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Intervista al dottor Matteo Colombini

L’archeologo Matteo Colombini è dottore magistrale in archeologia ed è co-direttore del “Progetto Archeologico Albarese”. Lo abbiamo intervistato per voi. 

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono diplomato al liceo scientifico G. Marconi di Grosseto con 91/100, quindi mi sono laureato a Siena prima in Scienze dei beni archeologici (votazione 110 su 110 e lode), quindi nel corso della specialistica in Archeologia classica (110 su 110 e lode). Sto attualmente seguendo un master in progettazione turistica presso l’Università di Genova

D. E il suo percorso professionale?
R. Collaboro con gruppi di ricerca dall’età di 21 anni in numerosi siti archeologici tra cui Populonia, Marsiliana e Albinia. Le varie esperienze lavorative accumulate sino ad ora mi hanno permesso di entrare in contatto con varie università italiane e straniere, come quella di Bologna, di Pisa, di Roma (la Sapienza e Roma tre) e di Siviglia. Ho inoltre effettuato un tirocinio presso il Museo Archeologico di Roma ed ho conseguito l’abilitazione ad esercitare la professione di guida turistica. Da questa estate ho iniziato assieme ai miei colleghi a lavorare al progetto di indagine sul popolamento dell’Alberese durante il periodo romano.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Sto svolgendo il master di secondo livello presso l’Università degli Studi di Genova e lavorando contemporaneamente al progetto Alberese

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Lavoro come indipendente, ma collaboro con la Soprintendenza archeologica della Toscana.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Unitamente a quello di Alberese potrei citare il lavoro svolto presso Populonia, un sito di importanza centrale per comprendere le dinamiche con cui la potenza romana è penetrata nell’Etruria settentrionale.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Continuo a lavorare al progetto Alberese.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Sono in contatto con l’università di Sevilla ed in particolare con il prof. Garcia Vargas, titolare della cattedra di Storia antica. Sto vagliando la possibilità di collaborare con lui al termine del master, magari proponendo un progetto di dottorato.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Avere una vita serena, ma non monotona, riuscendo a svolgere il lavoro che mi interessa. Credo che la convinzione in ciò che stiamo facendo sia la chiave per esser appagati e felici.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Purtroppo sono pessimista. Credo che l’archeologia italiana soffra della crisi dell’università italiana e non riesca a proporre modelli sostenibili per chi, come noi, considera l’archeologia una professione e non un hobby.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. La formazione credo sia il primo problema: generalmente l’Università non prepara i ragazzi all’inserimento nel mondo del lavoro, ma si preoccupa principalmente di creare dei tecnici da sfruttare gratuitamente nei propri laboratori. In realtà, ripeto, quello dell’archeologo è un mestiere che ha vita anche al di fuori dell’Università come dimostra il progetto che stiamo realizzando. Un’altra emergenza credo sia l’approccio con cui la Sovrintendenza si pone nei confronti delle questioni archeologiche: l’archeologia è un bene che deve esser pubblico, dunque obiettivo finale di ogni intervento della Soprintendenza dovrebbe, a mio avviso, esser la condivisione dei dati sia a livello divulgativo che scientifico. Troppo spesso ci si preoccupa invece della tutela, rendendo accessibile il bene archeologico solo a pochi addetti ai lavori. La mia esperienza di lavoro mi ha fatto vedere l’interesse che c’è attorno ai ritrovamenti archeologici, un interesse che rischia di scemare se la cattiva politica di chiusura verso il pubblico condizionerà le generazioni future diseducandole all’interesse verso la storia. La terza emergenza, connessa alle precedenti due, è il disinteresse dello Stato nei confronti del proprio patrimonio archeologico. Gli investimenti in questo settore sono sempre minori e non si capisce che l’archeologia e la storia sono due caratteristiche che rendono unica l’Italia agli occhi di tutto il mondo. Se l’approccio deve esser più dinamico e attento anche al mercato economico dunque, l’esempio dovrebbe esser dato in primo luogo dal governo e dal suo impegno a valorizzare e render fruibile il nostro patrimonio culturale.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Una sola: la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio archeologico che non ha eguali in tutto il resto del mondo e che, come tale, andrebbe valorizzata scegliendone i siti chiave nei vari contesti regionali e locali.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La capacità, tipica della cultura anglosassone, di valorizzare i siti andando oltre la semplice bellezza del monumento archeologico e proponendosi di educare il visitatore alla comprensione della storia, sia essa fatta da capanne o dal Colosseo. Oltre alla tecnologia applicata nella ricerca, che ci vede sempre in secondo piano rispetto alle nazioni più avanzate nel settore.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Credo che la nostra cultura gastronomica associata, come spesso accade soprattutto in Toscana, alla storia dei luoghi sia un’ottima strada per promuovere un turismo intelligente e sostenibile. In effetti non è semplice insegnare una peculiarità che proviene direttamente dalle nostre tradizioni e che non ha eguali in Europa e nel mondo, ma l’idea di puntare su un turismo voglioso di ‘scoprirci’ credo sia ottima perché tutela lo sfruttamento ambientale, scoraggiando il turismo di massa, e garantisce una crescita economica.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Come detto credo sia in primo luogo un dovere del governo puntare con maggior decisione sulla valorizzazione del patrimonio archeologico e sulla creazione di figure professionali dinamiche e creative che gestiscano i beni.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Ovviamente si, rientra sempre nel dovere di divulgare i risultati della ricerca, sia questa divulgazione rivolta al pubblico o agli ambienti accademici.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Sono ricchissimi ma spesso confusionari e poco chiari.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. L’obiettivo deve esser coinvolgere il visitatore e puntare sull’educazione del visitatore: occorre che la conoscenza e la cultura siano sentite come esigenze da parte della popolazione e non come un lusso a cui si può comunque rinunciare.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La cultura deve esser accessibile a chiunque, attraverso agevolazioni e incentivi, ma si deve anche tener presente il mercato e il bilancio per far si che ogni museo o parco sia in grado di avere degli introiti che ne garantiscano la sopravvivenza e lo sviluppo.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. E’ utile perché aiuta la comprensione e il coinvolgimento del visitatore. La realtà virtuale è uno strumento che chiarisce ciò che non può esser ricostruito solo con la fantasia di chi osserva

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Da sviluppare, nel senso che non sempre l’archeologia ha i giusti spazi che merita e che le sarebbero dovuti visto l’interesse che riesce sempre a suscitare.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Credo che in molti casi siano in grado di farlo, ma spesso non hanno i necessari spazi dove esprimersi.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Credo che alcune riviste italiane siano all’avanguardia nel settore della diuzione.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Teoricamente i beni archeologici dovrebbero essere pubblici e fruibili, ma il problema è che spesso vengono abbandonati in magazzini da cui non possono uscire per mancanza di fondi. Tale abbandono è più dannoso della permanenza di beni presso i privati.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Credo di si, ma il problema resta il controllo, spesso difficile o impossibile, dei patrimoni dispersi tra i privati e nei magazzini.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Come ho già detto la loro insufficienza è un problema centrale dell’archeologia italiana.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Si dovrebbe procedere di pari passo nelle due attività: da un lato recuperare ciò che è disperso nei magazzini, dall’altro scavare e valorizzare per far nascere un nuovo modello di archeologia e una nuova mentalità nella fruizione.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. E’ una chiave per promuovere lo sviluppo culturale dell’Italia.

1 Commento su Intervista al dottor Matteo Colombini

  1. Una rara figura, questa del Dottore grossetano Matteo Colombini, di giovane appassionato e intelligente cultore del nostro patrimonio storico archeologico senza eguali al mondo. In particolare proprio il patrimonio storico archeologico della Maremma Grossetana ancora tutto da scoprire e valorizzare come ci stimolo’ a farlo nel corso della sua intera esistenza il nostro grande concittadino Prof. Aldo Mazzolai.

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