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Intervista a Jacopo Ortalli

Abbiamo intervistato per voi il professor Jacopo Ortalli, docente dell’Università di Ferrara.

Nome e cognome: Jacopo Ortalli
Qualifica: Professore
Professione: Docente (Professore Associato) di Archeologia classica all’Università di Ferrara
Recapito: Dipartimento di Scienze storiche, via Paradiso 12, 44100 Ferrara

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laureato in Lettere classiche e specializzato in Archeologia a Bologna, con Guido Achille Mansuelli, ho affiancato la formazione teorica universitaria a quella pratica della ricerca sul campo partecipando a numerose campagne di scavo archeologico in Italia e all’estero.

D. E il suo percorso professionale?
R. Per diversi anni sono stato funzionario della Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna, occupandomi in particolare dei territori di Bologna e Rimini e dirigendo il Museo archeologico nazionale di Sarsina e quindi quello etrusco di Marzabotto. Dal 2011 insegno all’Università di Ferrara. Si tratta di due ambiti professionali fondamentalmente convergenti ma al tempo stesso anche molto diversi tra di loro; la duplice esperienza è stata indubbiamente molto utile per maturare una conoscenza ampia e approfondita delle molteplici problematiche che riguardano l’archeologia, dalla tutela, alla ricerca, alla valorizzazione.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Fin dagli anni Ottanta ho individuato alcuni specifici indirizzi di ricerca, incentrati su grandi tematiche antichistiche, che ho coltivato attraverso lo scavo e lo studio e ai quali tuttora mi dedico. In particolare mi interessano la ricostruzione degli insediamenti urbani nella loro evoluzione storica, urbanistica e architettonica, e l’analisi dei contesti funerari per quelle che ne furono le principali manifestazioni materiali e ideologiche.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Attualmente la mia attività lavorativa riguarda soprattutto l’Università di Ferrara. Al tempo stesso, convinto della necessità di aprirsi alle più ampie collaborazioni, ho mantenuto stretti rapporti anche operativi con diverse Soprintendenze archeologiche e con altri Atenei, Enti di ricerca e Musei.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Alcune delle esperienze più significative tra quelle passate riguardano contesti in cui ad una impegnativa ricerca archeologica si è accompagnata la valorizzazione dei risultati conseguiti: dalla ricomposizione del grande mausoleo di Rufus nel Museo di Sarsina, allo scavo e musealizzazione dei complessi urbani pluristratificati della Sala Borsa a Bologna e della domus del Chirurgo a Rimini.
Tuttora in corso è il progetto internazionale che assieme a John Scheid, del College de France, coordino da una decina d’anni con la collaborazione della Soprintendenza archeologica di Bologna e di alcuni dei più affermati studiosi europei nel campo dell’archeologia sepolcrale. L’iniziativa, completamente autogestita, riguarda la sperimentazione di nuove procedure di scavo stratigrafico, di analisi e di interpretazione dei dati offerti dalle necropoli, al fine di ricostruire nel dettaglio il culto funerario di età romana in Italia e nelle province dell’impero.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Proseguire e arricchire le ricerche sulle città e le necropoli cui ho già fatto cenno.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Oltre ai rapporti individuali intrattenuti con alcuni colleghi stranieri, ricordo il mio progetto di ricerca sul culto funerario che da anni mi ha permesso di avviare una stretta e stabile collaborazione con studiosi che lavorano in diverse istituzioni: Soprintendenze Archeologiche di Bologna, Roma, Mainz, Nimes e Frejus, College de France, Ecole Pratique des Hautes Etudes, CNRS, INRAP, Ecole Francaise de Rome, Università di Kiel, Berna, Bruxelles, La Rochelle, Amiens, Bordeaux, Londra-King’s College, Musei archeologici di Francoforte e Lussemburgo.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Generale e di sistema, non personale: che finalmente si comprendano le potenzialità e l’enorme importanza del nostro patrimonio storico, paesaggistico e artistico, come fattore di identità comune e di crescita culturale, sociale ed anche economica, senza che ne sia misurato il valore solo attraverso l’immediata redditività o il risalto di qualche evento episodico.

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D. Le piazze antiche: funzioni e valenze ideologiche. Cosa ci può dire a proposito?
R. Nelle città romane la “piazza grande” rivestiva un’importanza centrale non solo dal punto di vista topografico ma anche come luogo polivalente, di incontro e di confronto dell’intera comunità, per la quale rappresentava un forte segno identitario. Per questo occorre non limitarsi ad una lettura urbanistica e monumentale del forum, sforzandosi di coglierne anche gli aspetti materiali e i significati simbolici legati alla vita quotidiana del civis e all’essenza ideale dell’urbs.

D. Da un simile approccio può emergere la natura antropologica della piazza.
Come viene documentata?
R. Nelle società evolute, dotate di una cultura propriamente urbana, i valori primari ed essenziali della piazza, da quelli funzionali di mercato a quelli politici e sociali connessi alle riunioni pubbliche e alle manifestazioni popolari, rispondono ad esigenze fondamentali, intimamente legate alla natura umana. Il modo di frequentare ed usare il foro da parte dei Romani trova così numerosi confronti con ciò che si verifica nelle piazza di tante altre genti, in luoghi e in tempi diversi, fino ai nostri giorni.

D. L’esempio di Roma. Vuole illustrarcelo?
R. Come in tanti altri campi, anche per quanto riguarda il foro Roma è una sorta di eccezione rispetto a ciò che normalmente si riscontra nel resto dell’impero, dal momento che qui vengono esaltate al massimo, quasi esasperate, quelle che altrove sono caratteristiche tutto sommato ordinarie. Nella capitale, dunque, si assiste ad una moltiplicazione delle componenti e delle strutture forensi di tipo politico, amministrativo e religioso; le stesse piazze, con i fori imperiali che si affiancano all’antico foro romano, crescono e si stratificano nel tempo. È comunque sul versante celebrativo e propagandistico che risalta la specificità di Roma, con l’affastellarsi di archi trionfali e di monumenti, colonne e statue onorarie.

D. Ha riscontrato simili caratteristiche in altre città italiche e dell’impero?
R. Certamente, anche se in scala ridotta. Colonie, municipi e centri minori vedevano nell’imitazione della capitale un fattore di crescita delle proprie qualità di vita e della propria rappresentatività politica; e così ovunque emergono indizi della volontà di prendere Roma come modello, in primo luogo, appunto, nella monumentalizzazione del centro urbano e nella valorizzazione del foro.

D. Vuole fornircene qualche esempio?
R. L’adozione del modello urbano appare sistematica nei tanti casi italici e provinciali di edificazioni o ristrutturazioni della prima età imperiale, quando i fori si specializzano assumendo una connotazione eminentemente politica e celebrativa. Ad imitazione dei fori di Cesare e di Augusto le piazze tendono allora a chiudersi e ad articolarsi in rigorose geometrie architettoniche nelle quali risaltano i poli civici per eccellenza, vale a dire la basilica e il tempio cittadino.

D. Quali sono le caratteristiche più ricorrenti?
R. Oltre agli aspetti monumentali appena ricordati si può segnalare la tendenziale chiusura delle piazze al transito veicolare pesante. La specializzazione del foro in senso politico implicava infatti l’allontanamento di impianti ed attività che potevano sminuirne l’aulica rappresentatività, quali i traffici e il mercato; è per questo motivo che nei primi secoli dell’impero la maggior parte delle piazze romane vennero pedonalizzate.