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Intervista a Massimo Brando

L’archeologo Massimo Brando lavora come libero professionista da 13 anni. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual  è stato il suo percorso formativo?
R. Ho studiato a Pisa a cavallo degli anni ’80 e ’90.

D. E il suo percorso professionale?
R. Dopo avere lavorato qualche anno in grandi cooperative archeologiche, sono libero professionista da circa 13 anni.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Mi occupo principalmente di interventi di archeologia urbana a Roma. Anche se la mia specializzazione è la ceramica romana, soprattutto le ceramiche sigillate.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Principalmente per la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, alla quale faccio riferimento per l’aspetto scientifico. Ma ho lavorato anche per l’École française de Rome e il Deutsches Archäologicisches Institut di Roma. Inoltre ho condotto corsi di archeologia in parecchie scuole elementari, medie e superiori non solo nel Lazio.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Non so dirlo e vedo la mia “carriera” come un continuum fatto di momenti alti e di altri di più ordinaria amministrazione. Lavoro sul campo dal 1987. Ma vado molto fiero dello scavo che ho diretto (con come funzionario F. Filippi) in via Sacchi a Trastevere e della pubblicazione che ne abbiamo tratto (Horti et Sordes uno scavo alle Falde de Gianicolo, Roma 2008) ed in cui ho studiato anche le ceramiche sigillate.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Come scavo sto seguendo i lavori per un parcheggio interrato in Piazza Cavour a Roma. Mentre ho in previsione l’esecuzione dei saggi preliminari presso i giardini esterni del Quirinale e l’assistenza ad un altro parcheggio in via Albalonga (zona Piazza re di Roma). Poi è inutile dire che qualsiasi altra proposta è benvenuta.
Per gli impegni di studio e pubblicazione: la pubblicazione di uno scavo con stratigrafia complessissima che ho diretto (con funzionario responsabile R. Rea) nel 2005 e nel 2008 in via Gela, a Roma, in cui oltre che la parte generale di presentazione delle fasi curerò lo studio delle ceramiche sigillate e di quelle invetriate romane; lo studio delle ceramiche sigillate di un contesto, stavolta non scavato da me sempre sul Gianicolo (Orti Torlonia); una nota preliminare sui materiali di uno scavo in Viale Furio Camillo, per il Fasti on line; lo studio di ceramiche tardo antiche da contesti del Municipio IX di Roma che porterò come relazione al Congresso di Rei Cretariae Romanae Fautores (di cui sono membro) a Belgrado a settembre. Considero poi una sorta di “lavoro” (nel senso che ci metto impegno, professionalità e competenza) il gruppo Facebook che ho creato sulla ceramica (ad oggi oltre 1700 membri) che mi impegna alcune ore giornaliere, soprattutto serale, dato che di giorno sono sui cantieri. Ma ne sono felice perché nonostante i limiti e gli ostacoli mi pare sia un esempio di come diffondere il sapere con rigore e serietà senza steccati e cattedre (alcune adesioni al gruppo di grandi studiosi mi onorano).

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. All’estero direttamente no, ma come ho detto sopra ho collaborato con l’École française de Rome per uno scavo a Sibari nel 2003 e con l’Istituto Archeologico Germanico di Roma per conto del quale ho eseguito la catalogazione e la datazione del materiale ceramico provenienti da loro scavi presso S. Lorenzo in Lucina e l’Horologium Augusti. Inoltre, da qualche anno ho acquisito, seppur indirettamente, una certa familiarità con mondo universitario e accademico nordamericano (canadese soprattutto).

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Direi che i miei cassetti coi sogni ormai li ho chiusi definitivamente, ma vorrei che il mio lavoro, in questo paese, venga finalmente riconosciuto professionalmente.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
Pessimo. Pessimo sia dal punto di vista degli investimenti generali sia di quello della preparazione di una grande parte dei professionisti preposti.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Mancanza di fondi; ricambio e aumento del personale degli Uffici pubblici, impreparazione diffusa presso le giovani generazioni.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Una sola: il bene culturale e storico diffuso e stratificato in tutto il nostro territorio nazionale. Caratteristica unica dell’Italia.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Efficienza, meritocrazia, adeguato riconoscimento del lavoro professionale.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Sono così sfiduciato che vorrei dire nulla.. Però, forse, la sensibilità e la profondità nobilmente “umanistica” che noi potremmo avere, e che in molti casi abbiamo.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. In egual misura lo Stato e gli enti e le realtà private coi mezzi finanziari e il “materiale umano”. E l’università, con il ritorno ad una preparazione adeguata delle giovani generazioni.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Non so se sia ragionevole dare un tempo massimo per farlo, anche perché la cosa dipende dalla complessità e dallo spessore del contesto pubblicato. Certo, almeno una pubblicazione preliminare dovrebbe essere contestuale alla fine dello scavo o di pochissimo seguente: questo è possibile ad esempio, e succede sempre più spesso, con le pubblicazioni on line come il Fold&er dei Fasti on line. Le pubblicazioni tradizionali, invece, sono più difficili e più costose. Inoltre è molto difficile che qualcuno ti paghi per studiare e pubblicare, e io, e molti come me devono lavorare per campare. In questo senso il succitato Horti et Sordes è un ottimo esempio di sinergia fra Soprintendenza, liberi professionisti e impresa che ha costruito il parcheggio nel corso del cui cantiere sono stati fatti i rinvenimenti, e che ha pagato la stampa del volume e una parte degli studi. Invece, in Canada ad esempio, si scava e si pubblica (e si divulga, ché spesso le pubblicazioni italiane di archeologia non escono dal ristretto ambito del “giro”) pressoché contestualmente: altro pianeta.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Ci sono ottimi musei e musei pessimi. Con la “fortuna” che spesso la sovrabbondanza di quello che si vede mette in ombra le pecche.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Non mi sembra ci sia il problema di aumentare il numero dei visitatori, ma quello di fare fruire i musei in modo appropriato.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Non vedo nulla di problematico a pagare un biglietto per un museo o un’area archeologica. Spesso si spendono molti soldi per cose inutili e meno “urgenti”.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Utilissima. Anche in elevata misura, purché basata su dati scientifici puntuali.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Inesistente, superficiale, travisata e legata al “grande evento” nell’80% dei grandi media. Buona negli ambiti specializzati, anche se “divulgativi”.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Quasi mai. Sono viziati da un malinteso umanesimo “elitario” che fa credere che una cosa “divulgata” perda in suo spessore. Senza contare la diffusa e incomprensibile reticenza che c’è spesso nella condivisione dei dati.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Quelle specializzate (tipo Archeo, Archeologia viva) sì, direi sì. Anche se devo ammettere che se anni fa ne ero un lettore assiduo ora lo sono solo occasionale.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Sarebbe ottima. Se la cosa fosse come nei paesi anglosassoni, in USA o in Canada. Qui da noi i “privati” non hanno ancora, quasi mai, una cultura della gestione del bene culturale.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Come principio direi di sì.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Certo che no.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Le due cose non sono incompatibili. Innanzitutto se si pubblicasse e studiasse contestualmente al recupero, ciò che sarebbe nei magazzini sarebbe roba pubblicata già. Inoltre gran parte degli scavi archeologici che si fanno oggi non sono frutto di “ricerca pura” ma di interventi durante cantieri per la costruzione di un’opera pubblica. Scavare vuol dire salvare i dati per la comprensione dei contesti e la ricostruzione del tessuto storico. Per fare questo bisogna imparare ad acquisire un metodo che fonda la scientificità ed anche l’intransigenza della ricerca archeologica con il rispetto di tempi “umani” nell’esecuzione dello scavo. Facendolo magari anche comprendere ai committenti che spesso ti vedono come un male necessario e nulla di più. Io, nel mio piccolo, credo di averlo acquisito e di praticarlo.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Certo. Ma le cosiddette “donazioni per la cultura” sono rintracciabili con la lente d’ingrandimento.

2 Commenti su Intervista a Massimo Brando

  1. Analisi dura seria e costruttiva dello sfascio che viviamo che può essere esteso a ricerca scientifica, ed a tutti i settori di arte e cultura generale.

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