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Intervista al professor Massimiliano David

L’archeologo Massimiliano David è professore aggregato di Archeologia della Tarda Antichità presso l’Università di Bologna. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?

R. Ho frequentato il Liceo classico Cesare Beccaria e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano dove mi sono laureato nel 1985 in lettere classiche e specializzato in archeologia nel 1987. Nel 1993 ho vinto la borsa di studio della Fondazione G. Pasquali (sede presso la Scuola Normale Superiore di Pisa) con la quale ho avuto la possibilità di studiare presso la Fondation Hardt di Vandoeuvres (Ginevra).

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho collaborato con il Ministero per i Beni culturali e università italiane e straniere partecipando e poi dirigendo numerose missioni archeologiche in Italia e all’estero. Ho pubblicato più di duecento lavori di archeologia (libri, articoli, saggi ecc.). Ho diretto il gruppo interdisciplinare di studio sulle cave romane e pre-industriali in Lombardia e coordinato il gruppo di ricerca del progetto “Mediolapis” sulle testimonianze epigrafiche dall’età moderna all’età contemporanea. Sono stato collaboratore dei Musei Civici di Monza elaborando un progetto multidisciplinare per il Museo della città e del territorio. Nel 2000 ho vinto il concorso nazionale di ricercatore per il settore disciplinare di Archeologia cristiana e medievale presso l’Università di Bologna.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Dirigo, con il collega Angelo Pellegrino, il cantiere di scavo del Progetto “Ostia Marina” sul quartiere suburbano di porta Marina a Ostia antica. Mi occupo del progetto per lo studio e il recupero del complesso di Santa Croce a Ravenna. Sto portando a compimento l’edizione critica della “Cronica extravagans de antiquitatibus civitatis Mediolani” di Galvano Fiamma in collaborazione con il collega professor Cengarle Parisi. Inoltre sto attualmente portando avanti circa una ventina di ricerche mirate.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Dal 2001 sono professore incaricato (ora aggregato) di Archeologia della Tarda Antichità nella Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Alma Mater Studiorum (sede di Ravenna).

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Ho pubblicato il Corpus dei pavimenti antichi di Mediolanum (1996), ma uno dei progetti più importanti su cui ho lavorato è consistito nel coordinamento della prima ricerca pluridisciplinare e multidisplinare sui dittici d’avorio tra Antichità e Medioevo pubblicata da Edipuglia con il nome di “Eburnea diptycha” (2007).

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. La direzione delle indagini archeologiche nel sito rurale della Ca’ Bianca nel territorio di Ravenna.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho collaborato con gli organi della tutela archeologica della Repubblica di Turchia in occasione delle surveys eseguite nel centro storico di Istanbul e sto avviando una collaborazione con l’Eforia per l’archeologia bizantina della Messenia (Grecia).

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Fondare un centro di ricerca per l’archeologia a Milano, città attualmente priva di adeguati luoghi di studio, basandolo sulla mia biblioteca specializzata di oltre 30.000 volumi.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. L’archeologia italiana vive una fase grigia della sua storia e non certo di spicco tra le archeologie del mondo post-industriale. In Italia l’archeologia produce perlopiù precarietà e un numero irrisorio di veri posti di lavoro.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. 1) Lo costituzione dell’albo professionale degli archeologi; 2) La riorganizzazione dell’Università per una migliore gestione dei beni archeologici e culturali articolata su base statale, regionale, provinciale e comunale; 3) L’introduzione nelle scuole medie superiori dell’insegnamento dell’archeologia.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. 1) L’estrema polverizzazione nel territorio delle testimonianze archeologiche che oggi è considerata un elemento di debolezza; 2) La straordinaria ricchezza dei depositi archeologici nelle città storiche minacciati dai parcheggi sotterranei; 3) I musei dei centri minori.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La minuta cura per i beni archeologici fin nei più piccoli paesi (come in Francia, Spagna, Germania, Svizzera, ecc).

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. La complessità dei problemi dell’archeologia, che, in un paese come il nostro, deriva dalla complessità dei problemi storici vissuti dall’Italia.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Lo Stato dovrebbe fungere da organo organizzatore oltre che di tutela, e gli enti locali provvedere a reperire i finanziamenti .

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. La pubblicazione degli scavi dovrebbe essere resa obbligatoria, ma non per i singoli responsabili, bensì per gli enti preposti.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. In questi ultimi venti anni vi sono state eccellenze (Museo della Crypta Balbi di Roma, ecc.), ma troppe realtà importanti – spesso fuori dalla Capitale – secondarizzate.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. La qualità dei musei non deve dipendere dal numero dei visitatori perché i musei sono un servizio pubblico, non aziende. E’ chiaro, comunque, che molti musei archeologici hanno apparati didattici desueti.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. In linea teorica la scelta inglese, della assoluta gratuità, è condivisibile, anche se è ragionevole che i servizi offerti possano essere a pagamento.
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D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Se vogliamo attenuare la cultura feticista che spesso si associa all’archeologia dobbiamo dare sempre più spazio alla virtualità nei musei.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. La formazione accademica e la rigidità delle strutture di appartenenza degli archeologi attuali è spesso inadatta alla comunicazione che invece dovrebbe essere una preoccupazione primaria. Ad esempio, il valore del sottosuolo come archivio storico non è stato trasmesso né al pubblico né al mondo dell’informazione.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. In questi ultimi anni alcuni professionisti – penso, per esempio, a Sabatino Moscati o a Valerio Massimo Manfredi – hanno saputo affiancare mirabilmente il lavoro dei giornalisti specializzati come gli Angela.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. In generale sì. Abbiamo ottime riviste in questo campo.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Affidare i beni culturali ai privati, cioè al profitto, è inaccettabile. Si deve invece lavorare affinché organismi privati e privati cooperino alla gestione perché potrebbero dare una forza in più.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Ronchey era un ottimo ministro, ma la legge che prende da lui il nome è riuscita male.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. I fondi non sono affatto sufficienti.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Le due cose non devono essere messe in alternativa: sono entrambe necessarie.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Certamente.

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