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Intervista al professor Maurizio Forte

L’archeologo Maurizio Forte è Professore ordinario di World Heritage presso l’University of California, Merced. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laurea in Storia Antica all’Università di Bologna, Diploma di Specializzazione in Archeologia, Dottorato di Ricerca in Archeologia (Etruscologia)

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho iniziato a scavare nel 1981 come libero professionista, poi con altri colleghi ho fondato nel 1986 una delle prime Cooperative archeologiche italiane, Archeosistemi, in cui ho lavorato per circa 15 anni.
Ho poi collaborato con il CINECA, Centro di Supercalcolo dell’Università di Bologna per quasi dieci anni. Nel 1998 ho vinto il concorso da Primo Ricercatore al CNR-ITABC, Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali di Roma. Infine nel 2008 il concorso da Professore Ordinario all’Università della California, Merced.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Dirigo il programma di World Heritage all’University of California ed il Virtual (World) Heritage Lab che ho fondato nel 2008 in California. In particolare mi occupo di world heritage, digital heritage, archeologia digitale, cyber-archaeology.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università della California, Merced (tenure position). Ho un incarico anche all’ Università di Lugano e in altre istituzioni di ricerca.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Difficile dirlo (e forse non spetta a me), in linea generale il più importante per me e’ sempre l’ultimo a cui sto lavorando. Attualmente dirigo il progetto “3D Digging at Catalhuyuk” in Turchia che prevede la simulazione virtuale di tutto il processo di scavo attraverso l’integrazione di tecnologie 3D sul campo e poi in laboratorio. Da questo stiamo poi cercando di realizzare una rete di laboratori teleimmersivi per l’archeologia in California, dove diversi archeologi possono collaborare nello stesso spazio virtuale.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. L’organizzazione di due mostre archeologiche, una a Berkeley ed una a Stanford. Sto anche preparando la prossima missione archeologica a Catalhuyuk (in Turchia) ed altri tre nuovi progetti internazionali.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Nel mio caso lavoro all’estero ed ho cmq sempre avuto molte collaborazioni internazionali, soprattutto negli USA. Attualmente ho progetti di ricerca in Cina, Turchia, Honduras, Belize.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Quello che sto facendo, l’invenzione quotidiana del mio mestiere.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. In questo periodo credo che l’intero paese stia soffrendo molto per la scarsa attenzione per la ricerca e l’insegnamento nel settore pubblico, per le scarse risorse nell’ambito dei beni culturali. Quello che mi preoccupa di più e’la scarsa attenzione sociale alla missione culturale dell’archeologia italiana. Ma e’ sbagliato credere che sia semplicemente una situazione di emergenza; purtroppo e’ l’effetto di politiche fallimentari nel lungo corso. Se non si fanno adeguati investimenti quando il budget ci sarebbe, non si può recriminare troppo quando non ci sono fondi. In ogni caso la politica di successo in altri paesi insegna che bisogna comunque investire strategicamente sempre (e non con fondi a pioggia)
Abbiamo grandi archeologi, ma strutture molto povere, poca innovazione e troppa burocrazia, scarsa interdisciplinarietà e poca innovazione nel management. Diverse istituzioni poi parlano lingue diverse e non si capiscono. L’archeologia soffre di lacune infrastrutturali, non ultimo lo scarso riconoscimento della professione al di fuori dell’ambito accademico.

D. Quali sono le emergenze che andrebbero risolte?
R. Burocrazia, svecchiamento delle strutture e della classe dirigente, riforma degli statuti professionali, innovazione tecnologica.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Tante credo. Fra queste: paesaggi, siti, musei del territorio e delle città. Metterei poi in testa a tutto la valorizzazione delle stratificazioni urbane, uniche al mondo nella loro peculiarità.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La capacità innovativa, gli investimenti, le nuove metodologie di ricerca e una grande flessibilità nella voglia di cambiamento.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. La grande tradizione umanistica che rimane unica al mondo, la memoria del passato.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. La società nel suo complesso, la creazione di nuove Fondazioni, organizzazioni non-profit, soprattutto nuove e più avanzati percorsi formativi. Anche se vivo e lavoro all’estero continuo a collaborare con il CNR, l’Università di Siena e Grosseto per la creazioni di nuovi Master in Italia. Spero che questa nuova offerta formativa e di ricerca produca frutti a lungo termine. Si deve poi fare di più per il riconoscimento professionale, al di fuori delle sedi istituzionali. Questo rappresenta ancora un grosso gap con le situazioni in altri paesi.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Certamente si e soprattutto evitando regimi di monopolio; siamo arrivati all’assurdo di dover aspettare il passaggio a miglior vita di alcuni studiosi per poter accedere ai loro archivi di scavo e mettere mano alle pubblicazioni. Anche la consultazione di pregresse documentazioni di scavo e’ un serio problema a cui non sempre le Soprintendenze non adempiono correttamente. Aggiungo che in piena era digitale, si dovrebbero usare sistematicamente nuove forme digitali di pubblicazione, dal Web, alle reti virtuali ai modelli tridimensionali. Non si può solo aspettare l’uscita del volume monografico di spessore enciclopedico. Abbiamo ora enormi potenzialità di lavoro nel digitale e nel virtuale che non sono sfruttate appieno. Il “volumen” non basta, dobbiamo lavorare su nuovi modelli di conoscenza condivisa.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Se la domanda si riferisce ai musei archeologici, direi che la maggior parte sarebbero completamente da ripensare, sono un pessimo esempio di comunicazione e una pura vetrina tassonomica. I musei archeologici dovrebbero simulare le potenzialità comunicative dei musei scientifici che ad oggi sono i piu’ visitati al mondo a livello internazionale.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. I numeri sono importanti ma non sono tutto, i costi di gestione di un museo vanno ben oltre il numero di visitatori. Ovviamente i numeri contano per l’attivita’ sociale ed educativa che il museo svolge. Per ottenere questo bisogna costruire reti di comunicazione integrata, creare eventi, attivare processi di fidelizzazione del visitatore, soprattutto farlo tornare, rendendo l’esperienza interattiva e facilmente trasmissibile. Una buona narrazione viene sempre riportata.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La realtà museale va contestualizzata, non si può generalizzare. Negli USA ad esempio molti musei sono gratuiti ma alcuni servizi aggiuntivi a pagamento. In generale e’ giusto pagare ma si devono offrire adeguati servizi al visitatore. Un museo gratis ma spento e non comunicativo non produce alcun effetto di comunicazione.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Senza dubbio ed e’ stato dimostrato in diverse occasioni, del resto e’ anche parte del mio lavoro. Purtroppo ci sono però ancora diverse restrizioni determinate dalla sostenibilità dei costi, dai formati, dall’aggiornamento tecnologico e dall’impatto dei visitatori. Detto questo, ci sono grandi potenzialità tutte da esplorare che hanno il potenziale di incrementare la conoscenza e la percezione. Va detto comunque che un progetto di realtà virtuale o di “virtual heritage” deve essere sempre e comunque supportato da un progetto di comunicazione integrata. La tecnologia non sviluppa di per se’ conoscenza e senza conoscenza non ci può essere comunicazione.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Assolutamente indispensabile. L’informazione e’ il giustificativo sociale dell’attività archeologica; senza informazione non esiste conoscenza

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Purtroppo no, i casi eccellenti si contano sulle dita di una mano e non sono certo aiutati dalla forte discriminazione di una buona parte mondo accademico nei confronti dei processi comunicativi.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Purtroppo non leggo riviste italiane di quest’area tematica da molto tempo. In generale direi che ci sono pochi casi di successo, se parliamo di divulgazione seria, ma Internet sta offrendo nuovi panorami interessanti. Ho molta fiducia nei nuovi formati di comunicazione elettronica e diverse idee che mi piacerebbe condividere con editori coraggiosi.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Ci sono e ci sono stati casi positivi e negativi, non si può generalizzare. L’affidamento di un bene prevede grandi capacità di management: ci sono beni pubblici gestiti malissimo (e viceversa), ma spesso questo passa sotto la falsa giustificazione della mancanza di fondi. Il problema e’ di avere qualità e capacità, non di vedere pubblico e privato come angeli e diavoli.
Il vero problema e’ che gli interlocutori privati sono pochi e sempre i soliti. Ci sono comunque diversi casi anche di gestione ibrida che possono dare risultati molto interessanti. Penso che vadano sempre premiate le buone idee che danno risultati, sappiamo bene che la gestione completamente pubblica allo stato attuale non e’ sostenibile. Sarebbe bello vedere all’opera grandi sinergie pubblico-private finalizzate a grandi sfide culturali, ma per questo temo dovremo attendere nuove e piu’ coraggiose figure di manager pubblici.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Se non sbaglio e’ stata assorbita nel nuovo codice dei beni culturali. Ottima iniziativa, ma e’ sempre stata applicata in modo molto discrezionale; difficilmente applicabile poi al dominio digitale. Oggi il tema del copyright – copyleft digitale apre scenari completamente diversi.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Sarebbe facile dire di no…Vorrei invece dire che si spende male, con scarse capacità di management. Centralizzazione, burocrazia, scarsa flessibilità, poca attenzione agli obiettivi, nessuna meritocrazia. Mi pare però che ora siamo ben oltre la soglia dell’emergenza, purtroppo.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Scavare meno e meglio, almeno per quanta riguarda l’attività di ricerca, mentre lo scavo di emergenza ovviamente non si può facilmente programmare e controllare. Un male endemico di una certa archeologia e’ di essere “scavocentrica”, vedendo lo scavo come attività autoreferenziale (e spesso individuale) e non come uno dei tanti strumenti di conoscenza. Negli ultimi 20 anni abbiamo dimostrato come l’archeologia preventiva, il monitoraggio, le tecniche diagnostiche hanno dato risultati spettacolari, talora di gran lunga superiori all’interpretazione dello scavo stratigrafico. Non si può scavare se non si sa che cosa fare quando si abbandona il sito, non si può scavare e basta.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Assolutamente si e con la massima urgenza. In Italia sono quasi inesistenti, nonostante la ricchezza del patrimonio culturale ed archeologico. Una defiscalizzazione seria e sistematica darebbe grandi risultati.

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