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Intervista alla Dottoressa Francesca Diosono

Francesca Diosono è Assegnista di Ricerca presso l’Università degli Studi di Perugia. Svolge la professione di archeologa e ricercatrice precaria. L’abbiamo intervistata per voi.

D. Qual è stato il suo percorso formativo?
R. Mi sono laureata in Lettere Classiche nel 2002 presso l’Università di Perugia, con il Prof. F. Coarelli, il quale ha seguito anche la mia tesi di dottorato in Storia Antica, sempre a Perugia. Ora usufruisco di un Assegno di Ricerca finanziato dalla Regione Umbria.

D. E il suo percorso professionale?
R. Ho lavorato subito dopo la laurea sia su progetti dell’Università che come archeologa sui cantieri, prima per conto di cooperative archeologiche e poi come libera professionista sia in Italia che in Francia e Spagna.

D. Di cosa si occupa attualmente?
R. Il mio Assegno di ricerca riguarda la ricerca e la valorizzazione del sito di villa San Silvestro. Lavoro inoltre su altri progetti diretti dai professori F. Coarelli e P. Braconi e collaboro con la Soprintendenza del Lazio, dott.ssa G.Ghini, per le ricerche nel santuario di Diana a Nemi e con la prof.ssa M.Clavel Leveque per lo scavo e la valorizzazione della Via Domizia presso Colombiers (Francia).

D. Per quali enti o istituzioni lavora?
R. Oltre a collaborare con l’Università, lavoro anche per altri enti pubblici o per privati sia nel campo dello scavo archeologico che della presentazione al pubblico, della musealizzazione e della divulgazione

D. Il progetto più importante su cui ha lavorato?
R. Non riesco a scegliere. Sia le ricerche a Fregellae che quelle a Nemi e a Villa San Silvestro hanno rappresentato e rappresentano una parte importante della mia formazione e della mia vita.

D. Il prossimo impegno lavorativo?
R. A settembre gli scavi al santuario di Diana a Nemi e di seguito la prosecuzione delle ricerche su Villa San Silvestro.

D. Ha collaborazioni all’estero? Se no, prevede di averle?
R. Ho fatto parte del progetto europeo COST Action A27, del Progetto LIFE Tiermes e di due Azioni Integrate Italia Spagna. Ho poi lavorato a giugno per il Parc Culturel du Biterrois in Francia, dove ritornerò anche il prossimo anno.

D. Il suo sogno nel cassetto?
R. Sinceramente, uscire dal precariato.

Archeologia italiana

D. Cosa pensa dello stato attuale dell’archeologia italiana?
R. E’ difficile da definire con poche parole. Certo non gode di buona salute.

D. Quali sono le tre emergenze che andrebbero risolte?
R. La situazione professionale degli archeologi, le risorse per la ricerca e la valorizzazione, la tutela del territorio.

D. E quali le tre peculiarità da valorizzare?
R. Da valorizzare c’è senz’altro la grande professionalità degli archeologi italiani e la ricchezza del nostro territorio.

D. Cosa dovremo imparare dall’estero?
R. La mentalità che porta, sia il settore pubblico che privato, ad investire molto più di noi in questo settore nonché l’atteggiamento di maggiore riconoscimento dell’archeologo come figura professionale, sia dal punto di vista delle garanzie che dello stipendio.

D. Cosa possiamo invece insegnare loro?
R. Attualmente quello che stiamo esportando all’estero sono i nostri cervelli in fuga.

D. Chi dovrebbe dare di più, e cosa, per aiutare l’archeologia italiana?
R. Lo Stato dovrebbe rivedere profondamente le risorse che destina ai Beni culturali e alla ricerca, ma la comprensione del valore di queste dovrebbe essere propria anche del complesso delle singole amministrazioni territoriali.

D. Scavare e pubblicare: ci vorrebbe un limite massimo di tempo per farlo?
R. Sarebbe senz’altro ragionevole.

Musei

D. La sua opinione sui musei italiani?
R. Dipende, la realtà è molto variegata e le caratteristiche assai diverse, ma senz’altro i musei italiani avrebbero bisogno di più risorse se si pensa al patrimonio culturale che essi racchiudono.

D. Come aumenterebbe il numero dei visitatori?
R. Dal punto di vista teorico, è il modello culturale dominante che fa sì che la maggior parte delle persone preferisca tante altre attività alla visita al museo. Come esperienza personale, posso poi aggiungere che creare eventi, anche piccoli, avvicina ai musei sia persone che li hanno già visitati che nuovi visitatori.
 
D. Ritiene utile la “realtà virtuale” nei musei? Se si, in che misura può esserci?
R. Credo che tutto quello che contribuisce a migliorare la comprensione del pubblico sia utile e da non sottovalutare, sempre rispondendo a criteri di verità scientifica.

D. Archeologia e informazione. Come vede questo rapporto?
R. L’informazione si interessa di solito al singolo momento legato alle grandi scoperte o alle inaugurazioni, per non parlare dei programmi in cui si fa solo sensazionalismo; è importante anche dal punto di vista sociale, invece, l’informazione che si occupa della grande divulgazione relativa alla nostra storia ed ai Beni archeologici che la testimoniano.

D. Gli archeologi italiani sanno divulgare?
R. Non sempre; a volte, temendo il giudizio dei colleghi, alcuni si trincerano dietro a termini tecnici e non si preoccupano del fatto che il pubblico di livello medio non sia, naturalmente, in grado di comprenderli.

D. E le riviste, fanno buona divulgazione archeologica?
R. Sì, anche se su livelli diversi legati alla differente preparazione dei propri lettori.

Beni culturali e privati

D. Cosa pensa dell’affidamento dei beni archeologici ai privati?
R. I Beni archeologici sono Beni Comuni e quindi devono restare patrimonio di tutti.

D. I fondi a disposizione dell’archeologia italiana sono sufficienti?
R. Dire insufficienti sarebbe un eufemismo.

D. Meglio continuare a scavare, o studiare e valorizzare quel che è nei magazzini?
R. Credo che siano necessarie entrambe le cose.

D. E’ giusto rendere fiscalmente vantaggiose le donazioni per la cultura?
R. Sì; in questo la legislazione francese in merito sarebbe un modello da prendere in considerazione.

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