Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Intervista a Stefano Roascio sull’area archeologica di San Calocero

Nel mese di marzo 2010 è stato inaugurato in provincia di Albenga un percorso didattico che illustri il sito archeologico di San Calocero. Abbiamo intervistato per voi l’Archeologo specializzato Stefano Roascio, coll. Soprintendenza Beni Archeologici della Liguria.

Vuole illustrarci brevemente le vicende storiche che hanno interessato nei secoli l’area di San Calocero?
Si tratta di un complesso pluristratificato che è sorto in relazione al vicino transito viario della Iulia Augusta, la strada consolare che collegava Roma con la Narbonense e le Gallie. Il sito sorge a mezza costa su una dorsale di un promontorio detto Monte, che risulta un’area relativamente periferica rispetto alla città romana di Albingaunum, la quale tuttavia non era separata dal Monte dal letto del fiume Centa che, prima del XIII secolo, scorreva a settentrione della città. Con ogni probabilità durante i primi secoli dell’Impero l’ambito viene occupato dalla necropoli che, del resto, ritroviamo ancora con i suoi edifici più oltre, sempre nei pressi dell’asse viario della Iulia Augusta. Tuttavia delle prime fasi precristiane conosciamo ancora poco e non possiamo neppure escludere che ad un uso necropolare si siano alternate occupazioni stabili dell’ambito con ville o impianti rustici.
Molto probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano in questo luogo trovano sepoltura le spoglie del martire Calocero, comandante militare ucciso ad Albenga per i suoi sentimenti cristiani. Da questo momento inizia una nuova storia per il sito: tra la fine del V e i primi del VI secolo si impianta infatti una grande basilica cristiana che onora e protegge i santi resti, i quali – come accade di consueto – fungono da polo di attrazione per sepolture privilegiate del ceto agiato e dirigente cittadino, e in breve tempo trasformano il santuario martiriale nel più rilevante centro cristiano ingauno dopo il complesso cattedrale. Anche se aspettiamo ancora risposte decisive da futuri interventi di scavo, è probabile che il polo religioso a partire dal IX secolo entri in crisi e si ridimensioni, fino a che sulla fine del Duecento il vescovo Lanfranco de Negri, con una grande e solenne inventio delle reliquie, ripristina e rilancia il culto, successivamente affidato sul finire del Trecento alle monache Benedettine, poi alle Agostiniane e, infine, alle Clarisse, che sopprimeranno la sede solo nel 1593.

Il primo intervento risale agli anni Trenta e vede coinvolto Nino Lamboglia. Ce ne vuole parlare?
Anche se agli addetti ai lavori è già noto da tempo il ruolo di Nino Lamboglia, non tutti sanno che si deve proprio a lui la crescita nel nostro paese di un moderno metodo archeologico stratigrafico, applicato sia ai contesti classici sia a quelli medievali. Proprio a San Calocero e, parallelamente a Ventimiglia, il giovanissimo studioso a partire dal 1938 applica in concreto i primi assaggi della moderna metodologia stratigrafica che lui aveva appreso dall’ambito della paletnologia francese e italiana, con Bernabò Brea. Nel 1947 il Lamboglia dà alle stampe un ponderoso articolo sugli scavi degli anni trenta, in cui con metodo lucido e rigoroso, descrive la stratigrafia, presenta sezioni dell’andamento del terreno e piante di plurifase di tutto il complesso, arrivando a datazioni in larga misura valide ancora oggi attraverso lo studio delle ceramiche che, correttamente, utilizza già allora come “fossile guida” per datare gli strati.
Ho curato personalmente lo studio degli interventi di scavo di Nino Lamboglia sul sito e, devo dire con vera e grande emozione, leggendo i suoi minuziosi diari di scavo mi sono reso conto che – al di là di un metodo ancora non pienamente organizzato – già allora il Lamboglia ragionava con una serrata mentalità stratigrafica che applicava sia allo scavo del terreno sia – fatto ancora più sorprendente per i tempi – alla lettura degli elevati.

Negli anni Ottanta è subentrata la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Liguria coinvolgendo importanti istituzioni di ricerca. Come sono state organizzate le indagini da quel momento in poi?
Come succede quasi sempre in occasione delle grandi scoperte, l’inizio delle attività di ricerca degli anni ottanta è avvenuto quasi per caso: era appena giunta nella Soprintendenza della Liguria la dott. Giuseppina Spadea, provenente dall’importante incarico di direttrice del museo archeologico di Tarquinia e a Villa Giulia a Roma. A questa funzionaria, che fino ad allora si era occupata prevalentemente di siti e materiali etrusco-italici, venne affidata l’area che allora si presentava in fortissimo degrado, con muri rovinanti e sterpaglie ovunque. La Spadea capì comunque le potenzialità del sito e, con l’incoraggiamento della Soprintendente Gallina Zevi, pensò di affiancare alla ricerca un esperto del tardo antico di fama internazionale come Philippe Pergola, già allora docente al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana del Vaticano, oltre che ricercatore ad Aix en Provence. Fu proprio il Pergola che, attorniato da un valido gruppo di giovani e preparati archeologi, seguì sul campo le operazioni di ricerca concordate con la Soprintendenza e arrivò addirittura a coinvolgere una delle più prestigiose sedi di ricerca mondiali sul tardo antico quale l’Ecole française de Rome. Gli scavi degli anni ottanta furono condotti con rigoroso metodo stratigrafico e produssero una copiosa documentazione di scavo, per ora edita in minima parte. Del resto quegli scavi rappresentano uno dei primi esempi di applicazione del metodo stratigrafico britannico ad un sito di prima epoca cristiana. Le indagini, a cui si affiancarono da subito cospicui interventi di restauro e messa in sicurezza, si interruppero – purtroppo bruscamente per l’avvicendamento del Soprintendente – nel 1990, ma essi, assieme ad una serie di interventi mirati condotti dalla Soprintendenza nel corso degli anni duemila, rappresentano la base scientifica e materiale per il parco archeologico appena inaugurato.

Quali sono le testimonianze emerse?
Sarebbe lungo ripercorrere in modo analitico gli scavi di oltre cinque anni e quelli più recenti che hanno interessato il sito. Per riassumere potrei dire che le ricerche hanno confermato la presenza di una grande basilica tardo-antica che, allo stato attuale, rappresenta l’unico polo martiriale – con presenza di un corpo santo ucciso in loco – nell’ambito dell’intera Liguria. Oltre alle testimonianze strutturali di V-VI secolo si sono anche approfonditi gli studi sugli arredi liturgici marmorei, scoprendo due distinte fasi: una di inizio VI secolo di matrice bizantina e con confronti diretti solo nel prestigioso San Clemente di Roma e una ulteriore di VIII secolo, di chiaro stampo longobardo. Una grande attenzione è stata infine rivolta alle fasi e alle singolari strutture di servizio più recenti, quelle del monastero femminile di XIV-XVI secolo, mentre restano da approfondire la storia del sito precedentemente all’installazione del polo religioso, come pure gli oscuri e travagliati secoli dell’altomedioevo, quando almeno una parte di reliquie santorali fu traslata a Civate, in Lombardia.

Vuole parlarci del parco archeologico recentemente inaugurato?
Il parco è l’esito di un pluriennale lavoro che, già durante gli scavi degli anni ottanta, si è indirizzato verso il restauro conservativo, ma anche la valorizzazione del sito, in vista di una sua musealizzazione. Attraverso una lunga serie di lotti di lavoro, si è arrivati a dotare tutto il complesso di leggere passerelle che possono permettere la visita dall’alto dei resti, senza snaturarne eccessivamente i connotati con sovrapposizioni troppo aggressive. Inoltre, anche grazie al prezioso aiuto dell’Amministrazione Comunale di Albenga e della Fondazione De Mari, è stato possibile predisporre una decina di pannelli, con traduzione anche inglese e – nel caso di quello introduttivo – con supporto per non vedenti in Braille, che illustrano puntualmente e con un linguaggio agile sia i cospicui resi ancora visibili, sia le risultanze degli scavi sia, infine, il rapporto del sito con la città e il territorio. Come dicevo si è tentato di offrire una concreta possibilità di visita anche ai diversamente abili, siano essi non vedenti – ma nel tempo tutti i pannelli dovranno essere dotati della scrittura Braille – oppure con difficoltà di deambulazione: infatti è stata predisposta una rampa iniziale che permette di raggiungere la quota della chiesa superiore anche in auto e, lo stesso livello, è dotato di scivoli a bassa pendenza, compatibili con il transito di carrozzine.
Molto resta ancora da fare, soprattutto in relazione ad un accordo di programma con gli enti locali che garantisca la regolare apertura e la manutenzione ordinaria del complesso che oggi la Soprintendenza, per mancanza di fondi e uomini, non può assicurare.

È prevista la pubblicazione di una monografia su San Calocero alla quale hanno collaborato diverse personalità eminenti. Qual è stato il Suo contributo?
La monografia che ricorda è il frutto di un intenso lavoro pluriennale che è servito a fare il punto della ricerca e a illustrare le nuove prospettive del sito al momento della sua apertura al pubblico. Personalmente, essendo un archeologo medievista, come co-curatore assieme alla dott. Spadea e al prof. Pergola, mi sono occupato di organizzare e coordinare gli studi sulle fasi medievali e post-medievali, intervenendo in prima persona su specifiche tematiche, come ad esempio gli interventi del Lamboglia e quelli degli anni ottanta, assieme al prof. Pergola, la crisi altomedievale e i fenomeni di reimpiego dei materiali antichi nelle più recenti edificazioni del monastero femminile, lo studio delle ceramiche e, con l’aiuto della dott.ssa Gavagnin, la lettura stratigrafica degli elevati. Si è trattato di un lavoro veramente faticoso, non tanto per gli studi che mi sono stati affidati, quanto per la cura di un volume con un numero elevato di autori, ma anche di problemi, non ultimo il reperimento di fondi, che rappresenta sempre il punto dolente della ricerca nel nostro Paese. Se troveremo altri finanziamenti contiamo anche di stampare una guida breve al sito e, soprattutto, di pubblicare integralmente, compresi i materiali, gli scavi degli anni ottanta seguiti da Philippe Pergola.

In programma vi è anche l’allestimento di una mostra. In che modo sarà allestita?
Personalmente credo che, soprattutto le mostre archeologiche, debbano mirare alla più precisa e fedele ricostruzione del contesto di provenienza degli oggetti che si presentano. Per questo motivo credo che la mostra non possa prescindere da un forte legame con il sito e il territorio del Monte di Albenga che lo ospita. Inoltre essa dovrà essere principalmente incentrata sul tardo antico, la vera “epoca d’oro” di Albenga che, in quel periodo, ha avuto una centralità in ambito alto tirrenico e italiano che fino allora non aveva avuto e mai più ebbe nella storia. Non è un caso che i confronti più stringenti per i monumenti cittadini, i loro apparati decorativi e le loro tecniche costruttive si possano trovare con Ravenna e Roma e, più tardi, in epoca longobarda, con la stessa capitale Pavia o centri religiosi di primaria importanza come Bobbio. Una mostra sul San Calocero dovrà essere in grado di istituire e valorizzare questi collegamenti, facendo in modo che il sito e i suoi materiali non rappresentino un qualcosa a se stante, ma vengano inseriti in una dinamica di lungo periodo che dia il giusto spessore storico-culturale alle testimonianze recuperate.

Lo scavo stratigrafico del complesso non è ancora concluso. Come pensate di procedere?
Con una battuta, parafrasando il noto detto, è il caso di dire che gli scavi non finiscono mai… Quello acquisito dal demanio è un vasto ambito di territorio che contiene i resti del monastero e molto altro ancora. Quasi tutto il complesso religioso è stato sottoposto a scavo, ma nelle aree circostanti – sempre di proprietà statale – sarebbero possibili mirati approfondimenti che potrebbero risultare determinanti per comprendere cosa ci fosse sul terreno prima dell’impianto del San Calocero. Si tratta di scoprire compiutamente quel “San Calocero prima di san Calocero” di cui parla il Pergola, ma anche di capire definitivamente cosa accadde al polo religioso nel corso dell’altomedioevo. E tutto ciò, nell’ottica di una valorizzazione work in progress, potrebbe essere organizzato con scavi didattici visitabili dagli interessati in corso d’opera, di modo che al San Calocero venga ancora attribuito quel valore di “palestra di studio” che già ebbe col Lamboglia e, più recentemente, ritornò ad avere durante i fortunati scavi di Philippe Pergola e della Soprintendenza.
Come sempre, per ora, mancano i finanziamenti, auguriamoci che anche interventi come questo possano servire ad accendere l’interesse sul progetto.

.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*