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Intervista al Professor Sauro Gelichi, docente di Archeologia Medievale

L’archeologo Sauro Gelichi è Professore ordinario di Archeologia Medievale presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Lo abbiamo intervistato per voi. 

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laurea in archeologia presso l’Università di Pisa nel 1977. Scuola di Specializzazione in Archeologia Università di Pisa.

D. E il suo percorso professionale?
R. Dal 1981 al 1992 sono stato funzionario archeologo medievista presso la Soprintendenza Archeologica dell’Emilia-Romagna. Dal 1992 al 1997 sono stato professore associato in archeologia medievale presso l’Università di Pisa. Dal 1997 insegno archeologia medievale e Metodologie della Ricerca Archeologica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Ho vari progetti che hanno come obbiettivo lo studio dell’insediamento urbano e rurale nell’alto-medioevo in Italia settentrionale. Un primo progetto riguarda una grande abbazia (quella di Nonantola – Modena), analizzata nella sua evoluzione e nei suoi rapporti con il territorio. Un secondo progetto affronta le dinamiche del popolamento tra tarda antichità ed epoca moderna nell’alta Valle del Tagliamento (Carnia, Friuli). Un terzo progetto, infine, riguarda le città: quelle di antica fondazione sopravvissute, per capirne i processi di trasformazione (come nel caso degli scavi sul Colle Garampo a Cesena), e quelle nuove (come Venezia o Comacchio), per analizzare e tentare di comprendere le motivazioni che stanno alla base della loro fortuna. Quest’ultimo progetto, che in realtà interessa un’area piuttosto vasta (dalle foci del Po all’Istria), intercetta anche un altro tema storicamente molto significativo, quello cioè della natura e dei caratteri dell’economia alto-medievale nell’Italia del nord. Al momento è stato possibile aprire due cantieri di scavo nella laguna veneziana (uno in quella nord, sull’isoletta di San Lorenzo di Ammiana, un altro in quella sud, nel sito dove sorgeva il monastero di Sant’Ilario). Ma sono state soprattutto le ricerche a Comacchio (FE), con gli scavi presso la Cattedrale e a Villaggio San Francesco, a consentirci di dare maggiore spessore qualitativo ai nostri risultati su queste tematiche.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Università.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Non saprei. Sta a noi dare significato e ruolo alle cose che facciamo, e dunque qualsiasi progetto è importante se siamo capaci di renderlo tale. Lascio comunque agli altri il compito di valutare la qualità delle cose che ho fatto.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Non ci sono, a breve, nuovi progetti; quelli che abbiamo in cantiere, almeno per ora, sono più che sufficienti per tenerci impegnati.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Sì; dal 2004 lavoro con un progetto di ricerca archeologica nella città abbandonata di Stari Bar, nella piccola Repubblica del Montenegro. Nel passato ho lavorato anche in Tunisia, in Siria e in Turchia.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Un’archeologia migliore in un Paese migliore (mi riferisco al nostro, naturalmente)

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Leggendo la risposta alla domanda precedente, credo si capisca.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. La creazione di una comunità scientifica che possa davvero definirsi tale, che rappresenti la molteplicità delle anime che qualificano l’archeologia moderna e, soprattutto, che eserciti un ruolo attivo e autorevole negli indirizzi di scelta culturale che riguardano la formazione, la ricerca e la tutela. La possibilità di poter esercitare la nostra attività di ricerca liberamente. La capacità di guardare al patrimonio archeologico come una risorsa per la collettività (il nostro è un servizio) e non come un bene da custodire gelosamente.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Dire la ricchezza del nostro patrimonio è una banalità, anche se in parte ciò corrisponde al vero e soprattutto corrisponde al vero la nostra incapacità di utilizzarlo al meglio. Poi le nostre competenze, soprattutto nel versante del restauro (abbiamo una grande tradizione che va preservata e valorizzata). Infine la capacità di guardare con profondità storica e rigore filologico al passato che, quando non predominante, può essere visto come un tratto positivo che ci distingue da molte altre tradizioni e scuole archeologiche europee.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. L’estero è un termine generico. Ci sono dei Paesi dai quali non è il caso di imparare nulla (anche se noi non abbiamo molto da insegnare). Ci sono dei Paesi, invece, dove la nostra professione è sentita come un servizio e nei quali si produce uno sforzo maggiore verso quella che viene chiamata la disseminazione, cioè la creazione di luoghi e strumenti che permettano una migliore fruizione collettiva del nostro lavoro. Sono questi i Paesi, poi, dove i progetti archeologici non rappresentano ‘salti nel vuoto’ ma hanno un inizio ed una fine (e un costo preciso); dove esiste una competizione aperta che valuta e premia le qualità; e dove i progetti, quelli buoni, alla fine producono sempre luoghi di eccellenza. Ecco, se noi ripensassimo la nostra professione sulla base di questi principi, produrremmo sicuramente un’archeologia migliore, anche con le stesse risorse (poche) che la collettività ci mette a disposizione.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Direi non molto e, anche in questo caso, dipende a chi. Tuttavia, anche se un po’ in controtendenza, penso che recuperare (o preservare) il versante migliore della nostra formazione storica (e anche della nostra ‘erudizione’) può tornare utile, soprattutto in un momento nel quale un investimento eccessivo nella tecnologia (che però è indispensabile) rischia di orientare energie ed intelligenze in un’unica direzione.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Tutti dovrebbero dare di più, e non solo in termini economici. Ma questo è difficile, soprattutto se non si creano i presupposti perché il patrimonio archeologico venga percepito dalla collettività come un valore e dunque un bene su cui investire. Ma i primi a dover dare di più dovrebbero essere gli archeologi stessi, che in genere interpretano la loro professione come un fatto privato di cui rendere conto solo ad una ristretta cerchia di persone.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Ovvio. Quando si usano risorse pubbliche (e uno scavo viene quasi sempre, direttamente o indirettamente, finanziato dalla collettività) si hanno degli obblighi, il primo dei quali è quello di rendere conto del nostro operato. Restituire alla collettività, in tempi relativamente brevi, i risultati di questo operato è naturale. Dirò di più. Trattandosi di fonti (e l’edizione di uno scavo è in primo luogo una fonte) dovrebbe essere sempre e comunque garantito l’accesso pubblico alla documentazione.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Ci sono, è ovvio, degli eccellenti Musei, che conservano oggetti unici e straordinari, e che vale la pena di visitare proprio perchè espongono quegli oggetti. Ma la stragrande maggioranza dei nostri Musei sono vecchi e noiosi, e dunque certamente da ripensare e ri-pianificare. Molti Musei archeologici sembrano fatti più per compiacere l’erudizione di chi li progetta ed allestisce, che non per raccontare ‘storie’, illustrare il passato, renderlo facile senza banalizzarlo. Quando si capirà che un Museo non è solo un contenitore passivo di oggetti, ma un luogo di comunicazione, uno spazio interattivo, avremo sicuramente fatto dei passi avanti nella giusta direzione.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Andando nella direzione che indicavo in precedenza, creando cioè non contenitori con didascalie, ma luoghi di eccellenza, nei quali si stimola la curiosità e l’intelligenza delle persone, avvicinandole al passato in modo da renderlo piacevole e comprensibile. Puntare solo sul fascino dell’aura che gli oggetti antichi indubbiamente hanno, oppure sul mistero che deriva dal fatto di sentirli estranei (e dunque altro da noi), accende solo sensazioni, ma non aiuta a riflettere e pensare nè a conoscere in maniera corretta il nostro passato.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Continuo a pensare che la società debba farsi carico di conoscere e preservare la propria cultura. Per fare questo è necessario disporre di risorse adeguate e tra i modi per ottenerle c’è anche quello di pagare l’entrata nei Musei. Non ci trovo niente di scandaloso, a condizione però che queste risorse vengano ben spese. Credo che anche i cittadini lo troverebbero normale, se alla fine della visita di un museo ne uscissero con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza formativa, e al contempo gradevole.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Tutti i mezzi, e a maggior ragione quelli che la tecnologia ci mette oggi a disposizione, sono utili per comunicare. La misura delle cose si valuta in rapporto alla loro efficacia e indubbiamente la “realtà virtuale” si dimostra, sempre di più, come un mezzo particolarmente efficace. L’importante è che i contenuti che tali strumenti veicolano siano opportunamente controllati.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Informare è fondamentale, una sorta di imperativo etico; e credo di averne spiegato in precedenza i motivi.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Con rare e ovvie eccezioni, direi proprio di no. E questo è il motivo per cui, in genere, i cittadini sanno poco del nostro mestiere e, per quel poco che conoscono, ne hanno una visione distorta. Se imparassimo ad aprire i cantieri di scavo, a renderli visitabili e a spiegarli (dunque a cominciare la divulgazione già nel momento in cui si opera sul campo), aiuteremmo a diminuire la distanza che ci separa dalle gente.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Dipende a quali riviste ci si riferisce. Se si intendono le poche riviste italiane di divulgazione espressamente dedicate all’archeologia, direi che lo fanno, spesso anche bene, ma l’idea che prevalentemente veicolano è quella di un’archeologia molto tradizionale, legata al ‘sensazionalismo’ delle scoperte o alla centralità di determinate culture e società del passato rispetto ad altre. Se ci si riferisce, invece, alle riviste non specializzate (o ai quotidiani), l’archeologia è quasi sempre assente, oppure (specie nei quotidiani) raccontata in maniera molto romanzata. Gli archeologi spesso non si sottraggono al gioco, ma tutto ciò non rende certamente un buon servizio alla nostra professione.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Se per affidamento si intende gestione, e se la gestione è virtuosa (produce cioè un utile per i privati, ma anche un buon servizio per i cittadini) non credo sia da demonizzare. Ci sono esempi molti positivi, specie nel nord Europa, da cui imparare. Naturalmente lo Stato, cioè la collettività, deve svolgere un severo ed attento esercizio di controllo.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Ovviamente non sono sufficienti, ma dirlo troppo spesso (e ovunque) rischia che diventi un alibi per non usare al meglio quelli che si hanno.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. La risposta non è facile e dipende molto dagli obbiettivi che ci poniamo. Per la ricerca, lavorare sui materiali nei magazzini può essere dispendioso e poco proficuo, perchè la stragrande maggioranza di questi materiali ha perso qualsiasi relazione di contestualità: si rischia cioè di dover spendere molto tempo per ottenere risultati modesti. Da questo punto di vista, la qualità delle informazioni che possono ricavare da nuovi scavi è infinitamente superiore. Ma anche scavare molto, e soprattutto senza progettualità, è un esercizio sterile e può rivelarsi dannoso.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Penso proprio di sì.

1 Commento su Intervista al Professor Sauro Gelichi, docente di Archeologia Medievale

  1. A Comacchio qualcuno ha intascato un sacco di soldi con risultati molto modesti,tralasciando zone ben più ricche di materiale archeologico da “sacrificare” ai “cementisti”.
    Ora grazie a questi personaggi che io definisco”Rommel” dell’archeologia tutto và in malora e mi viene in mente un famoso detto di Totò che dice:
    Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdiamoci o passato che mai più ritornerà
    InformateVi in che stato è il patrimonio Archeologico di Comacchio, non mi darete torto, basta pensare che la nave romana ritrovata da mè è in restauro da 27 anni!

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