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Intervista al vaticanista Andrea Tornielli

Intervista al "vaticanista" Andrea Tornielli

  • Nome e cognome: Andrea Tornielli
  • Qualifica: vaticanista
  • Professione: giornalista

Qual è stato il suo percorso formativo?

Ho frequentato il liceo classico e mi sono laureato in Lettere classiche (in Storia della lingua greca) all’università di Padova.

E il suo percorso professionale?

Ho collaborato con testate locali, nel 1992 mi sono trasferito a Roma, assunto come praticante giornalista dal mensile internazionale 30Giorni, sono diventato giornalista professionista nel 1994. Dal 1996 al 2011 ho lavorato come vaticanista e inviato speciale del quotidiano Il Giornale. Nell’aprile 2011 sono passato a La Stampa.

Di cosa si occupa attualmente?

Ora seguo l’informazione religiosa e vaticana in particolare per La Stampa e per il sito web Vatican Insider, un canale informativo in tre lingue che ha iniziato le sue pubblicazioni nel giugno 2011.

Per quali enti o istituzioni lavora?

Nessuno.

Il progetto più importante su cui ha lavorato?

Ho scritto una cinquantina di libri, diversi dei quali tradotti anche all’estero. Probabilmente il più significativo è una biografia di Pio XII (Un uomo sul trono di Pietro), pubblicato nel 2007 per la collana delle Scie di Mondadori: per scriverlo ho avuto accesso all’archivio di famiglia di Papa Pacelli, fino a quel momento mai consultato.

Ha collaborazioni all’estero?

Collaboro stabilmente con la rivista spagnola Palabra, ho avuto collaborazioni saltuarie con Die Welt.

Storia del cristianesimo:

I Suoi studi si concentrano sulla storia della Chiesa e quindi sul cristianesimo a partire dalle origini. È possibile fare luce sui primi decenni del cristianesimo utilizzando come guida gli scritti apocrifi e gnostici oltre ai Vangeli canonici?

A mio avviso, è assai difficile. Indipendentemente dal fatto che i quattro canonici siano appunto “canonici”, cioè riconosciuti tali dall’autorità ecclesiastica, il valore storico dei testi di Marco, Matteo, Luca e Giovanni non è paragonabile a quello di altri testi, come gli apocrifi e gli gnostici, generalmente molto più tardi nonché infarciti di elementi fantasiosi per riconoscere i quali non occorre essere un biblista o un filologo. I vangeli canonici sono stati riconosciuti tali non perché la Chiesa abbia operato una selezione arbitraria, ma semplicemente perché erano i più diffusi tra le prime comunità cristiane in quanto ritenuti più credibili, più attendibili e risalenti con certezza alla testimonianza apostolica. C’è una giusta e interessante rivalutazione dei testi gnostici e apocrifi nel nostro tempo, che talvolta sfocia in improprie presentazioni tendenti a dimostrare che la Chiesa ha voluto nascondere la verità su Gesù, oppure in presunti scoop e campagne editoriali. Ma la realtà dei fatti è alla portata di tutti: basta leggere qualche pagina dei quattro evangelisti e confrontarla con i testi apocrifi e gnostici per rendersi conto dell’abissale differenza.

Il “caso Ipazia”: i cristiani da perseguitati a persecutori. Perché il cristianesimo non ha saputo attenersi alle esperienze dei Vangeli e degli apostoli nel passaggio da religione bandita a credo tollerato e poi ufficiale dell’impero?

Alla domanda si risponde tenendo conto della natura umana, che è “ferita” dal peccato originale, un peccato che riguarda tutti, cristiani (ed ecclesiastici) compresi. Dunque le pagine nere della storia cristiana, le contro-testimonianze, le infedeltà passate, presenti e future, per quanto tristi e dolorose, sono conseguenze del fatto che noi sappiamo che cos’è il bene ma talvolta compiamo il male. Detto questo, sono convinto che la storia della Chiesa e più in generale del cristianesimo debba essere continuamente studiata e approfondita, senza cadere nel rischio di creare leggende nere come pure leggende rosa. E senza cadere nel rischio di giudicare il passato con la mentalità che abbiamo acquisito oggi. Ciò ovviamente non per giustificare in alcun modo errori e crimini commessi in altre epoche, ma per collocarli nella giusta prospettiva storica. Per quanto riguarda il caso di Ipazia, tornato in auge grazie a un recente film, bisogna ricostruire bene le circostanze in cui avvenne la sua uccisione, nel 415, per opera dei un gruppo di cristiani. Eusebio di Cesarea racconta che la l’intellettuale pagana non fu uccisa per ordine di San Cirillo di Alessandria né venne trucidata per motivi strettamente religiosi, quanto piuttosto politici. Coloro che la linciarono erano per lo più eretici «parabolani», cristiani inclini al fanatismo che prendevano il loro nome dai gladiatori che affrontavano i leoni nelle arene prima dell’abolizione di questi spettacoli circensi da parte dell’imperatore Teodosio. Tra Cirillo, patriarca di Alessandria, e il prefetto della città, Oreste, era scoppiato un dissidio politico. Anche Oreste era sospettato di paganesimo e così i cristiani paraboliani, ai quali si era unito qualche monaco ugualmente fanatico, se la presero con Ipazia, che era la favorita del prefetto. In questo triste episodio entrarono in gioco elementi quali l’odio tutto egiziano per i dominatori bizantini. Il patriarca Cirillo seppe dell’omicidio di Ipazia dopo che questo era avvenuto. Con ciò, ovviamente, non intendo sminuire le responsabilità dei fanatici cristiani linciatori e assassini, ma soltanto restituire un contesto che è un po’ più complesso di quanto non appaia da certe semplificazioni.

Qual è stata la chiave del successo degli insegnamenti di Gesù in un mondo antico basato sulla virtus militare, sull’accumulo della ricchezza e del luxus?

Quella cristiana è un’autentica rivoluzione. Agli elementi che lei cita aggiungerei anche un capovolgimento nelle relazioni tra gli uomini, un’affermazione della dignità di ogni uomo, l’affermazione della dignità della donna (ricordiamo che c’erano delle donne seguaci di Gesù e che sono donne le prime testimoni della sua resurrezione). Io credo che la “chiave del successo”, anche se parliamo di un processo lento che è costato la vita a tanti testimoni, stia nell’evento centrale del cristianesimo, cioè l’incarnazione di un Dio che si fa uomo, muore e risorge. Un Dio che assume la natura umana e che chiede a chi lo segue di riconoscerlo in chi soffre, in chi è più debole. Un Dio che mette al bando formalismi e ipocrisie.

Perché dopo il crollo dell’impero di Roma il cristianesimo non è stato sostituito dal credo pagano di alcuni dei popoli germani invasori che anzi hanno abbandonato l’antica fede per accettare la conversione?

Credo per le ragioni che ho cercato di esporre nella precedente risposta. E anche perché il cristianesimo non è legato a una particolare cultura: si tratta di un annuncio che sa valorizzare tutto ciò che c’è di buono nelle diverse culture. Devo aggiungere che, guardando agli ultimi duemila anni di storia e analizzando alcuni snodi epocali come quello che lei cita, vien da pensare che se l’esperienza cristiana ha resistito e si è diffusa, diventando capace di creare civiltà, ci deve essere una ragione.

Qualora si scoprisse che determinate “verità” (verginità di Maria ed esistenza di possibili “fratelli” di Gesù, resurrezione del Messia ecc…) in realtà furono tramandate per “propaganda ideologica”, e non perché genuine, verrebbe meno una parte del cristianesimo e del suo affascinante messaggio ecumenico?

La sua domanda mette insieme elementi in sé molto diversi. Innanzitutto i “fratelli” di Gesù: con quel termine nella società ebraica del primo secolo si indicavano anche i cugini. E in ogni caso questi “fratelli” avrebbero potuto essere i figli di un primo matrimonio di Giuseppe rimasto vedovo. Centrale e irrinunciabile è la resurrezione. Se Cristo non è risorto il cristianesimo cade e non ha ragione di esistere. Non verrebbe meno una parte, viene meno tutto.

Tenendo conto che il Vaticano è uno stato sovrano e territoriale, come si può conciliare l’esistenza di un patrimonio ecclesiastico così consistente con il messaggio evangelico e proto-cristiano?

Il patrimonio che lei cita riferito al Vaticano è per lo più costituito da opere d’arte di valore inestimabile, in molti casi dedicate al culto, che sono state realizzate e acquisite lungo i secoli e che sono messe a disposizione di chi le vuole vedere o visitare. In questo senso è una “ricchezza”, una bellezza che può essere fruita da tutti. Va anche ricordato che il Vaticano e più in generale la Chiesa usano le risorse di cui dispongono per fare del bene, in molti casi esercitando un’azione di supplenza rispetto agli Stati e aiutando persone che altrimenti non sarebbero sostenute da nessuno, senza distinzione di etnia o di credo religioso. Detto questo, le autorità ecclesiastiche (e in particolare quelle vaticane) hanno bisogno – come del resto tutti i cristiani – di continua conversione. Hanno bisogno di recuperare lo stile evangelico.

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