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Intervista alla Dottoressa Gabriella Gasperetti sul progetto “Operazione Reale”

La Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare sono gli enti coinvolti nel progetto “Operazione Reale”. Abbiamo intervistato per voi la Dottoressa Gabriella Gasperetti della Soprintendenza. 

Il sito di Cala Reale è noto dagli anni ’90. Vuole illustrarci le quattro campagne archeologiche subacquee che lo hanno interessato?

La segnalazione della presenza di anfore sul fondale marino davanti al molo moderno di Cala Reale fu fatta alla Soprintendenza dalla Direzione Penitenziaria nel 1995. Nell’estate di quell’anno fu organizzata una prima campagna di rilievi e documentazione dalla Soprintendenza, con la collaborazione dell’Associazione Centro Ricerche Archeosub Sassari Alghero.
Le prime indagini rivelarono una notevole quantità di materiali, sparsi sul fondo marino a –5/-6 metri. Data la breve profondità, il sito archeologico sommerso era stato in parte scoperto dalle manovre della motonave Cantiello, in servizio tra l’Isola e Porto Torres per le esigenze del Carcere.
Dopo il primo intervento dell’estate 1995, nel 1999, nel 2001 e nel 2002 sono state condotte tre campagne di scavo, documentazione e recupero dei materiali archeologici, che hanno rivelato la natura, la consistenza, la datazione del deposito archeologico, ancora in buona parte conservato sul posto.
In particolare, nel 2001 è stato eseguito uno scavo d’urgenza dalla Soprintendenza, a causa della presenza sul fondale di reperti in vista e soggetti a possibili danni e furti.
A seguito della concessione di fondi dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il prosieguo delle indagini, nel 2002 è stata condotta una ulteriore campagna di scavo, dal 31 luglio al 9 settembre, con la collaborazione del personale interno, di un’impresa specializzata, di giovani archeologi subacquei e con la partecipazione di volontari, regolarmente iscritti ad associazioni riconosciute dalla Regione Autonoma Sardegna.
La notevole estensione dell’area archeologica ha comportato la realizzazione di una quadrettatura, orientata a nord, da 10 quadrati di m. 4 ciascuno per lato, che ha compreso al suo interno quella realizzata per i primi interventi d’urgenza, di m. 2 di lato.
In tale campagna furono recuperate 10 grandi casse piene di frammenti di anfore del carico, lasciate ordinatamente sul fondo marino al margine dello scavo, e fu possibile chiarire le modalità di formazione del sito archeologico, dovuto ad un ribaltamento della nave che trasportava il carico e che, anche a causa della bassa profondità, deve essere andata distrutta.

Quali sono i risultati più importanti di queste prospezioni?

Innanzitutto, sono stati chiariti dati importanti sulla natura e sulla composizione del deposito archeologico: si tratta di un carico omogeneo di anfore per salsa di pesce (garum) e per pesce sotto sale, trasportato su una nave oneraria proveniente dalle coste sud-occidentali della Penisola Iberica, l’antica Lusitania, e probabilmente destinato al porto di Ostia, risalente alla fine del IV-inizi del V secolo.
La nave, nel tentativo di raggiungere lo scalo intermedio di Turris Libisonis, l’odierna Porto Torres, a causa di avversità, forse l’impatto con gli “Scoglietti” davanti alla cala, deve avere tentato di approdare nella cala, ma potrebbe essersi rovesciata a causa dei marosi e, di conseguenza, distrutta. Cala Reale, generalmente ben riparata, è tuttavia esposta al vento di levante, che potrebbe essere stato la causa del naufragio.
L’ipotesi di un rovesciamento della nave scaturisce dall’osservazione della giacitura delle anfore, caotica anche negli strati inferiori, e dal fatto di non avere ritrovato, eccetto alcuni chiodi di bronzo, nessun elemento dell’opera viva, generalmente conservato sotto il carico nel caso di un inabissamento graduale, anche a bassa profondità.
Non tutte le anfore di Cala Reale contenevano il carico trasportato a fini commerciali; alcune venivano imbarcate per servire agli usi di bordo e si distinguono per la diversa forma, per la scarsa quantità (solo alcuni esemplari su un totale di centinaia) e, in alcuni casi, anche per una diversa provenienza; sono, questi, i frammenti di anfore di produzione africana, che potevano contenere olio, o un piccolo dolio, anch’esso verosimilmente per olio, ritrovato quasi integro e recuperato nel 2001. Ancora per gli usi di bordo sono le lucerne per l’illuminazione, anch’esse in pochi esemplari e prevalentemente di produzione nord-africana, le brocchette, il vasellame da mensa e da cucina.
Nei primi interventi sono state recuperate anche tessere di mosaico in pasta vitrea verde-azzurro, che potevano essere trasportate sfuse, oppure montate su un supporto a comporre il disegno centrale di un mosaico, l’emblema, secondo un commercio ormai acclarato anche dai ritrovamenti sommersi. È anche possibile che facessero parte della decorazione della nave, dove potevano rivestire una piccola edicola votiva, sicuramente presente per augurare una navigazione propizia.

Per quale motivo decideste di lasciare la maggior parte dei reperti sott’acqua?

La scelta fu dettata da varie considerazioni: innanzitutto la conservazione dei reperti archeologici, i quali, dopo essere stati in acqua salata, devono essere sottoposti con urgenza al processo di desalinizzazione, che consiste in lavaggi continui con acqua dolce, possibilmente priva di qualunque tipo di sale, così da scaricare gradatamente i sali che hanno impregnato l’impasto ed impedire che, asciugandosi, questi si cristallizzino e possano spaccare le pareti dei vasi. Poiché i materiali recuperati ammontavano a diverse centinaia di frammenti, si scelse di portare a terra soltanto gli oggetti integri e quelli appartenenti alla dotazione di bordo, che furono desalinizzati, mentre il nucleo più cospicuo di materiali fu lasciato in condizioni il più possibile analoghe a quelle originarie.
Inoltre, si scelse di lasciare il sito il più possibile integro sia perché ricadeva in un’Area Marina Protetta, sia perché la Soprintendenza aveva in animo di realizzare a Cala Reale una scuola di archeologia subacquea, in collaborazione con Istituti di ricerca e con la possibilità di far fare agli studenti esperienze dirette di scavo e documentazione, date anche le condizioni favorevoli di profondità bassa e di riparo dalle avversità meteo-marine.

Come nasce il progetto “Operazione Reale”?

Nasce per necessità, dovuta all’esigenza di assicurare la continuità territoriale tra il porto di Porto Torres e l’Isola dell’Asinara, dove l’unico approdo possibile per il traghetto è quello di Cala Reale. Poiché l’area archeologica si trova davanti al molo, l’unica soluzione praticabile è quella di spostare l’intero sito in una zona vicina e non interessata dalle manovre del traghetto.

Quali sono i suoi obiettivi?
Innanzitutto, la tutela dei materiali archeologici, che sono stati in parte sconvolti dal movimento delle eliche, poi la possibilità di vedere le anfore del carico in condizioni simili a quelle originarie, il che non sarebbe possibile nella zona di manovra del traghetto.

Quali sono gli enti coinvolti?
La Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, già della Sardegna, e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Parco Nazionale Isola Asinara – Area Marina Protetta.

E quali le figure professionali che vi partecipano?

La struttura scientifica e tecnica del progetto è formata da varie professionalità:
per il Parco Nazionale sono impegnati il Commissario Straordinario, Dr. Silvio Vetrano, il Direttore, Dr. Carlo Forteleoni, il Responsabile del Procedimento, Ing. Pietro Paolo Congiatu;
per la Soprintendenza, oltre all’impegno dei Soprintendenti Dott.ssa Fulvia Lo Schiavo, Mariarosaria Barbera e ora Bruno Massabò, il Progettista e Direttore dei lavori è la sottoscritta, il responsabile della sicurezza per la progettazione è il Geom. Giuseppe Grafitti, per l’esecuzione il Geom. Costantino Cubeddu; collaboratori alla progettazione e direzione dei lavori sono gli assistenti tecnici Antonio Chessa, Antonino Secchi, Antonio Serra, il fotografo Giuseppe Rassu, l’operatore Antonio Fiori. La documentazione scientifica è affidata al Dott. Luca Angius, la sicurezza delle immersioni al Sig. Costantino Scotto.
I lavori sono eseguiti dalla Ditta Lucci Salvatore di Napoli, specializzata negli scavi archeologici, anche subacquei, che sta impiegando mezzi e manodopera locali.

Si prevede che il progetto verrà portato a termine entro settembre 2009. A che punto sono i lavori?

I lavori sono alla fase finale; sono stati svuotati tutti i quadrati interessati dalle manovre del traghetto; resta solo una piccola parte del deposito archeologico oltre il margine ovest del campo di lavoro, che potrà essere recuperata agevolmente con un successivo intervento. In ogni caso, l’operazione ha avuto successo, e i primi visitatori che hanno potuto vedere la nuova area archeologica sono rimasti letteralmente “a bocca aperta” per la quantità e la spettacolarità del carico di Cala Reale, così come l’abbiamo ricollocato.

1 Commento su Intervista alla Dottoressa Gabriella Gasperetti sul progetto “Operazione Reale”

  1. Un plauso per le bellissime scoperte e per il progetto in itinere,con un cordiale saluto alla d.ssa Gasperetti da un lontano amico….

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