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Intervista a Renato Fasolo: nuova ipotesi sulla morte di Otzi

Renato Fasolo

Abbiamo intervistato per voi il professor Renato Fasolo che ci parla della sua ipotesi sulla morte di Otzi.

Quando ha incominciato a occuparsi del “caso Otzi”?
Già noto per la mia lunga esperienza nel campo dell’archeologia sperimentale, nel 1997 l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, mi affidò l’incarico di realizzare la ricostruzione delle sembianze della mummia e di tutto il suo corredo.  Ebbi quindi l’opportunità di accedere con mano, sia a Innsbruck che a Bolzano, a tutti i reperti e allo stesso corpo dell’uomo.  L’accurata riproduzione per fini espositivi di tutti gli elementi della scoperta, m’impose di tener conto di tutte le rilevanze scientifiche (condizioni del corpo, antiche modalità di lavorazione, tipi di materiali, ecc…), il che mi permise di contestualizzare l’insieme.  Il modello realizzato divenne l’icona del nuovo Museo Archeologico di Bolzano.

Quali studi ha condotto?
Sempre nella mia qualità di archeologo sperimentale, successivamente venni incaricato di verificare la funzionalità di alcuni reperti, da confrontarsi con le varie ipotesi scientifiche.  In particolare l’ascia in rame per individuarne i possibili usi pratici, l’enigmatico deschetto in marmo classificato come amuleto e due contenitori di betulla diversamente interpretati.  I risultati furono entusiasmanti, come illustarto nelle mie relazioni (ad esempio: i contenitori di betulla non sono due, bensì le due parti di un solo contenitore).

Da quale indizio nasce la sua ipotesi sulla morte di Otzi?
In primis la particolare disposizione dei molti reperti sparpagliati nel luogo del ritrovamento.  Espressi la mia ipotesi già nel 2000 durante il primo congresso dedicato alla mummia, avallata nel 2010, dieci anni dopo, da un’equipe di studiosi dell’Università la Sapienza in un contributo pubblicato da Antiquity.  Dopo la tardiva scoperta di una freccia conficcata nella spalla sinistra, l’osservazione del foro d’entrata, ben evidente anche nella radiografia, mi forniva un’ ulteriore conferma.  L’impatto di una freccia scagliata da distanza più o meno ravvicinata, dall’alto o dal basso, in ogni caso avrebbe frantumato l’osso frastagliandolo a raggera.  Invece i contorni del foro sono regolarmente arrotondati, come se l’osso fosse stato sottoposto a un intervento di trapanazione, un procedimento associabile piuttosto a scopi rituali. Anche il piccolo foro sottostante indicherebbe un intervento manuale.  E’ sconcertante che nessuno tra i molti studiosi abbia notato la particolare conformazione dei fori, che escluderebbe l’aggressione quale causa della morte di Otzi.

In cosa consisteva il rituale che Lei ha riconosciuto?
Il caso volle che il corpo di Otzi si conservasse organicamente leggibile. Lo si fosse rinvenuto scheletrito in posizione supina del suo corredo sarebbero rimasti solo l’ascia in rame, la punta di freccia all’altezza della spalla sinistra, le punte di freccia della faretra sul lato destro, il dischetto di marmo e tre piccoli strumenti in selce, elementi simbolicamente associabili ai corredi funebri di alcune inumazioni rituali eneolitiche di Cumarola, Spilamberto e Remedello.  Il possesso dell’ascia in rame testimonia il rango dell’uomo. Forse la conservazione del suo corpo avrebbe potuto apportare un proseguo di benefici alla comunità (in tutta la storia dell’umanità, anche ai nostri giorni, questo riguardo è stato sempre riservato alle salme dei grandi uomini, santi, regnanti, condottieri, ecc.
Sì può ipotizzare che il corpo venisse dissanguato per mezzo della trapanazione che raggiungeva l’arteria claviale e consentiva anche l’inserimento della freccia, il cui significato è ignoto.
Poi, rivestito e corredato venisse trasportato in quota e deposto sullo sperone roccioso sovrastante la conca dove lo si ritrovava.  I dati stabiliscono che la morte avvenne in tarda primavera. Il processo di disidratazione poteva essersi avviato durante tutta l’estate in cui rimase in quota sorvegliato dai pastori stazionanti l’alpeggio. Protetto dai danni che i saprofagi avrebbero provocato in altre condizioni.

Malgrado non sia ancora chiaro il significato del cerimoniale funebre. Lei cosa ne pensa?
La mia ipotesi contrastava apertamente le interpretazioni formulate oltralpe. L’affare Otzi richiedeva una gestione controllata che continua a sostenere ad oltranza la cosiddetta teoria del disastro, che vede un uomo aggredito e ferito, in fuga nel mentre si dissanguava completamente, morire la dove venne trovato, sorvolando su molti aspetti contraddittori. Non viene fornita spiegazione sull’assenza di traccie ematiche sul vestiario, che avrebbe dovuto presentarsi intriso dalla copiosa fuoriuscita di sangue e neppure come il corpo fosse rimasto indenne dall’assalto dei saprofagi; non viene giustificata la mancanza dell’asta della freccia e perchè gli aggressori non si siano appropriati della preziosa ascia in rame. Se Otzi fosse stato soccorso dai compagni, perchè non rimossero il suo corpo? O almeno recuperato l’ascia? Molte altre domande, troppe, rimangono senza risposta.

Quali elementi non sono coerenti nella precedente ipotesi, quella proposta dal geoarcheologo Alexander Binsteiner?
L’ipotesi non è incoerente: L’approvvigionamento di selce nell’area alpina e padana riguarda in gran parte la Lessinia e il Monte Baldo ed è attestata sin dal Paleolitico, maggiormente riscontrabile nel Neo-eneolitico. In relazione all’Età del Rame, la valle dell’Adige è via di transito e scambio tra insediamenti lungo il corso del fiume e ciò può avvalorare la tesi dello studioso austriaco, considerando la presenza presso Otzi di altri manufatti in selce con le stesse caratteristiche di quelle della Lessinia.