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Intervista alla dottoressa Elena Chirico

L’archeologa Elena Chirico è dottoranda in Archeologia Medievale presso l’Università degli Studi di Siena ed è co-direttrice del “Progetto Archeologico Albarese”. La abbiamo intervistata per voi. 

D. Qual’è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureata nel 2003 presso l’Università degli studi di Siena in “Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana” con una tesi dal titolo “La Casa di Nettuno (VI 5, 1-3) a Pompei” con votazione 110/110 e lode.
Nel 2004 ho seguito un Master in “Gestione informatica dei dati Archeologici” presso l’Università di Siena con una tesina in Archeologia dell’Architettura sulla lettura stratigrafica ed il fotoraddrizzamento di “Il Cassero Senese di Grosseto”.
Nel 2009 ho vinto il Dottorato di Ricerca in Archeologia Medievale presso l’Università degli studi di Siena con un progetto dal titolo “La fine delle ville nella Regio VII. Crisi, trasformazioni e abbandono (III-VII secolo d.C.)” .

D. E il suo percorso professionale?
R. Durante il percorso di studentessa di archeologa classica ho scavato nei siti di Cosa e soprattutto di Pompei, approfondendo le mie conoscenze sulle evoluzioni delle città romane tra il III secolo a.C. ed il I d.C., e concentrandomi in particolar modo sulle trasformazioni delle abitazioni sia dal punto di vista architettonico sia da quello storico-artistico.
Le attività intraprese durante il Master mi hanno permesso di conoscere dinamiche insediative più tarde, e nello specifico basso-medioevali, ho avuto la possibilità di scavare castelli nella Maremma toscana e di partecipare agli scavi di archeologia urbana intrapresi nella città di Grosseto.
Nell’ultimo anno sono stata all’estero, in Inghilterra, dove ho avuto modo di approfondire le mie ricerche sulle ville romane inglesi, ho svolto alcune ore di lezioni sulle “Tecniche edilizie in età romana” e su “Pompei” nell’ambito dell’insegnamento di “Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana” presso l’Università di Siena ed ho partecipato allo scavo delle terme di una villa/mansio nel senese.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Attualmente sto lavorando al mio progetto di Dottorato e al Progetto Archeologico Alberese, di cui sono co-direttrice.

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Per l’Università degli studi di Siena.

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Senza dubbio il progetto “Pompei. La Regio VI”, nato dalla collaborazione delle Università degli studi di Perugia e dell’Istituto Orientale di Napoli e diretto dai proff. Filippo Coarelli e Fabrizio Pesando, dove ho avuto modo di imparare moltissime cose, sia dal punto di vista metodologico sia dal punto di vista scientifico.
Attualmente il Progetto Archeologico Alberese che vede l’analisi di siti chiave per la comprensione delle dinamiche insediative intercorse fra l’età romana e la tarda antichità sulla costa grossetana.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. Procedere la ricerca sull’evoluzione delle ville nel periodo post-romano e concentrarmi sullo studio nell’area templare dello Scoglietto e dello Spolverino, i due siti indagati all’interno del Progetto Archeologico Alberese.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Non ho nessun tipo di collaborazione all’estero, ma non escludo di poterle avere in futuro.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Diventare un’ottima archeologa e poter vivere del mio lavoro.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. Credo che l’archeologia italiana sia all’avanguardia in moltissimi campi, in quello più specifico della ricerca ed in quello più tecnico dell’informatica, purtroppo però un grosso limite in questa evoluzione è rappresentato dalla mancanza di fondi.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. E’ una domanda a cui sinceramente non so rispondere. La poca esperienza mi porta a dire che l’assenza o la limitatezza di fondi costituiscono un fortissimo limite in questa disciplina sia perché impediscono la nascita e l’evoluzione di molte ricerche sia perché portano molti archeologi ad abbandonare il proprio percorso di studio.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Più che tre peculiarità, andrebbero valorizzati il più possibile i nostri monumenti, salvaguardando innanzitutto quelli già in luce, e a tal proposito penso ai siti di Pompei, Ercolano e alla villa di Oplontis, che ho avuto modo di conoscere da vicino, dove l’assenza di fondi e di conseguenza l’incuria portano inevitabilmente alla rovina e alla perdita di beni inestimabili.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. Agganciandomi a quanto scritto sopra, dovremmo imparare ad amare ciò che abbiamo e a salvaguardarlo e valorizzarlo.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Non conosco direttamente le scuole estere, non so se dovremmo insegnare loro qualcosa, ho avuto modo di conoscere alcuni studenti stranieri sui cantieri di scavo italiani e forse l’unica cosa in cui eccelliamo è nella metodologia di scavo.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Credo, come ho già ripetuto, che dovrebbero essere elargiti più fondi, per quanto riguarda da chi, anzitutto dalle istituzioni e dai privati, il mecenatismo ha sempre funzionato, la storia lo insegna.
Grazie alla collaborazione di sponsor privati a Roma sono state restaurate ad esempio piazza del Campidoglio e tanti altri monumenti, e per citare un esempio a me più vicino, solo grazie alla sensibilità di sponsor privati quest’anno è stato possibile scavare il sito dello Scoglietto.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Credo che un anno sia un tempo più che sufficiente per una pubblicazione di tipo scientifico, ma allo stesso tempo uno scavo deve essere visibile da subito, e grazie ad internet oggi è possibile, basti pensare agli aggiornamenti online di molti cantieri archeologici, non escluso il progetto archeologico Alberese con il suo sito internet e il gruppo Facebook.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Personalmente non amo molto i musei, trovo noioso guardare in teche pezzi meravigliosi, ma purtroppo completamente decontestualizzati. Ogni reperto potrebbe narrare una storia importantissima e la maggior parte delle volte questa storia non è conosciuta.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. L’archeologia oggi sfrutta moltissimo le ricostruzioni 3D e ritengo siano fondamentali per la conoscenza ad un pubblico non “addetto” di qualsiasi cosa, sia esso un tempio, una villa, un’abitazione…, sia un semplice reperto.

D. La cultura deve essere a pagamento o sul modello British Museum?
R. La cultura deve essere a pagamento perché sono necessari i fondi per la manutenzione e salvaguardia di parchi, mostre e musei, ma non deve essere cara, altrimenti allontana i visitatori, pagare 15 euro per visitare un sito archeologico credo sia troppo, specie perché di solito i fruitori sono il più delle volte famiglie composte quindi da più persone.

D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. La ritengo necessaria perché divulgativa, è fondamentale che tutti possano comprendere il passato e la realtà virtuale permette questa conoscenza.
Creerei delle visite virtuali, farei entrare le persone virtualmente nei monumenti e permetterei loro di comprendere come erano veramente, organizzerei degli spazi riservati all’archeologia sperimentale, dove poter vedere, ad esempio, come nasceva un vaso e la sua destinazione d’uso.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. L’informazione è fondamentale in questa disciplina, è necessario divulgare il più possibile per impedire che tesori rimangano nascosti.
Credo che negli ultimi anni si siano fatti notevoli progressi in questo campo grazie soprattutto ad internet.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Gli archeologi italiani sanno divulgare, ne sono un esempio le riviste online, la pubblicazione di cantieri archeologici e negli ultimi tempi i gruppi su Facebook.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Le riviste fanno un’ottima divulgazione, spiegano in maniera semplice e comprensibile ciò che altrimenti resterebbe ignoto e riservato a pochi.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. La ritengo una cosa buona, l’Italia è un paese ricco di monumenti e le risorse statali non riescono a salvaguardarli necessariamente tutti, i privati possono fornire un valido aiuto in questo senso.

D. Ritiene la Ronchey una buona legge?
R. Credo che la legge Ronchey sia stata un’ottima legge.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. I fondi a disposizione non sono assolutamente sufficienti ed è per questo che ritengo necessaria l’elargizione di più fondi e la presenza di privati laddove quelli statali non dovessero bastare.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Entrambi, ritengo sia fondamentale continuare a scavare in quanto conosciamo ancora poco del nostro passato, allo stesso tempo è fondamentale studiare tutto il materiale conservato nei magazzini di Musei, Università e Soprintendenze.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Si è giustissimo.

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