Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Intervista al dottor Alessandro Sebastiani

L’archeologo Alessandro Sebastiani è Dottore di Ricerca in Archeologia Medievale, Co-Direttore scientifico del “Progetto Archeologico Albarese” e Co-Direttore dei cantieri di scavo presso Lo Scoglietto e Lo Spolverino (Albarese – GR). Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureato con lode nel febbraio 2005 presso l’Università degli Studi di Siena con tesi sull’edilizia urbana tardoantica ed altomedievale nell’ambito dell’insegnamento di Storia degli insediamenti tardoantichi ed altomedievali. A dicembre 2008 ho discusso la mia tesi dottorale incentrata sull’urbanesimo toscano nella fase di passaggio tra l’epoca romana e quella altomedievale con particolare riferimento al VI secolo, sempre all’Università di Siena. Sono stato Butrint Foundation Research Associate presso l’University of Nottingham e l’University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology di Philadelphia (USA).

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho iniziato a partecipare come volontario a scavi archeologici diretti dall’Università di Siena a 16 anni (1998) e sono stato presente in numerosi cantieri di scavo quali Castel di Pietra (GR), Selvena (GR), Grosseto (archeologia urbana), Poggibonsi (SI), Staggia (SI), Miranduolo (SI) e Butrinto (Albania).
Sono stato direttore degli scavi di emergenza presso il Santa Maria della Scala (SI) e di quelli effettuati presso il pozzo di Junia Rufina a Butrinto (Albania).
Durante le varie campagne di scavo alle quali ho partecipato ho comunque sempre rivestito ruoli di supervisione di aree di scavo o dello studio dei materiali ceramici.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Attualmente mi occupo del Progetto Archeologico Alberese e dell’edizione sotto forma di articoli di alcuni scavi svolti a Butrinto, lavorando come Consultant Archaeologist presso la Butrint Foundation (Norwich – UK).

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Al momento sono alle dipendenze della Butrint Foundation sia come Consultant Archaeologist sia come Research Associate presso il Penn Museum di Philadelphia con scadenza nel 2010. Assieme alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana codireziono, invece, il Progetto Archeologico Alberese e i relativi cantieri di scavo.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Sinceramente sono due i progetti importanti per i quali ho lavorato. Il primo, il grande cantiere di scavo e valorizzazione di Butrinto dove ho praticamente imparato quasi tutto, e ultimamente il Progetto Archeologico Alberese.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. L’impegno prossimo è riuscire a portare avanti il Progetto Archeologico Alberese sviluppando nuove forme di studio archeologico della zona della bassa Maremma grossetana.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Tuttora collaboro per la Butrint Foundation di Norwich, in Inghilterra per lo scavo della città di Butrinto. Sono in fase di attivazione alcune collaborazioni con università europee per lo sviluppo del Progetto Archeologico Alberese.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riuscire sempre a criticarmi, migliorando il lavoro che sto svolgendo, senza prefissarmi la soluzione, ma anzi, criticare le mie stesse convinzioni al fine di poter meglio ricostruire la storia.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana soffre della carenza di fondi e soprattutto di una mentalità comune che la rilega quasi sempre alla ricerca di grandi tesori o trofei da scavo. A fronte di un crescente dinamismo accademico e di un’elevata qualità dei dati prodotti da molti cantieri vi è sempre un muro che divide la coscienza comune da quella storica.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Sinceramente vedo solo una grande emergenza, ovvero la riluttanza verso le idee dei giovani e il loro entusiasmo, spesso intrappolato in meccanismi contorti. Sinceramente credo che sia meglio tentare. Ovviamente dopo un percorso formativo e di impegno, ma non si devono chiudere le porte alla ricerca. È per questo motivo che molti giovani vanno all’estero o smettono con l’archeologia: è imbarazzante pensare a quanti siano “emigrati” per continuare a fare poi archeologia in Italia. Il mondo dell’archeologia, così come quello di altri campi della ricerca, soffre la carenza di giovani ricercatori.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Di nuovo. I giovani e il loro interesse verso l’archeologia. Il formarli verso standard europei e sempre più competitivi. Farli crescere nella loro autonomia.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Non credo che l’Italia soffra troppo da dover imparare dall’estero. È più una questione di mentalità. All’estero si investe nei giovani, si da loro fiducia e si correggono lungo il percorso, seguendoli passo passo, fornendo loro stimoli e motivi a continuare. Forse questo dovremmo imparare.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Tante cose. L’archeologia italiana è innovativa, si testa sempre con il passo moderno e mette in gioco le tecnologie per favorire la lettura dei dati e la loro divulgazione. Più che insegnare o imparare bisogna collaborare. Da entrambi le parti ci sarebbe comunque un grande vantaggio.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana soffre la carenza di fondi a disposizione. L’archeologia ha bisogno di sostentamento e gli enti locali devono essere i primi a muoversi in tal direzione, superando le barriere politiche. Chi fa archeologia vuole restituire pezzi di storia alle comunità locali. E l’archeologia può diventare un fattore trainante dell’economie locali se inserita in un contesto di valorizzazione e di stimolo. Per fortuna, almeno per la mia esperienza, ci sono enti disposti a fare questo e comprendere l’importanza e la valenza dell’archeologia.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Ovviamente. Lo scavo in sé non serve a niente se poi non si diffondono i suoi risultati. E bisogna essere consci dei differenti target di pubblico. Ci devono essere continue pubblicazioni scientifiche ed accademiche per stimolare il dibattito sui grandi temi, ma devono essere affiancate a pubblicazioni per un pubblico dei “non addetti” proprio per stimolare quella coscienza comune della quale parlavamo prima.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R.E’ a metà. Da un lato ci sono particolari musei, specialmente quelli a carattere locale, che selezionano il modo di comunicare al visitatore la grandezza e l’importanza dei rinvenimenti. In un certo senso è il museo ad interagire con il visitatore aiutandolo a ricostruire il filo del racconto. Altri, quelli grandi, al fronte di meraviglie da esporre hanno il limite di assemblare troppi oggetti e di allontanarli dal loro contesto di origine. Si rischia così di uscire dal museo e di non aver imparato nulla.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Il pubblico deve essere attratto da un museo. Il visitatore deve uscirne e aver voglia di tornarci dopo un anno per vedere cosa è cambiato. Allora entrano in gioco le tecnologie moderne che possono rendere dinamico un museo e favorire nuove letture degli stessi reperti. E poi è necessario che i musei, così come i siti archeologici oramai valorizzati ed aperti al pubblico, abbiano sempre i testi bilingue. Infine creare attività parallele, giornate speciali, attirare l’attenzione con esperienze di archeologia sperimentale e living history.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Dipende. Il modello del British Museum funziona in un determinato contesto. La cultura deve essere un po’ a pagamento, quel tanto che basta per mandare avanti le strutture ed i siti, ma non di certo coi prezzi che talvolta si vedono a mostre o esibizioni. Una famiglia, specialmente ora, non può permettersi ingressi a 8-10€ a persona. Sinceramente se le strutture museali avessero a disposizione i fondi necessari per garantirsi l’autosostentamento, allora l’ingresso dovrebbe essere gratuito.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Credo proprio di si. La realtà virtuale aiuta. Ho in mente il museo dei vichinghi a York, o quello della prima guerra mondiale in Belgio. Esistono scavi perfetti per un archeologo ma di difficile diffusione al grande pubblico, vuole perché il sito non può essere visitato o per la carenza di strutture fisiche che si possano mantenere nel tempo. Una ricostruzione virtuale ovviamente abbatterebbe questi limiti. Il problema piuttosto sta nello sforzo economico necessario, e quindi nel reperimento dei fondi destinati per realizzare questo tipo di realtà.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. L’archeologia deve comunicare. Il mio percorso formativo mi ha insegnato che i dati di scavo devono essere trasparenti e leggibili a tutti. L’informare del rinvenimento di un sito o di un reperto deve essere immediato e Internet favorisce la diffusione di siti con diari di scavo aggiornati e con fotografie: e questo è un merito che l’archeologia oramai da quasi dieci anni ha e aiuta a stimolare un dibattito immediato.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Io credo di si. Esistono tante pubblicazioni, notiziari, periodici oramai che informano e divulgano delle scoperte. E questo è un bene per l’archeologia.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Le riviste sono fondamentali, perché aprono le porte dell’archeologia a tutti, dall’archeologo professionista agli appassionati. È bello recarsi in edicola e sapere che con pochi euro si possa leggere così tanta storia e così differente.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Sinceramente penso che se lo stato o un ente non riescono a garantire la salvaguardia o il mantenimento di opere archeologiche o di siti, i privati possono entrare di diritto nell’affidamento e nella valorizzazione. Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicate le associazioni e le fondazioni finanziate da privati per lo svolgimento di scavi archeologici o l’allestimento di mostre. Ovviamente ogni cosa deve essere regolata. Non dimentichiamoci, infatti, che i beni archeologici appartengono allo stato non al privato. Quindi sarebbe fondamentale aggiornare le leggi per permettere da un lato una sempre più forte presenza dei privati nella sfera dei beni culturali e dall’altra per regolamentare tale presenza. Il fine ultimo dell’archeologia deve essere una restituzione pubblica delle evidenze studiate, questo però in un contesto legislativo chiaro non si scontra con l’affidamento ai privati della gestione, valorizzazione e manutenzione.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. La legge Ronchey del 1993 favorisce un avvicinamento tra l’offerta e la domanda attraverso attività per informare il pubblico che visita un museo o un luogo d’arte e garantisce la presenza di strutture sussidiarie alla visita. Nella sua formulazione è giusta e va nella direzione europea e oltre oceanica dei musei. Bisogna saper coniugare però, nella pratica, il luogo da visitare con queste strutture quali ristoranti o negozi d’arte: sta alla coscienza degli architetti e di chi è preposto alla valorizzazione la giusta applicazione di una legge che alla fine garantisce un rimedio verso la fuga dai musei.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Credo di no. Anzi. Sono scarsi. Meno male che se pur lentamente vi sono enti e fondazioni privati pronti a garantire sostentamento ai progetti di ricerca archeologici.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Entrambi. Sicuramente c’è l’esigenza di studiare quello che per molti e diversi motivi a volte rimane racchiuso nei magazzini. Di nuovo. È un fatto di mentalità tante volte. E poi bisogna continuare a scavare. Ma non tutto. Quello che serve alla ricerca e può migliorare la comprensione storica.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Ovviamente si. Le faccio un esempio che ho vissuto in prima persona. Senza le detrazioni fiscali a cui sono soggette le imprese e le aziende se investono nella cultura, il Progetto Archeologico Alberese non avrebbe avuto la stessa quantità di risorse economiche necessarie al suo avvio. Credo che si debba in tutte le maniere possibili stimolare i privati e gli enti a dare il loro contributo all’archeologia. Perché in tempi di crisi non basta il puro mecenatismo privato, si ha bisogno di solidi supporti per garantire la continuità dell’erogazione di finanziamenti da parte delle aziende e delle società.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*