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Intervista a Jacopo Bonetto

Jacopo Bonetto è docente universitario presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova e si occupa di archeologia greca e romana. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureato a Padova in Archeologia delle Venezie nel 1992, ho frequentato la Scuola di Specializzazione in Archeologia dal 1993 al 1994, ho ottenuto il titolo di dottore di ricerca a Roma nel 1997.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho vinto un concorso per ricercatore in Archeologia classica presso l’Università di Padova nel 1998 ed ho vinto un concorso per professore associato di Archeologia classica nel maggio 2001. Sono stato Presidente del Corso di Laurea triennale e magistrale in Archeologia/Scienze archeologiche tra il 2006 e il 2009 e attualmente sono Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia presso l’Università di Padova.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Di Archeologia greca e romana con ricerche concentrate sui siti di Aquileia, Nora (Sardegna) e Gortyna di Creta (Grecia). Inoltre mi occupo di valorizzazione dei Beni archeologici in collaborazione con la Regione Veneto e la Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università di Padova, Scuola Archeologica italiana di Atene, Fondazione Aquileia

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Scavi di Nora e Scavi di Gortyna di Creta

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. La Missione archeologia a Gortyna di Creta (ottobre 2010)

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Sì, con la Scuola Archeologica italiana di Atene per lo scavo di Gortyna di Creta e con il Landesmuseum für Kuarnten di Klagenfurt per gli scavi di Virunum/Magdalensberg in Austria

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Continuare a fare quello che faccio

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana si dibatte in uno stato cronico di difficoltà, legate prevalentemente, ma non esclusivamente, alla mancanza di personale e di finanziamenti. Ma il problema maggiore risiede nella modesta attenzione (reale e non parlata…) che le classi dirigenti politiche rivolgono al passato del nostro paese e della civiltà europea

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Modificare radicalmente le forme del finanziamento alla ricerca; Potenziare il ruolo degli enti periferici del Ministero per i Beni Culturali; Salvare la Scuola Archeologica italiana di Atene dai vergognosi tagli indiscriminati e dai folli tentativi di declassarla ad “Ente inutile”, attribuendo ad essa realmente l’immenso valore che ha.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Roma, Pompei e mille altre città antiche d’Italia…

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Domanda troppo generica. L’”estero” è un concetto troppo vago. Dall’Europa continentale dovremmo imparare l’approccio laico all’antico e il coraggio di comunicare l’antico. Dall’Europa continentale dovremmo imparare anche a sostenere la ricerca. Dalle nazioni europee avremmo infine dovuto imparare a costruire una biblioteca di archeologia come il Germanico o la British. Dalla Grecia l’amore per il proprio passato

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. In alcuni casi e per certi aspetti il modo di fare ricerca storico-archeologica. Inoltre le nostre Scuole di restauro sono di alto livello e la nostra legislazione è per molti aspetti all’avanguardia, come i reparti di tutela del patrimonio.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. I Ministeri e i governi di tutte le legislature passate (e presente).

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Certo. Otto anni dovrebbe essere la durata massima di uno scavo senza giungere ad un’edizione integrale dello stesso. Cinque anni il tempo massimo per giungere all’edizione dopo la conclusione dello scavo. Nessuno dovrebbe ottenere una nuova concessione di scavo se in difetto rispetto alle norme.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Eccellenti, anche se mal ridotti in alcuni casi

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Nuove forme di allestimento e pubblicità

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La cultura deve essere sempre un investimento dello Stato verso i propri cittadini. Il modello è il British

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Utile ma non sostitutiva e non idolatrata come avviene oggi. In grande misura

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?

R. Difficile ma indispensabile

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. No, ma fare didattica, fare ricerca e divulgare è impossibile per ragioni di tempo. Non si può chiedere agli archeologi di poter e saper fare tutto. La divulgazione è un mondo complesso e specialistico in cui non si può entrare con improvvisazione.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Abbastanza

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Possibile, con molta cautela e regole non reputando questo la salvezza dei Beni Culturali.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Non ho la competenza per giudicare

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Ovviamente no.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Bisogna scavare poco e bene, pubblicando immediatamente ed integralmente i risultati. E poi studiare l’inedito

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Ovvio, ma impossibile, perché lo Stato non può privarsi di fondi a vantaggio della Cultura, cui ha tacitamente deciso di non dedicare troppi quattrini.

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