in quello che probabilmente doveva essere il loro assetto originario. La storia costruttiva delle USM in oggetto (delle loro mutazioni), l’analisi delle cronotipologie in esse rinvenute e lo studio mensiocronologico dei laterizi favoriranno lo studio tipologico dell’elemento costruttivo privato nel territorio di riferimento e renderanno possibile una loro classificazione anche in rapporto al contesto topografico in cui quell’attività costruttiva è maturata.
Successivamente, spero possa avviarsi la fase di seriazione e digitalizzazione di tutti i dati rinvenuti in un database multi relazionale in modo tale da portare a compimento la sistematizzazione del lavoro svolto e di quello che progressivamente andrà sviluppandosi, anche in altre aree di nostro interesse. Tra i risultati che intendiamo perseguire (alcuni sono anche al cento della mia attività di ricerca a Siena) vi sono auspicabilmente: la realizzazione di un atlante topografico delle murature medievali; l’elaborazione di una cronotipologia delle aperture con mappatura delle stesse in ambito urbano; una mappatura delle tipologie edilizie; ed infine una mappatura sintetica del territorio urbano dove possano essere lì radunati tutti gli elementi raccolti durante la ricerca
Certo di cose da dire ce ne sarebbero ancora molte, ma è bene che mi fermi qui, non dimenticandomi però di ringraziare Martina Calogero per questa intervista, così come “ArcheoRivista” per l’attenzione che mi ha dedicato.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*