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Intervista alla Dottoressa Edy Ghirlanda

La dottoressa Edy Ghirlanda, laureata in Archeologia, insegna presso la scuola primaria. L’abbiamo intervistata per voi. 

D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Ho conseguito la laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Verona e, successivamente, la laurea in Archeologia presso l’Università di Padova. Sto attualmente conseguendo la laurea magistrale in Scienze Archeologiche.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho cominciato ad insegnare presso la scuola primaria nel 1983. Ho conseguito l’abilitazione per la scuola secondaria di primo e secondo grado, ma attualmente continuo a svolgere la mia attività di docente presso la primaria.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Mi occupo da anni della didattica della storia nella scuola primaria. Attualmente organizzo e dirigo attività e corsi di archeologia per gli alunni delle classi terze, quarte e quinte, come proposte formative curricolari ed extra-curricolari.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Per il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. La proposta di collaborazione scuola-museo esplicitata attraverso un progetto di didattica museale, che coinvolga le due istituzioni a livello programmatico, operativo, didattico e formativo.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Continuerò con i progetti esposti. Auspico forme di collaborazione con istituzioni museali, che coinvolgano la scuola dell’obbligo in maniera integrata.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. No. Non ci sono previsioni di tal genere a breve o medio termine.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Programmare e gestire le forme di collaborazione suddetta, curando l’aspetto didattico-divulgativo, secondo percorsi tematici differenziati.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Purtroppo la scarsa sensibilizzazione alla valorizzazione del nostro patrimonio archeologico e storico-culturale da parte delle istituzioni va ad aggravare la carenza di mezzi e di risorse finanziarie di cui dispone la ricerca archeologica.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. Innanzitutto la valorizzazione di un immenso patrimonio culturale, attraverso il finanziamento di progetti di ricerca, quindi la valorizzazione di musei ed aree archeologiche.
Ma per sviluppare un’adeguata sensibilità verso tale patrimonio ritengo indispensabile investire sulla formazione del pubblico, attraverso un’educazione al patrimonio che veda coinvolte, in maniera sinergica, la scuola, come ente formativo per eccellenza e le istituzioni museali, al fine di creare utenti consapevoli, in grado di sviluppare e mantenere verso il patrimonio archeologico interesse, responsabilità, rispetto, in modo permanente,

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R.In un contesto sempre più multietnico come quello che stiamo vivendo, la complessità della nostra storia antica e recente, che ha visto il nostro Paese terra di passaggio e di stanziamento di genti e popoli diversi, fulcro dei contatti fra Europa del Nord e Mediterraneo, dimostra inequivocabilmente che la cultura è innanzitutto cultura dell’Uomo, non patrimonio esclusivo e settoriale di una nazione.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. A valorizzare ogni più piccolo aspetto del nostro passato e del nostro patrimonio.
Mettere il visitatore di un museo o di un’area archeologica anche in una posizione di acquisizione attiva dei messaggi trasmessi e non solo di ricettore passivo, come troppo spesso succede.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Credo che in un reciproco rapporto scambievole siano molte le competenze che si possono trasmettere. Credo che l’Italia abbia figure altamente competenti in diversi campi che possono sicuramente trasmettere, se non addirittura “insegnare”.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Lo Stato, per i finanziamenti. I Musei, per aprirsi ancora di più al territorio. Le istituzioni culturali e formative per accettare di collaborare per progetti comuni.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Non credo si debba parlare di tempi massimi, quanto piuttosto di tempi giusti, adatti a una gestione oculata delle risorse e soprattutto utili per ricavarne informazioni.
Non possono essere standardizzati i tempi, come non lo sono i siti da indagare.
La pubblicazione viene di conseguenza e dovrebbe seguire gli stessi criteri.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Credo che tutti debbano fare i conti con la mancanza di risorse economiche. Molti hanno cercato di proporsi ai visitatori con iniziative accattivanti, ma forse un’adeguata comunicazione è ancora in via di costruzione. E’ probabile che risentano della ridotta sensibilità che c’è a livello politico e generale.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Le collezioni dei musei dovrebbero essere lette, capite e agite. L’interattività, attraverso strumenti o attività laboratoriali è sicuramente un mezzo per far sentire l’utente partecipe di ciò che sta visitando. Ritengo però che la formazione di una mentalità che sappia vivere il valore di un museo derivi da una pratica costante che spetta fondamentalmente alla scuola. Inoltre esso dovrebbe diventare il perno di iniziative culturali di vario genere

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. Secondo me è giusto che sia accessibile a costi assolutamente contenuti. Non concordo con la gratuità. Ciò che si chiede di pagare non è la cultura, ma è forse un piccolo modo per fornire consapevolezza che dietro ad ogni collezione vi sono ricerche, studi, investimenti, oltreché i servizi forniti dal museo medesimo.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. La “realtà virtuale” aiuta a conoscere e a comprendere. E’ indispensabile, ma non deve essere totalizzante. Alla conoscenza si dovrebbe giungere attraverso approcci diversificati.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. Assolutamente indispensabile per non invalidare la ricerca archeologica. Ed è giusto che l’informazione avvenga secondo registri diversi, per gli specialisti e per il grande pubblico, facendo attenzione a non cadere nella banalizzazione o nel pressapochismo.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Non necessariamente un ottimo archeologo può essere un bravo divulgatore. E in più, deve esservi la volontà di farlo.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R.Vale lo stesso discorso fatto per gli archeologi. Sicuramente hanno svolto un ruolo importantissimo nell’avvicinare anche i non addetti ai lavori alle pratiche archeologiche nel loro complesso, fornendo una visione meno romantica, ma altrettanto pregnante e sicuramente più scientifica, pur con un linguaggio comprensibile.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. Preferirei, per svariati motivi, che restassero di proprietà dello Stato. Di fronte a situazioni di scempio e alla mancanza di interventi pubblici, si può valutare l’affido di alcuni beni anche ai privati, con le dovute garanzie.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Preferisco non rispondere.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Assolutamente no.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. L’una non esclude l’altra, ma in un clima di ottimizzazione delle risorse forse si potrebbe studiare ciò che già si ha.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Sì.

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