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Intervista a Sergio Botta

Sergio Botta è Dottore di Ricerca in Storia religiosa e lavora per la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma con le qualifiche di Assegnista di ricerca e di Docente a contratto. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono formato alla Sapienza come storico delle religioni. Durante il dottorato ho iniziato poi una fase di ricerca in Messico che prosegue ancora oggi.

D. E il suo percorso professionale?
R. La condizione di precariato diffuso e prolungato nella quale i giovani ricercatori italiani sono costretti a vivere mi ha permesso di affiancare alla ricerca alcune esperienze lavorative, tra le altre, nell’ambito della traduzione e dell’informatica applicata alle scienze umane che hanno certamente contribuito anche alla mia formazione accademica. Dal 2003, insegno poi come docente a contratto e ho ottenuto borse di studio post-dottorali da diverse istituzioni.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Mi occupo da qualche anno di letteratura missionaria del primo periodo coloniale (XVI-XVII secolo), in particolar modo dedicata all’immagine dei sistemi religiosi dell’America indigena.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Lavoro come docente a contratto e come assegnista di ricerca presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Il progetto di ricerca dottorale dedicato alla ricostruzione del campo d’azione di un gruppo di divinità acquatiche azteche non ha ancora esaurito, a sette anni dalla sua discussione, le possibilità di riflessione e approfondimento.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Dopo la pubblicazione del lavoro dedicata alla letteratura missionaria cinquecentesca, vorrei concludere un lavoro di revisione critica intorno al concetto di sciamanismo che sto portando avanti da qualche anno.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho mantenuto una collaborazione costante con il Messico che è nata durante il periodo di dottorato. Da quel momento, le collaborazioni all’estero non sono però più state fondate sulla relazione con uno specifico gruppo di ricerca nazionale quanto su una rete di ricercatori (messicani, argentini, francesi, spagnoli, inglesi, statunitensi, ecc.) costruita sulla condivisione di comuni interessi scientifici.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Continuare a fare questo lavoro e scrivere, insieme ad un gruppo di ricerca affiatato, un manuale di storia delle religioni che sia il risultato di uno sguardo plurale.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Non sono un archeologo, dunque, è difficile esprimere un giudizio su una disciplina che frequento esclusivamente per curiosità scientifica. Mi sembra però che, come spesso accade nel nostro paese, l’archeologia italiana erediti i pro e i contro di una grande scuola e che, forse per questa ragione, faccia fatica a individuare percorsi innovativi per il futuro.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Tutte le discipline umanistiche italiane hanno bisogno di recuperare una visibilità pubblica che permetta di guadagnare il rispetto dei cittadini. Solo in questo modo si potranno ottenere le risorse necessarie per affrontate i problemi strutturali che le affligono.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Credo, in primo luogo, che si debba trovare un modo per valorizzare il profondo contenuto umanistico della formazione degli archeologi italiani.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Dovremmo imparare a lavorare attivamente in gruppo o in progetti di ricerca multidisciplinari ed internazionali. Inoltre, mi sembra che in Italia si faccia fatica a introdurre nuove tecnologie.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. A guardare i fenomeni storici da una prospettiva ampia e complessa, senza limitare l’indagine archeologica, o umanistica in generale, al mero “tecnicismo”.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. In primo luogo, lo stato italiano dovrebbe investire di più per la ricerca e costruire regole certe per la valutazione dei suoi risultati. Anche il mondo accademico dovrebbe però contribuire a liberarsi dai meccanismi avvilenti generati dai giochi di potere.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Mi sembra che negli ultimi due decenni si era potuto assistere a una sorta di risveglio nazionale, dopo decenni di gestione assistenzialista da “ufficio pubblico”. Sebbene con alcuni limiti evidenti di “politica museale”, quella fase tutto sommato positiva mi sembra in via di esaurimento. Nella nuova “cultura nazionale”, temo che i musei siano considerati dai cittadini come un inutile “ingombro”, in special modo quelli aperti alle prospettive più innovative.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con l’applicazione del modello londinese.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Uno stato democratico moderno dovrebbe avere il coraggio di affermare che la dimensione dei Beni culturali rappresenta un orgoglio della nazione che deve essere sostratto alle logiche del mercato.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Ritengo possa essere estremamente utile per riuscire a trasformare i musei in luoghi non solo da visitare, ma da “vivere”. Non dedicati dunque solamente ai turisti, ma anche a una cittadinanza attiva.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Ahimé, mi sembra che l’informazione italiana stia un poco maltrattando i saperi archeologici.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. C’è sempre qualcuno dotato di un buon talento per la divulgazione. Il problema semmai è capire se il grande pubblico è disposto ad accogliere una buona divulgazione o preferisce banalizzare i problemi storico-archeologici e trasformarli i “spettacolo”…o perfino in gossip!

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. In generale, mi sembra di poter dire che la qualità è stata per anni dignitosa. Vedo però degli esempi felici all’estero che in Italia non troverebbero spazio. Penso ad esempio alla vicenda straordinaria della rivista divulgativa “Arqueología Mexicana” che da più di cento numeri ospita i più importanti archeologi messicanisti di tutto il mondo e li impegna in una divulgazione di alto livello. Negli anni è divenuta una lettura obbligata non solo per gli uomini di cultura, ma anche per gli studenti e per la classe media.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Sono del tutto contrario.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Non sono in grado di giudicarla “dall’interno”.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Neanche lontanamente sufficienti.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Con i giusti mezzi, credo si potrebbero fare entrambe le cose.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Credo di sì, sebbene credo si tratti di temi “tecnici” intorno ai quali non possiedo un’adeguata capacità di valutazione.

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