Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Intervista al ricercatore Massimo Cultraro

L’archeologo Massimo Cultraro è Primo Ricercatore (Senior Resaercher) presso il CNR-IBAM (Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali) di Catania. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Laurea in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) 1989, Scuola di Specializzazione in Archeologia presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene (specializz. In Preistoria Egea) 1990-94, dottorato di Ricerca in Preistoria presso l’Università di Pisa (1995-98), Perfezionamento in Preistoria Egea presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene (1998).

D. E il suo percorso professionale?
R. Collaboratore della Scuola Archeologica Italiana di Atene (1994-1999), Assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Perugia (1999-2000), ricercatore CNR (2001), Primo Ricercatore CNR (2010).

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Ho due filoni di ricerca; il primo è nell’ambito della ricerca sull’età del Bronzo nell’area egeo-anatolica, con specifico riferimento a Creta e all’isola di Lemnos. Il secondo è nel settore della preistoria della Sicilia nel quadro delle relazioni con il Mediterraneo centrale e l’area egea nel corso del III-II millennio a.C.
Come ricercatore CNR mi occupo di strategie e modelli di comunicazione del Patrimonio Culturale, con riferimento alle più avanzate tecnologie del virtuale, modelli 3D e multimediali.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Consiglio Nazionale delle Ricerche; consulente del Ministro MIUR per la diffusione della cultura tecnologica e scientifica italiana (Commissione Tecnica Legge 6/2000).

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Negli anni 2007-2010 sono stato il direttore scientifico del progetto The Virtual Museum of Iraq, un’iniziativa scientifico-culturale promossa dal Ministero degli Affari Esteri (Task Force Iraq) e dal CNR volta alla ricostruzione multimediale e su web, con le più avanzate tecnologie informatiche, del Museo Archeologico di Baghdad, distrutto dal saccheggio del 2003. Il lavoro, completato nel 2010, è oggi online: www.virtualmuseumiraq.cnr.it.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Progetto internazionale, coordinato dal CNR, sulla ricostruzione e accesso su web del patrimonio archeologico e storico-artistico della Bosnia dopo le devastazioni della guerra del 1992.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Grecia, Ministero della Cultura; Ministero del Turismo e Patrimonio Culturale dell’Iraq; Università di Coimbra, Portogallo; Mykenische Kommission dell’Università di Vienna; Brown University, Providence (USA), dove sono visiting professor.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riprendere l’attività di esplorazione nell’abitato dell’età del Bronzo di Poliochni, nell’isola di Lemnos, che è stato uno degli fiori all’occhiello della ricerca italiana in Grecia negli anni 1930-1940. Si tratta di una città del III millennio a.C. in ottimo stato di conservazione e pluristratificata come Troia.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Il livello degli archeologi italiani è certamente più alto e di maggiore spessore rispetto a quello degli altri paesi europei. Tuttavia è l’archeologia, in quanto disciplina in continua evoluzione, che non trova spazio in Italia. Le cause vanno ricercate in certi errori commessi in passato nelle ultime riforme universitarie che hanno indebolito il settore delle Scienze Umane, creando inutili surrogati di corsi, quali quelli in Beni Culturali, che non riescono a mediare tra le discipline tradizionali in Archeologia e quelle dell’ambito fisico-chimico, fondamentali per la formazione dell’archeologo.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. La prima è la riforma del sistema di tutela e salvaguardia del patrimonio archeologico attraverso la creazione e potenziamento di una nuova rete di organi sul territorio, quali le Soprintendenze.
La seconda è la necessità di potenziare enti come l’Istituto Centrale del Restauro per meglio garantire la diagnostica e conservazione del nostro Patrimonio.
La terza è rendere meglio fruibile il nostro patrimonio attraverso l’adozione di strategie di comunicazione più immediate e accattivanti, in grado di catturare il grande pubblico e non solo gli specialisti.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Sono contrario alla parcellizzazione del patrimonio culturale su base territoriale e le esperienze dei grandi musei europei ci insegnano che il grande pubblico coglie meglio lo sviluppo delle civiltà antiche se queste stanno all’interno di un unico grande contenitore museale. Quindi, valorizzare i grandi musei, rendere meglio fruibili le aree archeologiche e fare ‘sistema’ tra le varie emergenze del patrimonio di grande interesse nazionale, finora viste come monadi isolate.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Nelle aule universitarie dove si insegna Archeologia maggiore spazio per i laboratori e la didattica, più cantieri di scavo per la formazione dei giovani archeologi, come in Spagna e nel mondo anglosassone.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. L’archeologia non è una scienza esatta, è solo un approccio di lettura e interpretazione del mondo antico. Per questa ragione il modo di insegnare l’archeologia, ancora saldamente ancorato allla nostra visione diacronica e contestualizzata dei processi culturali antichi, rimane la più valida, agendo come freno al carattere eccessivamente iper-specialistico della disciplina in ambito anglosassone (dove un archeologo studia per tutta la vita in modo maniacale solo una classe di manufatti di una determinata epoca e di un certo ambito culturale).

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Abbiamo necessità che si faccia un passo indietro sugli eccessi di statalismo della nostra macchina amministrativa e gestionale del Ministero dei Beni Culturali, per dare maggiore autonomia alle Soprintendenza, veri organi di controllo sul territorio. Attenzione a non cadere nell’insidiosa rete del decentramento regionale perché il modello di governance del Patrimonio Culturale può star bene alle Regioni, ma queste ultime devono preventivamente condividere un’idea di unione del Patrimonio Culturale come espressione dell’identità nazionale.
Sarebbe necessario che ci fosse un maggiore coinvolgimento dell’iniziativa privata.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Userei il modello greco: cinque anni di concessione dopo lo scavo, passati i quali lo scavatore perde il diritto.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Grandi contenitori, spesso vuoti o affollati di visitatori senza interesse. Esistono poi splendide realtà locali, come musei comunali, affidati in maniera irresponsabile a Comuni che non sono in grado di garantire il minimo della gestione.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Potenziare la rete web, fare sistema tra i vari musei (anche a livello macroregionale), maggiore potenziamento della Legge Ronchey per un coinvolgimento privato a livello di gestione e fruizione.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Preferisco il modello British Museum, che poi è anche quello greco dove i cittadini greci non pagano l’ingresso alle aree archeologiche perché pagano le tasse! L’introito delle biglietterie è in ogni caso modesto perchè in Italia ci sono molte categorie privilegiate e protette che non pagano biglietti.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Da operatore nel campo della Realtà Virtuale rispondo di si, perché è un modo per avvicinare il grande pubblico al Passato, spesso incomprensibile.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. In Italia è un disastro. Occorre potenziare la manualistica universitaria e, ad un livello più ampio, l’editoria rivolta al grande pubblico, usando un linguaggio rigorosamente scientifico ma di facile approccio.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Sono in rari casi abbiamo avuto grandi nomi dell’archeologia nazionale, come Massimo Pallottino o Sabatino Moscati, che hanno aperto la strada alla grande divulgazione del sapere archeologico. Nel complesso, non trovo grandi divulgatori soprattutto nel moderno settore accademico, dove si distingue solo Andrea Carandini, che ha il merito di rendere comprensibile al grande pubblico ciò che per secoli è stato appannaggio di pochi eletti.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Si, in Italia abbiamo importanti riviste come Archeo e Archeologia Viva che qualitativamente sono a livelli di più alti di altri periodici stranieri, spesso pieni di banalità.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Risposta positiva, vedi sopra.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Ottima legge, che andrebbe potenziata; vedi quanto detto sopra.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Per niente sufficienti, andrebbero ricercati altri fondi e risorse attraverso la partecipazione statale a grandi progetti internazionali. Lo Stato potrebbe anche contribuire attraverso incentivi ai privati con forme di defiscalizzazione, come accade all’Estero per il privato che contribuisce all’attività di scavo.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Assolutamente vero. Gli scavi dovrebbero, per qualche anno, ridursi a scavi di emergenza volti a difendere il patrimonio culturale. Sarebbe opportuno aprire i magazzini agli studiosi e procedere a “scavare lo scavato” conservato nei depositi.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Assolutamente si. Le forme di defiscalizzazione a cui prima accennavo sono efficienti e si trasformano in un volano di risorse di utilità pubblica.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*