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Intervista al Soprintendente Andrea Pessina

L’archeologo Andrea Pessina, Dirigente Archeologo del MIBAC, è il nuovo Soprintendente per l’Abruzzo. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Ho iniziato a praticare l’archeologia sul campo fin da ragazzo, grazie all’incontro con una delle persone che hanno maggiormente segnato la mia vita professionale, Bernardino Bagolini, una delle figure più importanti della Preistoria dell’Italia settentrionale. Laurea in archeologia all’Università di Pisa con tesi sulla preistoria dell’Abruzzo; Dottorato di ricerca presso la stessa università; Diplome d’Etudes Approfondies presso l’Ecole des Hautes Etudes di Parigi in Antropologia; Diploma di perfezionamento in Archeologia presso l’Università di Pisa

D. E il suo percorso professionale?
R. Dopo essere stato borsista presso vari Istituti universitari e una breve parentesi di insegnamento di ruolo nella scuola media, sono entrato nel Ministero nel 1999 con la qualifica di Archeologo Direttore; nel 2003 sono diventato Archeologo Direttore Coordinatore; nel 2009 Dirigente Archeologo. Ho prestato servizio dal 1999 al 2002 presso la Soprintendenza speciale al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma, quindi presso la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia. Nel 2009 sono stato per un brevissimo periodo Soprintendente al Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma, quindi nominato Soprintendente della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Abruzzo nell’agosto di quest’anno.
Parallelamente a questi impegni lavorativi, sono stato docente a contratto presso le università di Como, Pisa, Siena e – negli ultimi anni – Ferrara.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Oltre alle mansioni e agli impegni attinenti alla mia carica istituzionale di Soprintendente, i miei principali interessi scientifici riguardano la Preistoria recente italiana, con particolare riguardo al periodo neolitico

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Sono diversi. Forse quello al quale mi sento più legato personalmente è quello relativo all’origine del Neolitico e dell’agricoltura in Italia nordorientale, con una serie di scavi di villaggi neolitici, mostre e pubblicazioni.
Importante è stato anche il “Progetto Neolitico”, finanziato dal Ministero e condotto presso la Soprintendenza speciale al Museo Pigorini, culminato in una grande mostra e nell’edizione di alcuni importanti contributi.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Sto lavorando sui rapporti tra Archeologia preistorica e Fascismo, argomento mai approfondito, con una ricerca che riguarda l’archeologo italiano Luigi Maria Ugolini e l’archivio da lui lasciato, ad oggi inedito.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Il progetto su Ugolini, di cui sopra, è condotto con il collega Nicholas Vella dell’Università di Malta insieme a Heritage Malta, l’ente governativo maltese per la salvaguardia del patrimonio culturale. Altre collaborazioni scientifiche da tempo avviate sono soprattutto con i colleghi francesi.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Riuscire a praticare questa professione fino a tarda età, continuando a provare quel divertimento intellettuale che rende il fare archeologia un’esperienza unica .

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Credo che sia sotto gli occhi di tutti il fatto che l’archeologia italiana viva un momento di grande sofferenza, alla stregua però di tutte le altre archeologie europee. Nel nostro Paese tale crisi si avverte in maniera più drammatica, perché la presenza sul nostro territorio del patrimonio archeologico è decisamente superiore a quella riscontrabile negli altri Paesi.
Il problema è però complesso. La concezione dell’Archeologia, del fare archeologia e della sua importanza nella nostra società non sono valori assoluti e immutabili, ma subiscono necessariamente una evoluzione con il cambiare dei tempi. Credo che il Paese debba oggi decidere se veramente crede che il Patrimonio culturale possa costituire una risorsa in termini di sviluppo culturale, civile e – non ultimo – economico, investendo in tal caso finanziamenti adeguati e rilevanti, o in caso contrario ammettere che il prezzo da pagare è troppo elevato.
Il malessere è però evidente ed è soprattutto aumentato dal fatto che mancano scelte chiare e precise, in un senso o nell’altro, mentre è facile nel frattempo cadere nella retorica. Si fondano musei che vengono però chiusi subito dopo l’inaugurazione per mancanza di personale, si creano parchi archeologici per farli invadere da immondizia ed erbacce, si espongono alla vista del pubblico ruderi smozzicati che appaiono ai più incomprensibili. Non penso che si possa andare avanti in questo modo

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Ritengo che le emergenze da affrontare siano: lo stato delle Soprintendenze; la crisi delle Università; il rapporto tra Archeologia e Società. Sono naturalmente problemi tra loro strettamente intrecciati.
Lo stato delle Soprintendenze e delle risorse: credo che pochi percepiscano nella sua gravità ed ampiezza il grandissimo senso di sfiducia che ha avvolto tutte le strutture del Ministero per i beni e le attività culturali. Le cause sono molteplici: mancanza quasi assoluta di ricambio generazionale, che ha portato l’età media dei funzionari addetti alla tutela abbondantemente oltre i 50 anni; l’esiguità delle risorse messe a disposizione, che rende oggi difficile esercitare qualsiasi azione di tutela per mancanza di fondi per il pagamento del carburante, del telefono, della luce etc; la sempre maggiore complessità dell’amministrazione pubblica, che – nonostante i vari tentativi di “semplificazione” – resta un fardello pesante per qualsiasi amministratore; non ultime una serie di riforme della struttura dello stesso ministero, che si sono in questi anni succedute e che, seppur mosse dall’intento di modernizzarlo, lo hanno in parte prostrato.
La crisi dell’Università: le ragioni di questa crisi sono diverse: l’eccessiva duplicazione degli insegnamenti e dei corsi ha generato una sorta di inflazione dell’insegnamento, con notevoli dislivelli nella qualità dell’offerta formativa; il non essere riusciti a definire con chiarezza il percorso formativo universitario dell’archeologo ha generato una confusione inimmaginabile nel mercato del lavoro, rendendo difficile l’emergere delle ditte o delle persone maggiormente qualificate. Altro fattore di crisi è rappresentato dal difficile rapporto tra Soprintendenze e Università, che paiono faticare a trovare una via di dialogo, le prime a volte eccessivamente arroccate nella loro opera di tutela, le seconde forse troppo rivolte ai siti archeologici quali semplici fonti di dati per alimentare pubblicazioni scientifiche e carriere accademiche, incuranti della loro successiva salvaguardia.
Il rapporto tra Archeologia e Società: si riallaccia in parte a quanto già detto. È mia personale impressione che una politica sì integrale, ma spesso integralista, di tutela non sia la strada migliore. Nella realtà delle cose, noi vediamo che l’Archeologia è considerata – soprattutto dagli stessi Amministratori – un pesante, se non inutile, fardello. Quello che si è smarrito è il senso del perché vogliamo conservare il patrimonio archeologico, dando invece quasi l’impressione di voler solo riempire i depositi di pezzi che nessuno vedrà mai esposti o punteggiare le nostre città di ruderi. Se il significato di tutto ciò si è smarrito, la colpa è certo anche di noi operatori, che fatichiamo a trasmettere in maniera chiara e comprensibile l’importanza del nostro patrimonio, che diventa così una cosa quasi avulsa da ciò che lo circonda. Dobbiamo da una parte dissipare l’impressione che praticare l’Archeologia sia una sorta di fanatico culto delle reliquie e avere forse a volte il coraggio di ammettere che non tutto può e deve essere conservato, mentre tutto deve essere indagato scientificamente e documentato.
Ammetto però che non è un equilibrio facile da trovare quello tra esigenze di tutela ed esigenze del Paese …..

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Anche se non dobbiamo farci prendere da una facile esterofilia, le mie esperienze all’estero mi portano a credere che dovremmo acquisire una più chiara progettualità a lunga scadenza, senza disperdere inutilmente risorse umane e finanziarie. È inoltre prioritario giungere ad una maggiore concretezza, anche con una maggiore semplificazione normativa, dando la possibilità ai dirigenti di assumersi le responsabilità che competono al loro ruolo, mentre essi sono oggi di fatto quasi impossibilitati a svolgere i propri compiti. Resta caratteristica italiana il non potere e non volere decidere, con tutto ciò che ne consegue.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. La cultura della tutela può essere a volte un pesante fardello, ma credo che sia ciò che all’estero ci invidiano maggiormente. Anche nel campo del restauro e della museologia l’Italia continua a rivestire una posizione di eccellenza da tutti riconosciuta.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. In questo momento io credo che non possa che essere lo Stato a dover dare di più, non solo nei termini di maggiori risorse economiche, ma anche di attenzione nei confronti del MIBAC, che sta attraversando una crisi profonda. L’aiuto degli altri Enti è certo importante, ma il tema della salvaguardia del patrimonio culturale deve essere affrontato con un progetto nazionale.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Deve essere una volta per tutte chiarito che scavare senza pubblicare non ha alcun senso, anzi, è la negazione stessa della salvaguardia, perché si determina di fatto la distruzione di un sito senza produrre alcun arricchimento culturale e scientifico. Da tempo lo stesso legislatore si è posto il problema di come normare questo aspetto e proposte in tal senso, se non sbaglio, erano venute dalla Commissione Franceschini. L’applicazione concreta risulta però difficile, dal momento che vi sono molte variabili da considerare, quali la diversa ampiezza e complessità dei vari scavi, oltre al problema delle risorse disponibili per la pubblicazione. Anche qui, però, torniamo al problema tutto italiano di non riuscire a programmare le azioni, di non voler da subito prevedere le spese di documentazione ed edizione.
Certo l’esiguità e l’incertezza dei finanziamenti non aiutano in tal senso gli archeologi italiani, che da parte loro hanno però la tendenza a considerare eterna la loro vita scientifica, continuando a scavare fino all’ultimo .
È però un aspetto da affrontare, perché troppo spesso i materiali venuti alla luce dagli scavi vengono sottratti al pubblico e ad altri studiosi con il pretesto che sono “in corso di studio”, in una operazione che non ha di fatto mai fine. Credo che, una volta completato lo scavo, il termine di dieci anni per completare la pubblicazione dei dati possa essere adeguato, anche per tutelare la giusta proprietà intellettuale dell’archeologo che ha diretto lo scavo. Potrebbe sembrare un lasso di tempo troppo ampio, ma – credetemi – non lo è.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. La situazione dei musei italiani riflette le molte facce del nostro Paese. Abbiamo pochi musei di eccezionale pregio, che tutto il mondo ci invidia per patrimonio posseduto, allestimento e scelte espositive; molti sono appena mediocri; tanti sono inguardabili, sciatti e noiosi.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Riallacciandomi alla risposta precedente, non è sempre facile capire che cosa attragga i visitatori, soprattutto perché il fenomeno della televisione sta influenzando notevolmente i gusti del pubblico. Gli “eventi” ospitati nei Musei sono ancor oggi in Italia in grado di attirare centinaia di migliaia di visitatori, perché vi è anche qui la spettacolarizzazione della cultura. È un problema che da tempo conosciamo anche nella più quotidiana realtà. Gli amministratori preferiscono sponsorizzare la realizzazione di mostre ad effetto, dalle quali possono avere in breve tempo una maggiore visibilità pubblica, piuttosto che impegnarsi a dotare la propria città di una rete efficiente di musei.
La realtà museale italiana si sta sempre più dividendo in due grandi fasce: i pochi grandi musei per gli eventi destinati al grande pubblico, i molti musei frequentati prevalentemente dalla popolazione scolastica ma disertati dal pubblico adulto. Sono realtà entrambe necessarie e comunque connesse, perché solo un bambino che ha acquisito una certa familiarità verso il luogo-museo, troverà da adulto la curiosità per andare nel grande museo e alimentare quel turismo culturale che il nostro paese vede come sua potenziale risorsa. Oggi, però, il grande tende a schiacciare il piccolo nel drenaggio delle risorse, forse in maniera eccessiva.
Anche qui, però, va detto che si vede l’assenza di una politica museale, in questo caso soprattutto da parte delle regioni. Troppe volte entrando in uno dei musei minori ci si imbatte nel già visto, nell’ennesimo pannello che riprende da capo a spiegarci chi erano i Romani, etc etc. Serve anche qui un minimo coordinamento che sia in grado di caratterizzare ogni singolo museo come tassello di una più ampia offerta culturale, come una delle tappe di un più lungo percorso regionale.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. A pagamento solo nei grandi musei e solo quando ospitano le mostre spettacolo. Continuo a credere che la missione del museo non sia quella di produrre direttamente ricchezza. Dobbiamo una volta per tutte chiarirci qual è la finalità del Museo: portare soldi o visitatori al museo ? Da questo punto di vista, il prezzo del biglietto è un deterrente. Lo si vede chiaramente quando ci sono le giornate di apertura gratuite, nelle quali si registrano impennate nel numero dei visitatori. Di fronte a qualche migliaio di euro in più d’incasso, si dimezza il numero dei visitatori, questa è la verità, ma non sono le poche migliaia di euro persi d’incasso a risollevare le sorti del museo.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Dobbiamo trovare forme innovative di comunicazione, tenendo conto che il pubblico è in questo senso sempre più esigente. Si tratta di una esigenza che si può anche non condividere, ma è un dato di fatto. La realtà virtuale aiuta forse a coinvolgere emotivamente il visitatore, a fargli forse “visualizzare” meglio quello che gli strumenti didattici tradizionali non riescono a fare.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Basilare per garantire la sopravvivenza dell’Archeologia. I dati che scaturiscono dai nostri scavi e dalle nostre ricerche devono raggiungere il maggior numero di persone, affinché si colga l’importanza dell’archeologia e della stessa tutela del patrimonio culturale.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Pochi, direi, ma si sono fatti indubbiamente notevoli progressi. Quello che a volte mi stupisce è l’incapacità che alcuni archeologi hanno di modificare il registro del proprio discorso a seconda del pubblico che si trovano dinanzi. Il successo di alcuni “divulgatori” presso il grande pubblico è la testimonianza tangibile di come il pubblico sappia ritrovare la propria curiosità se stimolato adeguatamente.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Sì, le riviste in commercio – penso ad Archeo ed Archeologia Viva mi sembrano viaggiare su ottimi livelli, perché si sono sapute adeguare da tempo agli standard inglesi e francesi, che vantano una tradizione meno impaludata

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Di per sé non vi vedo nulla di esecrabile, ma a patto che i beni culturali non siano semplicemente considerati fonte di reddito e basta, alla stregua di un centro commerciale. L’apporto del privato può indubbiamente essere prezioso e portare innovazione e originalità, ma il bene culturale deve sempre occupare una posizione prioritaria, rispetto alla quale il reddito deve passare in secondo piano. Insomma , per intenderci, il miglior progetto sarà quello che meglio valorizzerà il bene, non quello che farà aumentare il gettito dei biglietti o della caffetteria annessa.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Sì, almeno nel senso di aver impostato una visione più moderna della gestione del bene culturale. Ma anche rispetto alla prima formulazione della legge Ronchey i tempi sono cambiati con una grande velocità.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no !

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. E’ un equilibrio difficile. Qualche mese fa, le avrei detto che non si può smettere di scavare, perché è una operazione che alimenta la conoscenza, ma ora – dopo aver visto innumerevoli aree archeologiche di grande importanza invasa dalle erbacce e dalla incuria – sto cambiando idea. Bisogna forse a volte avere l’onestà intellettuale di fermarsi e capire quando è il momento di deporre la cazzuola… Tutti noi sbagliamo convinti di essere destinati alla longevità, di essere quasi eterni, insomma. Troppo spesso, invece, si scompare senza aver debitamente pubblicato le fatiche di tanti anni di scavo.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Mi pare il sistema più ragionevole per coinvolgere un potenziale mecenate a donare cifre consistenti.

2 Commenti su Intervista al Soprintendente Andrea Pessina

  1. Sono ncompletamente d’accordo con quanto è stato segnalato dal prof. in questa intervista

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