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Intervista all’egittologo Giacomo Cavillier

Giacomo Cavillier

L’egittologo Giacomo Cavillier dirige il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F.Champollion”, situato in Via Mira 4/10, a Genova, e lavora per l’Accademia Egizia. Lo abbiamo intervistato per voi.

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Ho conseguito la laurea in archeologia all’Università di Roma “La Sapienza” con tesi in Egittologia, ho conseguito una specializzazione post-lauream in Archeologia Orientale (tesi in Egittologia) e una seconda specializzazione post-lauream in Archeologia Classica (tesi in Rilievo e Analisi Tecnica Monumenti Antichi); altri titoli vari, alcuni conseguiti all’estero, e una formazione in Archeologia Subacquea.

D. E il suo percorso professionale?
R. Collaborazioni scientifiche con Istituzioni nazionali e straniere varie, fra cui il Museo Egizio di Torino e il Museo Egizio di Firenze, lo STAS del Ministero dei Beni Culturali per l’Archeologia Subacquea. Già docente di Egittologia e Civiltà Copta all’Università di Genova e di Archeologia Subacquea all’Università di Bari, docente di Egittologia e Archeologia Orientale presso varie università private, Presiedo l’Accademia Egizia e dirigo il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F.Champollion” di Genova (vedasi voce “Giacomo Cavillier” in Wikipedia).

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Didattica e formazione egittologica e progetti di ricerca vari in Egitto e Sudan.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. L’Accademia Egizia e il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J.F.Champollion” di Genova.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Mi sono occupato dell’elemento straniero nell’Egitto Ramesside (in particolare dei Popoli del Mare: vedasi voce “Popoli del Mare, Shardana” in wikipedia) e di studi vari di ieratico di età ramesside e di epoca tarda per convegni internazionali di Egittologia, Papirologia, Nubiologia e Coptologia.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Attualmente sono a capo di svariati progetti di ricerca come lo studio della collezione di Ushabti del Museo Egizio di Firenze, lo studio della necropoli tebana in epoca ramesside con ricerca di alcune sepolture regali e nobiliari, lo studio delle strutture templari del Nuovo Regno in Nubia, l’analisi delle strutture conventuali copte in Alto Egitto; sto pubblicando un volume di Neoegiziano con nozioni di scrittura ieratica ed è allo studio un lavoro sulla necropoli tebana e sui Popoli del Mare.

D. Ha collaborazioni all’estero?
R. Principalmente con l’Istituto Archeologico Italiano al Cairo e con responsabili dell’area nubiana dell’Unesco per progetti di museologia in Sudan.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Proseguire proficuamente le mie ricerche nella Valle del Nilo al pari di personaggi come i solitari Champollion e Carter cui dobbiamo la nostra missione di vita.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. E’ stata sempre all’avanguardia nel mondo per quanto attiene la ricerca; sotto il profilo della formazione, si è assistito ad un capovolgimento di fronte: un laureato in archeologia possedeva valide conoscenze teoriche e pratiche, mentre ora gli standard europei l’hanno fatta regredire ad una sorta di tirocinio post-liceale non sufficiente per affrontare le complesse dinamiche gestionali dei beni culturali richieste.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Risorse, Formazione, Investimenti

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Valorizzare le conoscenze acquisite in quasi due secoli di esperienza, avviare i discenti ad una conoscenza a 360° della materia e inculcarne i principi quale missione di vita.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Saper adoperare più proficuamente le risorse.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Il faticoso tradizionale percorso di formazione scevro da superficialità da college e improntato sulla costante applicazione.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Coloro che per speculazione economica non si avvedono della sua importanza per valorizzare il territorio e le sue risorse.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Non sempre, ma che tale tempistica sia in sintonia con le concrete realtà di ciascun sito e non sia unicamente mirato a sperperare preziose risorse per pubblicazioni quasi sempre “sconosciute” alla collettività e a vantaggio dei “soliti pochi” per i propri curricula.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Non eccellente, sia per carenza di mezzi che per strategie gestionali.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Con idee innovative tese a stimolare l’utenza, il resto lo fanno i beni culturali; ciò in considerazione che proprio i beni culturali costituiscono la prima grande risorsa economica del nostro paese: essi richiedono solo valorizzazione e cura da parte delle istituzioni.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La cultura non dovrebbe mai essere a pagamento, ma se proprio si deve, è bene offrire all’utenza la fruizione del bene in tutta la sua potenzialità e non quale mero oggetto chiuso in una bacheca ed espressione di un passato non più attuale.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Solo se tale artifizio contribuisce proficuamente alla divulgazione scientifica.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Indissolubile, l’archeologia è fonte del sapere e l’informazione è il suo principale veicolo.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Non sempre, molti sono eccellenti divulgatori, altri sono invece racchiusi nel loro mondo “di nicchia” e, data la loro posizione accademica, non interessati alla divulgazione e formazione; in questo modo è la materia a soffrirne e a rischiare l’oblio.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Alcune, altre sono troppo specializzate e codificate solo per coloro che vi contribuiscono con articoli e contributi, un po’ come taluni convegni organizzati da pochi e per pochi. La funzione di una rivista è invece è proprio la divulgazione scientifica ad un pubblico di specialisti più vasto in modo da agevolare il continuo scambio di esperienze e conoscenze.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. I beni culturali sono patrimonio dell’umanità e soprattutto della collettività e dovrebbero essere gestiti dallo Stato e da questo preservati; la responsabilità dei privati dovrebbe essere invocata solo in casi limite.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Per quanto attiene la gestione delle attività accessorie dei musei credo la legge sia ancora valida, benché debba essere periodicamente aggiornata al fine che tali “attività” non sfocino in un controllo indiretto o ingerenza del privato della gestione museale.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Non direi proprio, basti vedere la problematica afferente le cooperative archeologiche destinate col tempo a scomparire, sia per i soventi tagli alla cultura sia per l’incapacità da parte delle istituzioni di riconoscere gli archeologi quali vere figure professionali.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Con investimenti concreti si possono fare entrambe le attività al fine di dare risposte a tanti interrogativi storici ancora “persistenti”.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Certo, investire in cultura significa “assistere” la conoscenza in tutti i suoi settori applicativi.

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