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Intervista al professor Cesare Letta

Cesare Letta è professore Ordinario di Storia romana presso l’Università di Pisa. Lo abbiamo intervistato per voi. 

D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Fino alla maturità classica ho studiato ad Avezzano (AQ), dove ricordo con gratitudine per le elementari il maestro Pomilio (padre dello scrittore Mario), per le Medie il professor Di Giovambattista, per il Liceo i professori Proia e Palanza. Per l’Università sono venuto a Pisa (dove vivo tuttora), avendo vinto un posto di allievo nella Scuola Normale Superiore. Mi sono laureato in Archeologia greca nel 1967 col Prof. Paolo Enrico Arias; ancora come suo allievo ho conseguito nel 1972 il diploma di perfezionamento in Archeologia romana presso la Scuola Normale. Nel 1972 ho anche vinto un posto di ispettore nelle Soprintendenze archeologiche, a cui poi ho rinunciato.

D. E il suo percorso professionale?
R. La mia prima esperienza di insegnamento è stata quella di professore incaricato di Storia romana a Cassino, nell’allora Istituto Parificato di Magistero, dal 1972 al 1975, un’esperienza vissuta da pendolare, avendo la famiglia a Pisa. Dal 1973-74 sono stato anche professore incaricato di Archeologia delle province romane a Pisa, e dal 1976-1977 professore incaricato di Storia romana a Pisa. Nel 1980, a seguito di un concorso, sono diventato professore ordinario di Storia romana a Pisa e lo sono tuttora. Sono stato Direttore del Dipartimento di Scienze Storiche del Mondo Antico, Presidente del Corso di Laurea in Lettere, Vice Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, e attualmente sono Presidente del Corso di Laurea Specialistica in Scienze dell’Antichità, sul punto di trasformarsi in Laurea Magistrale in Filologia e Storia dell’Antichità. Dal 2005 sono direttore della rivista “Studi Classici e Orientali”, promossa dai quattro dipartimenti di ambito antico dell’Università di Pisa.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. I principali filoni d’interesse scientifico che coltivo sono tre: 1) i fenomeni di acculturazione e romanizzazione delle popolazioni centro-italiche e delle aree alpine nei loro molteplici aspetti (lingua, istituzioni, insediamenti, organizzazione del territorio, religione, cultura epigrafica e figurativa etc.); 2) le tradizioni storiografiche sul periodo dei Severi; 3) autori antichi come Catone, Seneca, Erodiano, Cassio Dione e l’Historia Augusta.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Per l’Università di Pisa.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Forse lo studio delle iscrizioni antiche della Marsica, avviato con un volume pubblicato nel 1975 insieme all’amico scomparso Sandro D’Amato e portato avanti senza interruzione negli anni successivi con la pubblicazione di nuovi testi e il riesame di altri già editi.
Anche lo scavo del centro italico-romano della valle d’Amplero, presso Collelongo (AQ), condotto dal 1969 al 1989, mi ha dato grandi soddisfazioni, culminando nel restauro e nell’esposizione di un letto funerario con rivestimenti in osso lavorato che mi ha offerto l’occasione per uno studio complessivo di questa produzione, tipica dell’Italia centrale tra I sec. a.C. e I sec. d.C.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Lo studio di un’importante collezione epigrafica messa insieme a proprie spese, attingendo al mercato antiquario, da un professore tedesco che da anni vive a Firenze, Detlef Heikamp, studioso dell’arte del Rinascimento italiano, che l’ha donata alla Bibliotheca Hertziana di Roma. Comprende oltre duecentoventi iscrizioni latine e greche di ogni tipo, provenienti soprattutto da Roma ed Ostia, molte delle quali di grandissimo interesse.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho da tempo buoni rapporti di collaborazione con studiosi belgi (Lovanio e Bruxelles), tedeschi (Colonia), francesi (Parigi, Nizza, Rennes), spagnoli (Granada e Sevilla), ungheresi (Budapest). Ricordo poi il rapporto speciale che si è creato nel corso di quasi trent’anni con il Cile: nelle università di Valparaíso, Concepción e La Serena la storia antica è insegnata da docenti cileni che si sono laureati a Pisa; da oltre dieci anni è in atto una convenzione tra l?università di Pisa e la Universidad Católica de Valparaíso, che è stata recentemente estesa anche alla Universidad de Concepción, dove lavora il mio allievo, amico e collega Alejandro Bancalari Molina.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riuscire a scrivere il libro su Seneca per il quale accumulo materiali da oltre vent’anni. Ma temo che ci riuscirò solo quando andrò in pensione, ammesso che ci arrivi e che ci arrivi con la testa ancora in funzione.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Mi sembra che attraversi un buon momento, almeno sul piano delle competenze sul terreno e sui materiali: ormai dappertutto sia le istituzioni di tutela che quelle di ricerca applicano tecniche di scavo stratigrafico rigorose e non ci sono più interventi di puro sterro, che distruggono disinvoltamente documentazione preziosa, come era normale fino a qualche decennio fa. Anche la classificazione tipologica dei reperti ha fatto enormi progressi. D’altra parte, vedo con preoccupazione delinearsi sempre più nettamente un panorama in cui gli archeologi più giovani sanno tutto di stratigrafia e di tecniche di classificazione e archiviazione computerizzata dei dati, ma non hanno più dimestichezza con le fonti scritte. In altre parole, non sono in grado di leggere e interpretare i testi antichi greci e latini nella lingua originale, ma finiscono per affidarsi incautamente a traduzioni, non riuscendo più a cogliere gli aspetti problematici che ogni fonte inevitabilmente presenta.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Una l’ho appena accennata: la deriva tecnicistica che si nota nella cultura degli archeologci di ultima generazione, che andrebbe frenata con una maggiore attenzione alla loro formazione classica; se un archeologo che si occupa di America precolombiana o di Scandinavia può tranquillamente basarsi solo sulle stratigrafie e i materiali che mette in luce, uno che si occupi di una qualunque area dell’Italia antica non può rinunciare a confrontare questi dati con le ricchissime testimonianze degli autori antichi giunti fino a noi.
Un’altra emergenza è la situazione di grave difficoltà e spesso di impotenza in cui si trovano ad operare le Soprintendenze, con poco personale, pochi mezzi e, come se non bastasse, anche una sorta di concorrenza da parte degli enti locali, dalle regioni ai comuni, che anziché collaborare spesso tendono piuttosto a sostituirsi alle Soprintendenze, con conseguenze disastrose.
Una terza emergenza è il rischio di totale distruzione di ciò che resta del nostro patrimonio archeologico, per l’azione convergente di interventi invasivi (strade, autostrade, condotte, edilizia spesso abusiva, agricoltura con mezzi meccanici sempre più potenti, discariche etc.), che gli organi di tutela non riescono a tenere sotto controllo.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Le competenze delle Soprintendenze, delle Università e dei centri di restauro, che non hanno nulla da invidiare alle migliori istituzioni straniere.
I monumenti e i siti archeologici, tra i più cospicui del mondo, che però andrebbero tutelati meglio e presentati in modo più adeguato.
I Musei, in cui sono conservati tesori assolutamente straordinari di arte e di storia, che andrebbero avvicinati di più al pubblico medio.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. L’attaccamento alle proprie radici più remote (beninteso, non parlo di chiassate e strumentalizzazioni politiche, per lo più prive di reali basi storiche) e il rispetto di ogni traccia del passato, intesa come bene comune dell’intera collettività.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Come ho accennato prima, i nostri archeologi e restauratori non hanno nulla da invidiare a quelli stranieri. Anche la nostra legislazione è assai più avanzata di quella di altri paesi.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Non ho dubbi: lo stato dovrebbe potenziare le Soprintendenze, fornendo loro personale e mezzi finanziari per far fronte alle esigenze di tutela e valorizzazione. Gli enti locali (regioni e comuni) e i privati possono contribuire a questo obiettivo, ma non dovrebbero in nessun caso sostituirsi alle Soprintendenze statali, che sono e devono restare l’unico strumento efficace di controllo, tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. A questa domanda sarebbe meglio che non rispondessi, o che al massimo rispondessi: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra…”.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. È un panorama molto variegato. Alcuni sono pienamente all’altezza delle aspettative. Molti sono rimasti con allestimenti vecchi, trascurati e poco attraenti.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con una maggiore collaborazione con scuole, università e associazioni. Bisognerebbe inoltre curare di più le pubblicazioni, differenziandole in funzione delle diverse categorie di possibili destinatari e contenendo i prezzi in limiti ragionevoli.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Trovo giusto e realistico che per entrare in un museo si paghi, contribuendo così alle spese di gestione. L’importante è che il costo si mantenga entro limiti ragionevoli, perché il visitatore non sia scoraggiato.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Penso che i mezzi disponibili oggi possano aiutare il pubblico a capire e apprezzare ciò che trova nei musei. Ma questa parte ‘virtuale’ non deve finire per prevalere su quella reale.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. È importante che gli archeologi non restino chiusi nella loro torre d’avorio e che gli appssionati non pensino di poter fare tutto da sé. Gli archeologi devono quindi essere disponibili a far conoscere i risultati delle loro indagini anche al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, ma non dimenticando due esigenze: da un lato sapersi esprimere con chiarezza, senza ricorrere a un gergo da iniziati (o almeno fornendo pazientemente la chiave per la sua comprensione), e dall’altro resistere alla tentazione, sempre in agguato, di presentare ogni scoperta come uno ‘scoop’ da gonfiare artificiosamente e ogni interpretazione ipotetica come una certezza. Solo così si potranno evitare o ridurre le distorsioni e le banalizzazioni che troppo spesso si sono verificate: le recenti vicende del preteso ‘muro di Romolo’ ai piedi del Palatino o della pretesa ‘cenatio rotunda’ della Domus aurea di Nerone insegnino!

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Generalmente direi di no, sia pure con le dovute eccezioni.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Quelle che conosco meglio, come Archeo e Archeologia viva, mi sembrano di buon livello.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Tutto il male possibile.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Pur con qualche esagerazione, direi di sì.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Direi di aver già risposto abbondantemente: no.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Credo che sia un falso problema. Sono necessarie entrambe le cose; se si volessero prima esaurire tutti i materiali presenti nei magazzini, probabilmente la ricerca si fermerebbe per decenni, senza contare che in molti casi rinunciare a un nuovo scavo può significare perdere un’occasione irripetibile.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Penso di sì, anche se mi sembrerebbe pericoloso puntare a sostituire di fatto o in larga misura i finanziamenti statali con quest’altra fonte, di per sé più aleatoria e che potrebbe in qualche misura condizionare la ricerca.

3 Commenti su Intervista al professor Cesare Letta

  1. SONO DOCENTE PRESSO IL DIPARTIMENTO DI ROMA, TRASFERITO DA POCHI ANNI, DOVE HO LASCIATO A MIO FELICE-MALINCUORE IL DIPARTIMENTO DI PISA. CONOSCO IL PROF. CESARE LETTA PERSONALMENTE, DOVE RITENGO IN CUOR MIO E MANIFESTO IL RICONOSCIMENTO DI UNO SCIENZIATO UNICO DEL “MONDO ANTICO”.
    ABBIAMO LAVORATO, ESSENDO ANCHE IO ARCHEOLOGO SPECIALISTA EGITTOLOGO E STORICO, SPECIALISTA IN TARDO IMPERO ROMANO, SOLO IO POSSO CONOSCERE L’IMPEGNO DIDATTICO, CULTURALE E DI GRANDE ESPERIENZA CHE DA SEMPRE ADOPERA AL SERVIZIO DELLA SCIENZA IL COLLEGA.
    I NOSTRI MONDI SONO SEMPRE STATI SEPARATI DAL SO LAVORO DIDATTICO DI DIPARTIMENTO E IO, COME ARCHEOLOGO EGITTOLOGO ….AL MIO DESERTO TRA EGITTO E SIRIA. LA SCIENZA ARCHEOLOGICA MATERIA DI GRANDE INTERESSE SCIENTIFICO ED ATTUARIALE NELL’INTERESSE MONDIALE, IL PROF.CESARE LETTA HA CURATO DA SEMPRE LA PROPRIA PROFESSIONALITA’ TRASFERENDOLA AI “DISCEPOLI” CHE CON GRANDE AFFEZIONE CULTURALE LO SEGUONO CON INTERESSE.
    I MIEI PIU’ AMPI PLAUSI AD UN COSI’ ALTO SCIENZIATO A CUI VANNO I RINGRAZIAMENTI DEL DIPARTIMENTO DI PISA E SENZA DUBBIO ALL’ ARCHEOLOGIA CHE E’ SCIENZA DELLA UMANITA’
    PROF. ENZO PIETRARELLI

  2. Le analisi del Prof. Cesare Letta sono altamente condivisibili, gli archeologi più “tecnologici” (vedi l’archeometria) tendono ora ad una autosufficienza dannosa, un pochino di colpa l’hanno avuta anche persone come il Prof. E. Lepore che al convegno di Ravello del 1989 disse che ormai gli archeologi potevano fare a meno degli storici….
    Per i disastri che saranno apportati all’archeologia (e allo studio della storia antica stessa) dai nuovi barbari del federalismo sotto vuoto spinto ricordo il caso del Lapidario di Varese, dopo sette anni di fatiche (mie) fu smontato tutto, le lapidi accatastate nell’antigabinetto per far posto ad una mostra del libro usato voluta dalla lega. Uno dei libri esposti con maggiore evidenza era intitolato “il clitoride”. Per quanto concerne la legislazione ciò che manca in Italia è una servizio nazionale archeologico che affianchi le soprintendenze per finanziare tutti gli scavi di urgenza che si rendono necessari, l’esperienza francese è in merito molto efficace, di questi aspetti normativi-organizzativi francesi che potrebbero armonizzare alcune lacune dell’organizzazione legislativa italiana è grande esperto in Italia il Soprintendente dell’Emilia, il Dott. Luigi Malnati.

  3. Alcuni punti mi sembrano di grande rilievo.
    il primo è la “deriva tecnicistica” degli archeologi italiani che scavano, catalogano ecc. in modo corretto anche usufruendo di ausili informatizzati sempre più sofisticati, ma che molte volte non sanno cosa stanno scavando, catalogando ecc., non sanno contestualizzarlo storicamente. La ricerca archeologica è un processo conoscitivo che si fonda su una metodologia rigorosa ormai condivisa, ma accanto al sapere tecnico è indispensabile un sapere storico-culturale che consente di riconoscere il “contesto” nel quale si sta operando, di comprendere e interpretare e non obbliga ad adeguarsi in modo acritico ad una prassi di intervento che rischia di diventare un’inutile raccolta indifferenziata di informazioni.
    Un altro punto sensibile è la centralità delle Soprintendenze e la necessità di sostenerne l’attività con personale e mezzi economici adeguati, anziché perseverare nel loro graduale smantellamento (a ciò assistiamo impotenti da tanto tempo) e in quella che altrove ho definito “la polverizzazione dei finanziamenti tra Stato, Regioni, Comuni ecc. che non ha dato e non dà sempre buoni frutti”.
    Così come è di grande rilievo l’appunto sulle scarse capacità (o volontà?) di noi archeologi alla “divulgazione”(e ciò riguarda anche gli allestimenti museali..).
    La possibilità di tutelare (e quindi studiare) il patrimonio archeologico è direttamente legato alla capacità di colmare il distacco tra antico e moderno, con l’impegno alla sensibilizzazione, alla divulgazione e alla valorizzazione, sapendo distinguere i diversi livelli di comunicazione che ciò che resta del passato può trasmettere e individuare quelli più adeguati per restituire alla comunità la propria storia e la propria cultura.
    Solo così la tutela cessa di essere una mera imposizione ed entra a far parte del bagaglio culturale comune.
    Altre cose importanti ha detto il prof. Letta in questa bella intervista, questi sento più vicini perché riguardano le basi stesse del “fare archeologia”:la formazione, la pratica della tutela e la condivisione della conoscenza.

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