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Intervista al ricercatore del CNR Bruno Fabbri

Bruno Fabbri è laureato in Scienze Geologiche e opera come ricercatore presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici del CNR. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Ottenuto il diploma di perito elettrotecnico, mi sono iscritto al Corso di Laurea in Scienze Geologiche dell’Università di Bologna, conseguendo la laurea nel 1971.

D. E il suo percorso professionale?
R. L’intera carriera lavorativa si è svolta alle dipendenze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dapprima come tecnico, dal 01-07-1962 al 16-12 1975 presso il Gruppo di Ricerca per i Problemi Geologici della Regione Alpino-Padana, con sede nell’Istituto di Mineralogia dell’Università di Bologna, e poi come ricercatore nella sede suddetta fino al 31-12-1976 e dal 01-01-1977 presso l’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici con sede a Faenza.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. L’attività attuale è totalmente concentrata sullo studio e la conservazione dei materiali ceramici e, più in generale, dei materiali lapidei naturali ed artificiali nell’ambito dei beni culturali, con l’applicazione delle metodologie scientifiche di analisi chimica, fisica e micro-strutturale dei materiali antichi con due scopi principali: archeometria e conservazione.
Nel caso della ceramica e di altri manufatti, ad esempio i mosaici, l’archeometria ha lo scopo di definire la tecnologia di lavorazione dei manufatti, e di scoprirne la provenienza, cioè il luogo in cui essi furono prodotti. A riprova delle conclusioni archeometriche, spesso si utilizza l’archeologia sperimentale, con la realizzazione di manufatti utilizzando esclusivamente le tecniche antiche delle quali si è supposto l’impiego per i manufatti in esame.
Nel campo della conservazione, invece, gli scopi della ricerca sono l’individuazione delle cause di degrado e la definizione delle metodologie di intervento per la loro eliminazione.
Per fare alcuni esempi concreti, fra gli studi archeometrici posso citare le indagini in corso sulle stufe in ceramica di produzione trentina fra XVI e XIX secolo. Le analisi applicate sono in parte non invasive ed in parte distruttive: le prime vengono realizzate direttamente sulle stufe esposte in museo, mentre le seconde sono effettuate in laboratorio su frammenti conservati nei depositi. Il progetto ha finora consentito di stabilire come fare per distinguere le stufe in maiolica da quelle in ceramica ingobbiata e invetriata. E’ prevista una dimostrazione pratica, probabilmente al Museo di Trento. Un altro studio è quello della valorizzazione e recupero alla fruzione pubblica della “Tana del Lupo” ad Angera, sul lago Maggiore, un’area rituale romana di notevole interesse per il suo contesto archeologico, fra cui risaltano soprattutto le pitture parietali. Si tratta di segni puntiformi di colore rosso, di tracce di pittura ‘liquida’ di colore rosso e di tracce di colore nero. Le analisi sono volte alla determinazione dei tipi di colori e delle eventuali “ricette” utilizzate, nonché alla valutazione dello stato di conservazione e all’individuazione dei problemi da affrontare e risolvere nel corso del successivo intervento di restauro.
Fra gli studi su nuovi materiali e tecnologie di intervento di restauro citerò, invece, le ricerche sui geopolimeri, che sono materiali silicatici dotati di capacità adesive e che induriscono relativamente in fretta, a temperature molto basse (< 100°C). Date queste caratteristiche, essi sembrano promettenti nel campo del restauro. Un altro tipo di studio è quello della possibilità di applicazione di strati nanometrici di materiali fotocatalitici sulla superficie dei beni culturali, senza modificarne le caratteristiche estetiche originali, per proteggerli dall’insediamento di colonie di microrganismi vegetali che sono generalmente causa di degrado chimico e fisico. Infine, nel caso dello studio della ceramica parietale islamica, in particolare iraniana, gli studi sono invece volti alla comprensione di un fenomeno di decolorazione dei manufatti blu, fenomeno che sembra dovuto all’utilizzazione di un colorante diverso dal comune cobalto.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Il problema principale della ricerca, oggi, sta nella scarsità di finanziamenti pubblici, con conseguenze gravi sul ricambio del personale e sulla professionalità del personale stesso. I finanziamenti messi a disposizione dal Governo non sono sufficienti neppure per coprire i costi ‘a uomo fermo’ (riscaldamento, telefono, pulizie, ecc.), cioè senza fare alcun tipo di attività di ricerca. Queste attività diventano possibili solo se vengono reperiti finanziamenti esterni all’ente, la cui ricerca diventa una priorità della nostra attività e copre una buona parte del nostro tempo, spesso senza risultato. Purtroppo, nel settore dei beni culturali l’industria è ancora poco presente e molto frammentata, per cui gli introiti principali vengono reperiti dai fondi comunitari e, in misura minore, dagli enti locali. In questa situazione, si capisce come gli enti o le istituzioni per cui si lavora possono essere quanto mai diversi, anche se spesso si tratta di attività (conto terzi) che poco hanno a che fare con la ricerca, ma che vengono comunque affrontate per garantire la sopravvivenza del sistema. Naturalmente, i fondi esterni vengono poi utilizzati, almeno in parte, per attività di ricerca vera e propria, come quelle precedentemente illustrate, in collaborazione soprattutto con Università, Soprintendenze e Musei.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Dopo tanti anni di attività su moltissimi progetti, la scelta di quello più importante è un’operazione difficile, per cui ne indicherò due, limitandomi agli anni più recenti. Il progetto certamente più accattivante è quello della realizzazione di un parco storico-archeologico urbano nell’area del Gran Palazzo Imperiale, nell’arcinoto quartiere di Sultanhamet a Istanbul. Pur essendo iniziato molti anni addietro, il progetto è ancora ben lontano dalla sua conclusione, soprattutto per quanto riguarda le fasi finali di restauro, valorizzazione e fruizione. Ma l’istituto faentino ha partecipato alle fasi iniziali di studio dei materiali da costruzione (pietre naturali, laterizi e malte) utilizzati nei vari monumenti costituenti il complesso del Gran Palazzo, e di cui restano tracce materiali importanti ma spesso scollegate fra loro. Lo studio è stato sostanzialmente concluso, ma la partecipazione dell’ISTEC continuerà in un’attività di supporto alle fasi successive, soprattutto quella di restauro, avendo messo in evidenza le principali cause di degrado.
L’altro progetto che vorrei citare è quello denominato SEE PAST. Si tratta di un progetto finanziato in gran parte dalla Comunità Europea, e gestito in prima persona dall’istituto di Faenza, con la collaborazione di istituzioni slovene e rumene, ed è terminato nel 2007. Il progetto riguardava lo studio della diffusione della ceramica durante il Neolitico, con l’utilizzazione di tecniche di laboratorio (archeometria) per l’analisi dei reperti ceramici da siti neolitici italiani, sloveni e rumeni. Lo stesso progetto aveva poi lo scopo di diffondere la cultura scientifica presso il grande pubblico, con l’organizzazione di manifestazioni di vario tipo, quali una dimostrazione di archeologia sperimentale presso una scuola elementare, mostre per il grande pubblico realizzate in modo da evidenziare gli aspetti innovativi nello studio dei materiali archeologici, una serie di conferenze per un pubblico più coinvolto professionalmente nel tema generale del progetto.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Il prossimo impegno lavorativo di grande rilevanza riguarda la ripresa e la conclusione di un corso professionalizzante per restauratori ed esperti scientifici in Siria, in collaborazione con il Museo Archeologico di Damasco. Dopo un ciclo di lezioni teoriche, svolte fra Giugno e Ottobre dell’anno scorso, nel prossimo mese di Aprile inizierà la parte pratica, che terminerà nel prossimo mese di Luglio, durante la quale i quasi quaranta partecipanti al corso saranno divisi in gruppi individuati sulla base del tipo di materiale da restaurare. Essi riceveranno così tutte le direttive per poter operare sui manufatti in modo innovativo. In particolare essi saranno educati a tenere sempre ben presente come lo studio preventivo delle cause di degrado sia fondamentale per ottimizzare la metodologia di intervento. Per questo motivo un gruppo si specializzerà nell’esecuzione e interpretazione delle principali analisi di laboratorio, invasive e non invasive. Per la realizzazione di tutto questo, l’ISTEC si avvarrà anche della collaborazione di professionisti esterni italiani.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Si, io e i miei collaboratori abbiamo molte collaborazioni con l’estero. Alcune di esse sono già state citate indirettamente nelle risposte precedenti: l’Università di Isfahan (Iran) per lo studio della ceramica islamica di rivestimento parietale, Musei e Università di Istanbul (Turchia) per il progetto di parco storico-archeologico, l’Università di Alba Julia in Romania e l’Institute for Mediterranean Heritage di Koper (Slovenia) nell’ambito del progetto SEE PAST. Bisogna poi aggiungere la collaborazione con l’Università di Amsterdam (Olanda) per lo studio di reperti di maiolica, finalizzato alla ricostruzione delle vie commerciali di questo prodotto fra XVI e XVIII secolo, e l’Università di Tunisi (Tunisia) con la quale si sta cercando di organizzare anche un ‘festival della ceramica’. Esistono poi collaborazioni di altro tipo, come quelle con le case editrici di alcune riviste specializzate del settore, o nell’ambito di commissioni europee per la standardizzazione di tecniche di analisi e metodiche di intervento nel settore di beni culturali.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Quando mi dilettavo nelle immersioni subacquee assistite da bombole di aria, mi era venuto un grande interesse per i siti archeologici subacquei, e poi l’idea che sarebbe stato opportuno favorire la fruizione di questi siti conservandoli e valorizzandoli laddove si trovano. Ritengo, infatti, che il recupero dei materiali archeologici subacquei costituisca una grave perdita di valore per i materiali stessi, riducendo sensibilmente il loro valore di testimoni dei sistemi di navigazione, delle attività e delle rotte commerciali del passato. Questa idea si sta pian piano radicando nella mentalità degli addetti ai lavori, ma non è ancora sufficientemente diffusa per permettere la realizzazione di un progetto di conservazione, valorizzazione e fruizione di siti archeologici subacquei, che costituisce appunto il mio sogno nel cassetto.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Non essendo io un archeologo, è probabile che la mia risposta a questa domanda, così come a quelle successive, risulti incompleta e parzialmente priva di fondamento. Tuttavia, credo si possa dire che siamo in una fase di transizione fra una fase di studi archeologici condotti secondo metodologie ben definite, ma che non hanno più possibilità di evolversi, ed una fase in cui i nuovi sistemi di indagine, dalla prospezione archeologica all’analisi chimico-fisica dei materiali, entreranno di diritto a far parte di un bagaglio culturale diffuso.
Inoltre, lo stato attuale dell’archeologia italiana mostra una situazione estremamente dispersiva, con scarsa presenza di progetti di ampio respiro e a lunga scadenza. Infine, si sente fortemente la carenza di un metodo di divulgazione che vada oltre i confini degli addetti ai lavori, come la curiosità delle persone comuni vorrebbe. Manca evidentemente un disegno generale che gli enti preposti non riescono a concepire, anche per la mancanza di interesse da parte della politica.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. 1) La dispersione delle competenze e delle responsabilità; 2) La mancanza di un progetto didattico organico complessivo; 3) La mancanza di una passione diffusa per l’archeologia .

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. 1) La cultura archeologica; 2) Le competenze professionali; 3) Le sinergie fra differenti specializzazioni.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La mia impressione è che non siano molti i paesi in cui la cultura archeologica e diffusa e l’archeologia valorizzata e tanto meno fruita come meriterebbe. Tuttavia dovremmo imparare a fare progetti finalizzati all’avanzamento della scienza archeologica, ma anche alla diffusione della cultura archeologica favorendo la fruizione dei beni archeologici.
Gli obbiettivi dei progetti devono essere chiari, ben definiti, perseguiti con costanza e con i mezzi necessari ad ottenere risultati concreti.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Noi potremmo insegnare soprattutto la professione dell’archeologo, specialmente se riusciremo a inserire stabilmente nella disciplina archeologica tutte le potenzialità che abbiamo disperse in tanti enti ed istituzioni sul territorio nazionale. Noi potremmo insegnare quale eredità culturale ci hanno portato in dono le conoscenze archeologiche, anche attraverso la loro rappresentanza materiale.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Tutti gli addetti ai lavori dovrebbero dare di più, ma soprattutto darlo in modo sinergico, cosicché si abbia la nascita di un nuovo e più fruttuoso modo di operare in questa branca della scienza. Non si deve più pensare all’archeologia come una scienza ‘umanistica’, ma ad una scienza in cui i concetti umanistici si intrecciano fortemente e stabilmente con i criteri scientifici, trasformando l’attuale archeologia in una scienza in senso stretto.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Non credo che il tempo costituisca un aspetto importante se si lavora con progetti ben definiti, che prevedano tappe e risultati intermedi, di facile diffusione sia fra gli specialisti che fra il grande pubblico. Credo invece che ci sia un problema nelle modalità di pubblicazione, perché i rapporti di scavo risultano sempre poco sintetici e quindi poco attraenti, specialmente per i non addetti ai lavori.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. I musei italiani sono troppi e troppo specialistici, e sono organizzati e gestiti in modo da non mostrare capacità di grande attrazione, per cui ciascuno di essi richiama soprattutto gli addetti ai lavori. Evidentemente si tratta di una situazione che finisce per incidere eccessivamente sui costi, anche quelli a carico dei visitatori, e che limita l’efficienza e la fruibilità dei musei stessi: una situazione che alla fine non consente neppure la loro sopravvivenza.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. 1) Riducendo il numero dei musei, rendendoli meno specialistici; 2) Facendo organizzare ai musei delle manifestazioni di interesse culturale più generale, rispetto alle loro specializzazione; 3) Rendendo i musei dei centri di attrazione e di aggregazione, e non solo per gli specialisti; 4) Incrementando il livello di informazione sulla natura dei musei e sulle loro capacità; 5) Introducendo il concetto della interattività fra musei e visitatori, sia attraverso l’informatica che tramite esperienze di archeologia sperimentale.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Mi pare che sarebbe rischioso stabilire un unico modello, uguale per tutti. E’ probabile che ciascun tipo di museo viva una sua situazione specifica, che lo indica più idoneo per un modello o per un altro. In definitiva si tratta di valutare caso per caso.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Assolutamente si. La realtà virtuale è utile nella misura in cui riesce a comunicare quello che i manufatti esposti non possono fare. I manufatti sono solo parte di un insieme più grande e nella maggior parte dei casi si tratta di manufatti costituiti da materiali artificiali, come la ceramica, il vetro, i metalli, ecc., ottenuti per trasformazione di materiali naturali. La realtà virtuale dovrebbe servire soprattutto per dare conto delle difficoltà tecnologiche e del valore culturale di queste trasformazioni. La possibilità di osservare un pezzo in tutte le direzioni, perché la scienza informatica ci permette di farlo ruotare su se stesso è una cosa interessante, ma non trasmette alcun ché di culturale nel visitatore, e difficilmente crea in lui una moltiplicazione di interesse. La possibilità di ‘vedere’ l’uomo all’opera nella creazione del materiale e del manufatto è una cosa ben più interessante che la realtà virtuale ci può dare, magari abbinandola a qualche tipo di archeologia sperimentale.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Come ho già avuto modo di accennare, mi sembra che il rapporto fra archeologia e informazione sia carente. Di solito le informazioni si limitano a casi eclatanti, non necessariamente quelli di più grande importanza. Si tratta, come spesso avviene nell’informazione in Italia, di una informazione ad effetto, fine a se stessa, che alla fine nulla aggiunge alla cultura archeologica diffusa. L’informazione si dovrebbe estendere ai ritrovamenti e agli studi di scarso effetto se presi a se stanti, ma che possono diventare di grande utilità una volta collegati fra loro allo scopo di ottenere una valorizzazione reciproca.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Dai pochi esempi di divulgazione esistenti direi che gli archeologi italiani sanno divulgare, ma, come dicevo sopra, manca alla loro divulgazione quel carattere di insieme che rende poco fruttuosa la loro azione.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Le riviste fanno buona divulgazione nel senso che rendono il più possibile attraente anche la notizia più irrilevante, ma si tratta di un modo classico di divulgazione, che forse arriva facilmente all’orecchio dello specialista, ma che rimane insignificante all’orecchio del grande pubblico. Al di là dell’apparenza, dunque, le riviste non fanno buona divulgazione archeologica, perché non sono in grado di presentare quadri di insieme e significati più complessi di quella che rimane spesso una semplice curiosità. Infine, le riviste non introducono efficacemente le innovazioni metodologiche: niente archeometria, poca conservazione, poca informazione tecnologica.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Sono favorevole solo se si mantiene un qualche tipo di controllo da parte dell’ente pubblico.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Si, ma non credo di essere sufficientemente informato sulla legge e sulle problematiche derivanti dalla sua applicazione.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Devo ripetere quanto indirettamente già detto in precedenza. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono insufficienti, così come quelli generalmente destinati alla ricerca. Nel caso dell’archeologia, in aggiunta, credo che quei pochi fondi a disposizione siano anche male investiti, andando a finanziare progetti per lo più di corto respiro e scollegati fra loro.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Credo che si debba continuare a scavare, ma indirizzando al meglio le attività di scavo e contemporaneamente sviluppando maggiormente lo studio e la valorizzazione di quello che è già stato recuperato con gli scavi precedenti. Gli scavi devono quindi continuare, ma credo sarebbe opportuno cominciare a recuperare soltanto che si ritiene veramente utile, limitandosi alla documentazione del resto. Tale documentazione dovrà servire nel caso in cui successivamente si ravvisi l’opportunità di nuovi recuperi. I musei hanno tutti i depositi pieni ed il materiale immagazzinato è spesso quantitativamente maggiore di quello studiato. Ciò avviene anche perché prevale l’idea che valga la pena di studiare soltanto i manufatti ‘belli’, e non quelli meno belli e più frammentari che però possono essere utili al raggiungimento di una conoscenza più completa.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Credo di si. Far si che le donazioni a favore della cultura siano fiscalmente vantaggiose sarebbe un modo per il reperimento di quei fondi che nella ricerca, specialmente nel settore della cultura, sono sempre lontani dalla sufficienza. Sarebbe quindi un modo per fare crescere culturalmente un paese che sembra averne tanto bisogno in questi anni che sotto questo aspetto appaiono sempre più bui.

1 Commento su Intervista al ricercatore del CNR Bruno Fabbri

  1. Complimenti all’intervistatrice ma soprattutto al Dott. Fabbri che ha esposto efficacemente le problematiche della ricerca. Come archeologo specializzato e sperimentatore sulle tecnologie antiche condivido pienamente le osservazioni e le critiche. In particolare ritengo che proprio un collegamento sinergico tra archeometria e archeologia sperimentale conduca a esiti scientifici completi e coinvolgenti anche dal punto di vista divulgativo, soprattutto nei confronti dei non addetti ai lavori.

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